Raul, Clark e la scrittura degenere, OPS di “genere”

Prendine due: ritratto di scrittore con gatto e l’italiano no-no (noir Nobel)

di Johnny Sheetmetal (*)

Raul Dibattista

C’è di nuovo Rolandi tra il pubblico. “Quel rompicoglioni” pensa Raul Dibattista. E’ pure seduto di fianco a una gran gnocca. Dibattista si muove a disagio sulla sedia. Si tocca la catenina d’oro, sgranandone i minuscoli anellini. Vorrebbe guardarlo negli occhi, capire se è lì per lui. Come quella volta alla Feltrinelli di Porta Nuova, dove si sfiorò la rissa. E’ vero che ne parlarono sui giornali e il libro ebbe un’impennata di vendite, ma le parole di quel professore beghino e frustrato lo ferirono. Ora respira profondo. Stanno già intervistando Bertini l’ammosciato. Dopo tocca a lui. Beve un sorso d’acqua, poi rapido allo smart-phone, le dita che danzano veloci.

#Italyinnoir grandi scrittori, grandissimo pubblico, un grazie commosso #RaulDibattistaScrittore #commissarioDucas

Rolandi sta zitto e ha lo sguardo fisso: brutto segno. Meglio concentrarsi sulla gnocca. Le gambe sono lisce e ben tornite. Indugia con lo sguardo su di lui, senza alterare l’espressione un po’ spenta del viso. A occhio e croce non ha ancora vent’anni. Sbaglia o dolcemente posata sulle sue cosce c’è una copia di Niente pistole per Ducas? “E’ venuta solo per per chiedermi un autografo; non gliene frega niente di tutti gli altri barbogi”. Dibattista avverte l’inizio di un’erezione; concentra l’attenzione sul proprio respiro, per disinnescarla in tempo.

Bertini sta finendo. La sua voce da criceto con l’asma ha addormentato mezzo pubblico. Meglio così, pensa Dibattista. Ci penserà lui a ridestarlo.

Ecco Milena che introduce il suo racconto. Raul sorride guardando verso il pubblico, una trentina di persone in tutto. Poi si gira di tre quarti, offrendo il suo profilo migliore alla gnocca. Non ascolta cosa dice Milena, ma tanto cosa importa? Il suo racconto gli è ben noto, “è l’unico che ho letto dell’antologia” scherza mentalmente. E le domande come al solito gliele hanno mandate in anticipo, sicché ha potuto prepararsi le risposte.

«Un Ducas insolito, meno cinico e più umano, in questo tuo splendido pezzo per la nostra antologia» arriva al dunque Milena, allargando il sorriso per metterlo a suo agio e prepararlo alla risposta. «E’ forse perché chi soffre merita rispetto, empatia? O è l’inizio di una svolta che si riverbererà nei tuoi prossimi romanzi?»

Dibattista ricambia il sorriso, si schiarisce la voce, guarda verso il pubblico; fa tempo a notare che la smorfia di Rolandi si è pure incattivita, e che la gnocca bionda ha accavallato le gambe, girando il libro di tre quarti. Si prende sempre qualche secondo prima di iniziare a parlare. Serve per creare un minimo di suspense, di apprensione. Qualche cuore accelera, stressato dall’attesa.

«Il fatto è molto semplice, cara Milena. Il nostro commissario sta invecchiando. Ed è forse il disincanto a renderlo più tollerante. E’ normale che succeda, perché gli anni passano, e pure il suo autore avverte l’approssimarsi dell’età della discrezione. Forse non ve ne siete accorti ma mi stanno spuntando i primi capelli bianchi.»

Dibattista è completamente calvo. Sorrisi contenuti fra gli scrittori seduti dietro il tavolo, il più convinto è quello di Milena. Qualche risata dal pubblico.

«Nel tuo pezzo mi ha colpito una frase di Ducas, apparentemente in contraddizione con le sue azioni: “Un buon poliziotto non sta dalla parte dei deboli, un buon poliziotto sta dalla parte della legge.” Eppure la legge non sempre tutela chi soffre, come ben sappiamo. Come si pone il commissario di fronte a questo bivio etico, alla necessità di scegliere?».

«Una delle poche cose che ci uniscono, me e il mio personaggio, è che siamo entrambi uomini d’azione. Ci facciamo guidare dall’istinto, più che dalla ragione, sia essa di stato o letteraria. L’istinto di Ducas, da come lo conosco, lo porta sempre, infallibilmente, a trovare la giusta via che sintetizzi legalità e giustizia sociale. Questo gli è possibile, non dimentichiamolo, perché opera in Italia. Un paese dove le leggi sono scritte non per essere applicate, ma per essere aggirate».

Mormorii tra il pubblico. Rolandi è sempre immobile, ma ora sogghigna. La bionda si è voltata verso di lui, gli ha bisbigliato qualcosa. Si conoscono? Possibile? Forse una sua ex-allieva, se non ricorda male il barbogio insegna all’Azeglio.

«E dove porta l’istinto letterario di Raul Dibattista, se posso permettermi?»

La terza domanda di Milena inizialmente era diversa. Dibattista le ha chiesto di modificarla così, in modo che si legasse alla sua risposta precedente e apparisse spontanea. Ovviamente anche qui si è preparato la risposta.

«Conosco scrittori che affermano di non scrivere per il pubblico, ma solamente per se stessi. Per me sono in malafede, oppure degli ingenui se non degli idioti. Se non scrivi per il pubblico, non scrivi per nessuno. Io sono fortunato, perché ho un istinto che mi guida infallibilmente in quella direzione. Del resto io stesso faccio parte del mio pubblico. Io per primo devo sorprendermi di quello che scrivo, devo emozionarmi, devo essere avvinto. Se succede, so che il libro mi ripagherà degli sforzi e sarà apprezzato. Non m’interessa ciò che scrivono i critici, non m’interessa vincere il premio Nobel, non sono qui per questo. M’interessa avere dei lettori soddisfatti. Questo dovrebbe cercare ogni buon scrittore».

Un applauso isolato risuona dal pubblico. Una persona si alza in piedi. Rolandi, nella sua giacchetta di velluto rattoppata sui gomiti, solleva un braccio come uno scolaro.

«Posso farle una domanda, dottor Dibattista?».

Sulla sala scende un silenzio speciale, carico di attesa.

«Le domande dal pubblico sono sempre benvenute» interviene Milena, prima che Dibattista possa replicare.

«La ringrazio infinitamente. Devo dirle una cosa, dottor Dibattista. Voi scrittori del noir italiano (Thompson e Woolrich mi perdonino per questa bestemmia) con tutti i vostri commissari inquartati e i vostri omicidi all’acqua di rose e i vostri scorci di italiette da soap opera, mi avete stufato. Non sapete scrivere e, quel che è peggio, nessuno vi legge. Comprarvi vi comprano, perché andate di moda, ma siete degli illusi se pensate che la cosa non finisca lì. Eppure come scarafaggi infestate le stanze del povero e abbandonato edificio delle patrie lettere. Non c’è festival letterario o trasmissione televisiva o manifestazione culturale che non sia ammorbata da qualcuno di voi, invitato perché scrittore noir con licenza di appestare l’aria con le sue particolari banalità sul male spacciate come verità bibliche. E sa cosa le dico, dottor Dibattista? Lei è il peggiore di tutti. Perché lei ha delle ambizioni. Lei è falso come giuda: io non credo a una sola parola di cos’ha detto prima. Lei vorrebbe il riconoscimento della critica che conta, altro che balle. Lei si crede di poter essere l’Ellroy torinese, il Philip Roth italiano, il Don deLillo europeo. Lei se lo sogna la notte, il Nobel, ma non arriverà neppure allo Strega. Lo capisco da ogni riga che scrive, da ogni parola che dice. Chi vuole prendere in giro? Ah! Ah! Ah!».

Durante la tirata Dibattista ha osservato la gnocca seduta di fianco a Rolandi. Guardava il vicino infervorarsi, stringendo il suo romanzo nelle dita. Il viso pareva preoccupato, alla fine anche infastidito.

Bertini sul palco ha gli occhi bassi, giochicchia con la biro, nella barba un mezzo sorriso. Nessuno degli altri scrittori sta guardando l’uomo in piedi tra il pubblico. Solo Milena lo fissa e il suo viso abbronzato ha perso un po’ del suo colore.

Dibattista chiude gli occhi. A grandi linee sapeva già cosa gli avrebbe detto quell’uomo. Il deLillo europeo però gli mancava.

«Non doveva farmi una domanda?» gli chiede.

Risate tra il pubblico. Gli scrittori sul palco rialzano gli occhi. Milena lo guarda, il colore rifluisce sulle sue gote sempre accese.

Ma Rolandi non si lascia intimidire. «La domanda è perché, dottor Dibattista. Perché continuate a scrivere? Non ne voglio sapere dei soldi, dei guadagni; mi serve il motivo, quello vero. Ogni vostro romanzo viene subito dimenticato. Ogni vostra riga è uguale a mille altre scritte in precedenza dai vostri colleghi, e come queste greve e priva di significato. Ogni idea che tirate fuori è il riciclaggio di un’altra idea che a sua volta è la rimasticatura di un’ulteriore idea ancora più vecchia, e via di questo passo, in un gioco di scatole cinesi che contengono solo il vuoto pneumatico. E allora, cosa vi spinge a continuare? A perseguire quest’inutile e nociva attività? Insomma, perché volete così male alle nostre patrie lettere? Grazie» conclude inaspettatamente, e torna a sedersi.

Dibattista respira profondo. Conta mentalmente i secondi che passano. Avverte nell’aria l’attesa della sua replica, se ne carica. Fissa la bionda: solo per lei non metterà al suo posto quell’individuo come fatto in altre occasioni. Solo per lei non citerà i Camilleri, i De Giovanni, i Manzini, i Carlotto, i De Cataldo, addirittura i Genna o i Wu Ming, tanto per fare nomi tra loro diversissimi, a cui peraltro lui si sente superiore. Solo per lei svicolerà elegantemente, senza rispondere davvero. Milena sta quasi per intervenire, il pubblico comincia a rumoreggiare. E’ giunto il momento. Si schiarisce la gola.

«Egregio signore, lei mi chiede per quale motivo io continui a scrivere, nonostante tutto. La stessa domanda potrei rivolgerla a lei, forse la risposta non sarebbe così dissimile. Lei prova fastidio a leggere ogni nostra riga, ad ascoltare ogni nostro intervento. Ma allora per quale motivo lei continua a leggerci, per quale motivo continua a venire alle nostre presentazioni?»

Sorrisi, bisbigli, facce rivolte verso Rolandi.

«Lei non mi ha risposto» arriva la secca replica.

Con perfetta manovra a tenaglia interviene Milena, dopo sguardo d’intesa lanciato a Dibattista: «Se permette, signore, come può presumere che le centinaia di migliaia di copie vendute di romanzi come Niente pistole per Ducas non vengano lette? Scrittori del calibro di Raul Dibattista non solo hanno qualcosa da dire ma hanno anche un pubblico. Sono questi i due motivi per cui continuano a scrivere, non le paiono sufficienti?».

Rolandi borbotta: «Ecco, lo sapevo, vi tenete botta come fratelli di una massoneria». Ma in qualche modo è stato disinnescato dall’atmosfera generale a vantaggio del palco. E forse anche da alcune parole che la bionda gli ha bisbigliato all’orecchio qualche istante prima, con aria infastidita.

La presentazione continua e si chiude senza più scossoni. Prima di firmare le copie, di piluccare qualche salatino e bere un po’ di spumante, di abbordare la bionda (Rolandi per fortuna se n’è andato), Dibattista si apparta e mette mano allo smart-phone:

#Italyinnoir il solito aspirante scrittore frustrato non ha rovinato una bella festa #RaulDibattistaScrittore #commissarioDucas

Il precedente tweet ha già ricevuto ventisette like, tra cui addirittura quello di un pezzo grosso Einaudi, la casa editrice con cui da sempre sogna di pubblicare.

Il resto è storia, è abitudine. Tranne il finale. Raul Dibattista è al centro del rinfresco. Non solo la bionda ha portato una copia da autografare. E mica di quella stupida raccolta di racconti a scopo di beneficenza, a cui ha partecipato solo per Milena, con cui ha avuto un’allegra liaison tre anni fa. No: gli portano i suoi romanzi. Gli fanno firmare copie di Niente pistole per Ducas, o di L’amore ai tempi di Giorgio Scerbanenco, o del vincitore del premio Courmayeur Ducas indaga. Lui sgrana la sua catenina, occhieggia lo smart-phone, sceglie una delle dediche dal suo archivio mentale, quella che più si addice al questuante e all’occasione, firma con l’inconfondibile svolazzo.

Sfilano tutti e tutti salutano, tra brindisi al noir italiano, sempre più vivo checché ne dicano gufi come quel professoraccio, e richieste di indiscrezioni sul prossimo capolavoro. Anche Milena fugge via, e alla fine in piedi di fronte ai vassoi razziati, immersi in una conversazione in cui sono già passati al “tu”, rimangono soltanto Dibattista e la bionda. Che si chiama Michela, ha diciannove anni, è al primo anno di giurisprudenza, ed è una sua fan dell’ultima ora.

«Come hai scoperto i miei libri?» le chiede Dibattista. In genere gli rispondono: me l’ha consigliato un amico. Ho letto una recensione su La Lettura del “Corriere”. L’ho visto in vetrina alla Feltrinelli, e il titolo mi ha acchiappato.

Invece lei risponde, con la sua vocina un po’ intimidita: «L’ho rubato alla biblioteca di mio padre».

«Tuo padre è un mio fan? Vuoi che aggiunga il suo nome alla dedica?».

«Lascia stare, non è il caso. Anzi…». Abbassa gli occhi. «Voglio scusarmi per come si è comportato prima durante la presentazione».

«Ah…». A questa possibilità non aveva pensato.

«Non è così acido come sembra. A casa dice sempre che nei tuoi libri ogni tanto si trova qualcosa di buono. Dice che viene alle tue presentazioni solo per provocarti, per vedere se sei davvero capace di ravvederti».

Scoprire che la bionda è figlia di Rolandi causa un’immediata erezione a Dibattista. Le aveva scovato qualche difetto, le gambe un po’ storte quando si è alzata in piedi, gli occhi un po’ troppo grandi, un mucchio di efelidi sulle braccia non depilate. Ora sono spariti, ed è la ragazza più desiderabile del mondo.

«Io penso che se legge i miei libri, non possono non piacergli, anche solo un poco».

«Lui dice che il panorama in Italia è così desolante che sa accontentarsi delle briciole».

«Di quali altre briciole si sfama, se posso permettermi?».

«Non ricordo tutti i nomi. Acuni li hai citati tu in un’intervista che ho letto su Tuttolibri, qualche giorno fa. Altri non li conosco. “Il meglio si trova al di fuori della massoneria letteraria imperante” dice papà, anche se non so cosa voglia dire».

«Meglio per te se non lo sai. E meglio per te se non li leggi, quei libri. In Italia il 90% di quello che si pubblica è roba scadente».

«Raul Dibattista fa parte del restante 10%, non è vero?». Ecco che sorride, finalmente.

«Tu l’hai detto, Michela. Bene, ti sei guadagnata una cena a lume di candela con il tuo scrittore preferito. Conosci un certo ristorante qui in collina che si chiama La Pergola?».

Le porta tutte lì. Il proprietario lo conosce e gli fa sempre lo sconto, perché viene spesso e spende molto, anche se è costretto a far finta di non conoscerlo. Dibattista vuole che all’accompagnatrice di turno sembri sempre un’occasione speciale, qualcosa di insolito anche per lui, il famoso scrittore cui tutte le porte vengono aperte ma che non s’innamora mai.

La serata scorre liscia. Michela appare timida ma in realtà è disinibita. Dibattista lo capisce dallo sguardo diretto e malizioso, da ragazza che non sa mentire ma che sa accogliere i piaceri della vita. Di sicuro non ha preso da suo padre… Bevono qualche bicchiere di Nebbiolo e poi lui se la porta nel suo attico, al fondo di corso Dante, vicino al Po. La cosa più bella di Michela, a parte la pelle da diciannovenne, è la voce. In auto Dibattista cerca di farla parlare, anche per riposare un po’ la sua mente. Raccontami di te, figlia mia. I tuoi studi, i tuoi amici. Le tue ambizioni. Michela sorride, gli accarezza la mano posata sul cambio, dice che la sua vita è poco interessante. Ce ne sono mille di Michela, in giro per Torino; lui, Dibattista, lui sì che invece è unico. Gli prende la mano e se la posa sulle gambe. Non ama parlare, ma ha una voce che a Dibattista glielo tiene costantemente in tiro.

Michela fa l’amore senza foga, con studiata precisione. Dibattista capisce che è abituata alle notti insonni tra le lenzuola. Le chiede di parlargli, di chiamarlo “il suo papà”. Potrebbe essere quella figlia che avrebbe tanto voluto avere, ma che Grazia – chissà che starà facendo, adesso, in giro per l’America – non gi ha mai dato. Michela lo accontenta, ha un carattere dolce. Verso le quattro lei va a farsi una doccia e lui si addormenta, stremato.

Come sempre neanche il sonno porta pace alla sua mente. Sa di essere a Stoccolma, eppure è seduto dietro un banco in prima fila della sua vecchia scuola elementare. Dietro la cattedra ci sono tre uomini, di cui non scorge il volto. Ha paura perché sa di non essere preparato. «Lei davvero vuole vincere il premio Nobel?» gli chiede uno dei tre, con la voce di Rolandi. Lui abbassa gli occhi, come se si vergognasse. «Allora perché continua a scrivere quei romanzi vuoti e inutili?». La vergogna aumenta, sembra quasi scoppiargli dal petto. «Si faccia questa domanda: chi si ricorderà dei suoi romanzi?». Una parola si forma nel petto di Dibattista, tutta la vergogna si condensa lì dentro. La parola sembra quasi uscire fuori, volteggiare nello spazio nebbioso fra lui e i tre giurati dietro la cattedra. La colgono al volo. «Risposta esatta, Dibattista. Nessuno si ricorderà dei suoi romanzi. Nessuno».

Si sveglia e c’è Michela, appoggiata sul guanciale, che lo guarda.

«Ti stavi agitando nel sonno». Si avvicina per baciarlo.

«Chi si ricorderà dei miei romanzi? Chi?» le chiede, ancora avvolto dalla coltre di quell’incubo.

«Cosa? Ma sei uno scrittore famoso, Raul. Tantissime persone leggono i tuoi romanzi».

«E poi? E poi? Aiutami, ti prego. Dimmi qualcosa del mio ultimo romanzo. Cosa ti è piaciuto, quali frasi ti hanno colpito?».

Michela mette su un sorriso strano. Distoglie lo sguardo, fa una smorfia con la bocca. Poi si scosta, scende dal letto, senza rispondere.

«Michela!» la chiama.

«E’ meglio che vada, Raul» gli dice, vestendosi.

«Dimmi qualcosa del mio romanzo, ti prego!».

Solo quando è pronta per uscire e viene a salutarlo, finalmente gli risponde. «Smettila di fare i capricci. E poi come faccio a risponderti? Non l’ho ancora letto». Sincera fino all’autolesionismo, oppure è delusa dalla notte e si è stufato di lui?

Poco dopo Dibattista mette mano allo smart-phone e scrive uno stato su Facebook, correggendolo più volte prima di pubblicarlo.

Cosa vi spinge a continuare a scrivere?” Questa domanda è saltata fuori ieri pomeriggio, alla presentazione di #Italyinnoir. Chi me l’ha posta sosteneva che il noir italiano avesse addirittura stufato, che fosse del tutto inutile, che non venisse letto da nessuno. Non so da quali dati traesse questa sua certezza. Ma se i vari Camilleri, i De Giovanni, i Manzini, i Carlotto, i De Cataldo, i Dibattista (mi ci metto pure io), per non parlare dei Genna, dei Wu Ming o di Grazia Verasani, se tutti noi continuiamo a scrivere, il motivo è ben preciso: perché ci crediamo. Perché solo il noir sa raccontare l’Italia di ieri e di oggi. E siete voi lettori a testimoniare giornalmente, con lettere, commenti, con le vostre discussioni sui vari social network, che lo facciamo con stile, originalità, profondità di visione. Io sono certo che un giorno tutto questo lavoro verrà premiato e riconosciuto anche a livello internazionale. Toccherà magari a uno solo di noi, uno solo dei nomi che ho citato prima, o magari a qualcuno che non ho citato. Ma sarà una vittoria di tutta l’Italia, anche di coloro che non credono in noi. E i nostri romanzi saranno ricordati a lungo.

Clark Kent

Clark Kent (come ama farsi chiamare dai pochi amici e conoscenti) si sveglia ogni mattina alle otto e quaranta. Non perde tempo a rifare il letto. Muovendo a tentoni la sua massa tozza e cilindrica, raggiunge il gas dall’altra parte del monolocale. Nell’esatto istante in cui la fiamma prende vita sotto il pentolino del latte, sul davanzale della finestra spalancata si materializza Il Gatto Prodigio. Il Gatto Prodigio, un europeo spelacchiato, balza giù sul pavimento mentre Clark Kent versa un po’ di latte nella ciotola. Il micione miagola e poi prende a lappare, l’uomo si china per quanto gli è concesso dai rotoli di grasso, tasta la presenza del felino e infine lo accarezza.

Il primo rito della giornata, subito dopo colazione, consiste nel leggere a caso uno dei precetti contenuti nel preziosissimo tomo “La nobile arte del racconto” (Autore Anonimo, Mursia 1949) e nel meditarlo per buoni quindici minuti con la muta complicità del Gatto Prodigio. Clark Kent compie questa indispensabile operazione servendosi di una lente d’ingrandimento, perché l’edizione Mursia presenta caratteri microscopici. Questo rito viene strategicamente posto a inizio giornata non solo per propiziare la buona scrittura ma anche per approfittare della presenza del Gatto Prodigio, che poi uscirà e ricomparirà solo a sera inoltrata, al fine di cenare e insieme ascoltare e giudicare le righe scritte nel frattempo da Clark Kent.

Clark Kent afferra dolcemente il libro dal tavolo; si siede sul pavimento in mezzo a scatoloni e pile di manoscritti. Il Gatto Prodigio gli si piazza di fronte, disponendosi nella posizione della sfinge, con le zampe anteriori distese e leggermente accavallate. Clark Kent apre a caso una pagina, e comincia a leggere ad alta voce:

Numero 43: il tempo del racconto non è il tempo del romanzo. Ci troviamo come nel bel mezzo di un Big Bang, tutto sta esplodendo e tutto ha significato. Se state pensando “chissà che succederà domani al tal personaggio”, allora non state vivendo un buon racconto, ma forse il frammento di un romanzo.

Finito di leggere Clark Kent chiude gli occhi, in segno di rispetto e di profonda meditazione. Poi li riapre ed essi corrono ai ritratti appesi alle pareti. Cechov e Maupassant stanno sopra il portone d’ingresso, come i capostipiti di una famiglia; Rudyard Kipling sembra osservare benevolmente il Gatto Prodigio, da sopra uno scaffale colmo di libri; Borges arriccia il naso di fronte al letto sfatto di settimane, al suo fianco Parise e Buzzati sorridono di uno scherzo segreto; Raymond Carver e John Cheever si guardano in cagnesco dai lati opposti della finestra; Julio Cortàzar, sorridente e con la barba, accucciato di fianco a un maestoso soriano, pende sopra il tavolo da lavoro di Clark Kent, in un fotoingrandimento 24×36 cm. Loro sanno già tutto, pensa Clark Kent. Hanno già dato, ora tocca a lui. E non li deluderà, perché lui è come loro.

Ebbro di tale coscienza, abbassa gli occhi sul felino. «Il tempo nel racconto. Ecco un bel tema su cui ragionare. Dunque, cosa ne pensa il nostro Gatto Prodigio?».

Il Gatto Prodigio con uno scatto inarca il corpo flessuoso. S’incurva tutto fino a raggiungere, finalmente e con urgenza, la parte più nascosta e più interna del suo ventre. Quella proprio sotto l’attacco della coda. Comincia a leccare e mordicchiare con grande foga, come se fosse giunto al limite di sopportazione di un certo fastidiosissimo prurito.

Con un altro scatto smette d’improvviso, rialza il capo e pianta gli occhi in quelli di Clark Kent. Ha un’aria minacciosa, quasi a intimarlo di non avvicinarsi di un solo millimetro. Clark Kent gli sorride timidamente.

Il Gatto Prodigio, tranquillizzato, riprende a nettarsi.

«Quanto hai ragione, Gatto Prodigio. Quanto hai ragione».

Qualche istante dopo il felino non c’è più. Clark Kent ha posato il preziosissimo “La nobile arte del racconto” e si appresta al suo abituale lavoro mattutino: rimettere in ordine il monolocale. E’ un’attività che porta avanti con costanza, un pezzo ogni giorno, ormai da tredici anni.

Muovendosi a tentoni si avvicina all’angolo tra la finestra e una delle librerie. Sparsi sul pavimento ci sono svariati numeri di una rivista di letteratura degli ’70, Versus Ipotetico. Clark Kent li raccoglie uno per uno, con la lente ne decifra il numero d’ordine sulla base della costina, poi li impila in uno scatolone, disponendo il numero uno più in basso e salendo di conseguenza. Risulta mancante il numero tredici. Per qualche minuto si perde in reminiscenze, nel tentativo di ricordare come mai non è lì, cioè se l’ha perso o se non l’ha proprio acquistato. Malgrado lo sforzo mnemonico, non riesce a venirne a capo.

Dopo un pranzo frugale Clark Kent si concede un breve pisolino. Alle 14:45 si alza, abbassa a mezza costa la tapparella, per favorire la penombra, e finalmente si siede al tavolo di lavoro. Per prima cosa si dedica all’accurata rilettura delle righe dattiloscritte il giorno prima; su di esse annota alcune correzioni, che inserirà nel corso della seconda stesura. Poi re-infila il foglio nella sua Olivetti lettera 22, abbassa la testa, giunge le mani incrociando le dita e comincia a meditare. Passano alcuni minuti prima che le stesse si sleghino e comincino a picchiare sui tasti.

Il modus operandi di Auro Pestrinielli, autore di racconti noto nella vita di tutti i giorni con lo pseudonimo di Clark Kent, è sempre il medesimo. L’inizio è fulminante: almeno mezza pagina tutta di getto, come se nel corso delle ore precedenti l’avesse elaborata nell’inconscio, parola per parola, e adesso la sputasse fuori. Poi rilegge e dopo minuti di ripensamenti, accartoccia il foglio e lo getta via. Di nuovo una seduta di tasti picchiati forsennatamente, in cui viene riscritta da cima a fondo la stessa scena, lo stesso dialogo, la stessa descrizione. Seconda rilettura, secondo foglio accartocciato, seconda riscrittura. E via di questo passo.

La tecnica di Auro Pestrinielli è fatta di picchi ispirati, che gli erompono da chissà quale anfratto dell’inconscio, luoghi imi e misteriosi che non può capacitarsi di ospitare; e da susseguenti e severissime sedute di analisi critica, in cui la sua anima da Vergine con Mercurio in Vergine congiunto a Plutone esce fuori in tutta la sua impietosa lucidità, costringendolo a cestinare almeno otto volte lo stesso brano riscritto in otto diverse varianti.

Questo movimento ad elastico, inspirazione – scrittura o riscrittura forsennata, espirazione – rilettura e rielaborazione critica, che ricorda un oscillatore armonico, o un’onda sinusoidale modulata, può durare tutto un pomeriggio. Non è raro che alla fine, dopo quattro ore di trance ipnotica e di totale separazione dalla sua vita di Clark Kent, Auro Pestrinielli si ritrovi in mano una striminzita mezza paginetta. Non più di dieci righe di racconto, che nella serata verranno sottoposte al vaglio della lettura ad alta voce e al giudizio critico del Gatto Prodigio.

All’inizio della sua carriera di scrittore di racconti, accorgendosi di questa procedura in qualche modo “dissociata”, Clark Kent fu preso da qualche pensiero e decise di sottoporsi a una visita psichiatrica. Il medico gli disse che non v’era nulla di cui preoccuparsi, che se la nostra vita non avesse almeno un lato dissociato impazziremmo del tutto, ma gli prescrisse comunque un blando anti-psicotico. Clark Kent lo acquistò ma non lo prese mai.

In quel tempo Auro Pestrinielli scriveva ancora i suoi piccoli capolavori in modo sequenziale, attaccando i brani processati di giorno in giorno uno dietro l’altro per dar forma al racconto completo, come si infilano le perle nel filo per dar vita alla collana. Oggi i frammenti quotidiani non si dispongono in modo automatico, ma nei tremendi giorni di rielaborazione finale, successivi alla stesura dell’ultimo frammento, vengono rivalutati e frullati e ricollocati nei modi più disparati, causando uno stato d’animo in Pestrinielli molto prossimo alla disperazione. Solo all’ottenimento dell’unica sequenza corretta, che soddisfa pienamente tutti i requisiti, non necessariamente quelli che Pestrinielli si era posto all’inizio (Numero 21: se avete deciso di imbarcarvi nell’impresa di scrivere un racconto, sappiate che, come succede per i figli, il risultato finale potrà essere molto distante da ciò che avevate sperato), Pestrinielli ritrova la pace e si gode il meritato momento di gloria.

Quella particolare sera, uguale a tante altre, alle 19:30 Clark Kent dispone la padella sul gas, e alle 19:32 ecco apparire sul davanzale il Gatto Prodigio. Dopo avere soddisfatto i suoi appetiti con gli avanzi della sera precedente, Clark Kent si siede sul pavimento e comincia a leggere ad alta voce il lavoro di una giornata.

Durante la lettura il Gatto Prodigio rimane seduto sulle zampe posteriori, mentre la lingua saetta attraverso zanne e labbra, a ripulirsi minuziosamente del buon pranzo appena consumato. I grandi occhi sono invece piantati sul viso rettangolare del suo benefattore e l’espressione che traspare da essi (e solo da essi) sembra davvero attenta e concentrata.

Clark Kent ha finito di leggere le righe vergate da Auro Pestrinielli. Dalla sua espressione lo si direbbe soddisfatto. Ora alza lo sguardo sul Gatto Prodigio, timoroso, in attesa del responso.

Il Gatto prodigio con gesto repentino piega la testa verso la zampa posteriore destra e alza quest’ultima cominciando a grattarsi con secchi e precisi movimenti la zona dietro l’orecchio destro.

Una volta finito, senza più degnare di un solo sguardo Clark Kent, scuote la testa per liberarsi di qualche fastidio inconoscibile agli umani.

Infine balza sul davanzale e sparisce attraverso la finestra spalancata.

(*) Come qualcuna/o saprà dai precedenti post, «Johnny Sheetmetal» è lo pseudonimo scelto da un collaboratore della “bottega” Marte-diana. Dal 2016 costui – o forse costei, costì, costola, cost* – ogni mese o quasi ha ruminato un racconto/recensione, sempre con idee, protagonisti e ambientazioni diverse ma in stretta relazione al libro “censito” muovendosi nei vasti territori del fantastico “italico”. Ogni tanto Johnny si stanca di autori/autrici in carne e ossa, perciò si diletta – come stavolta – a tratteggiare ritratti di ipotetici scrittori italiani, ispirati a categorie realmente esistenti più che a personaggi veri e propri. Essendo di natura (lui) essenzialmente maligna, i suoi ritratti, oltre a essere “in action” (cioè a mostrare lo scrittore nelle sue azioni quotidiane) sono spesso ironici, anche se vi si trova una malcelata compassione per gli umani difetti. Credo dipenda dal fatto che Johnny è ben consapevole di averne tanti, di questi difetti. [db]

L’IMMAGINE – scelta dalla “bottega” – è del qui molto amato Jacek Yerka

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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