Religioni alla prova del globale

Intervista a Brunetto Salvarani

«Pensare le religioni al plurale è uno degli elementi centrali per capire la realtà di oggi e domani». Brunetto Salvarani ha interessi e passioni molto varie (ha scritto fra l’altro di Francesco Guccini e degli irriverenti Simpson televisivi) ma è in primo luogo un teologo e in questa veste ha ideato la collana «Fattore R» per la Emi: 16 volumi – in questo periodo escono i primi due – per fare i conti con «una dimensione globale che sta cambiando nel profondo anche le religioni, forse più di quanto esse si accorgano» spiega. Libri semplici per comprendere gli elementi essenziali delle religioni, le implicazioni sulla vita pubblica e i motivi di incontro-scontro.

Rivolgendovi al grande pubblico che linee-guida vi siete dati?

«Guardare le tendenze, i cambiamenti e il confronto delle religioni fra loro ma anche con la scienza. Come mai in passato, le migrazioni spostano il tradizionale radicamento: sappiamo dell’Islam ma anche induismo e buddismo sono in movimento. Il cristianesimo cala drasticamente in Occidente e cresce al Sud, in particolare nell’Africa e in alcune zone dell’Asia. Nuove carte di identità dunque».

La New-Age, o Next Age, sembra in crisi: è così?
«Come riferimento spirituale e consumo appare meno in voga ma rimangono le esperienze di fascinazione, la ricerca spirituale in direzione dell’Oriente con annessi sincretismi. Sia pure in piccoli numeri nascono ibridi; storicamente è già accaduto e non mi pare un elemento solo negativo. C’è il bisogno di uno sguardo sganciato da un mondo troppo tecnologizzato: in Occidente c’è poco spazio per la spiritualità. L‘attuale papa, quando era a capo della Congregazione per la dottrina della fede, da un lato si mostrò preoccupato per le contaminazioni ma allo stesso tempo sottolineò che dall’Oriente potevamo re-imparare l’importanza della meditazione».

Su questo scacchiere R dove si annidano di più gli integralismi?
«In un celebre libro Renè Girard disse che la violenza del sacro si annidava nelle religioni monoteistiche e aveva ragione dal punto di vista storico. Però l‘integralismo è una patologia che non si lega a una singola religione. Oggi la dimensione integralista si avverte soprattutto nella tentazione di sostituirsi al potere politico, che appare spesso debole. Però la pluralità ha penetrato tutte le religioni e dunque dobbiamo pensare che esistono molti Islam come molti ebraismi e cristianesimi, persino diversi cattolicesimi: questo è un buon antidoto all’integralismo».

Punti dolenti per tutte (o quasi) le religioni: le donne, la laicità, il rapporto con gli Stati. Cosa c’è di nuovo?

«Il femminile resta dirompente nelle religioni perché spesso le istituzioni sono gestite da maschi. Non ho dubbi che l’apertura a un nuovo protagonismo delle donne sia indispensabile, in particolare per il cattolicesimo e l’ortodossia. Non dimentichiamo che un analogo problema c’è per l’accesso dei giovani. Sulla laicità alcune religioni, per esempio i protestantesimi storici, se la cavano meglio però pagano un prezzo perché in questo momento storico il vento dell’identità soffia forte. E’ un nodo complesso, anche certo laicismo mostra le corde. Il rapporto con gli Stati è difficile per la generale crisi della democrazia: potrebbe essere un’utile occasione per ridiscutere tutto senza però pretese di sostituirsi al potere politico, un errore fatto anche in Italia. Nella società si avverte la mancanza di socialità, di comunità».

UNA BREVE NOTA

Questa mia intervista è stata pubblicata (parola più, parola meno) sul quotidiano “L’Unione sarda” il 7 febbraio 2012 con il titolo “La religione? Al plurale è meglio”. (db)


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