Robert Sawyer: realtà alternativa plausibile

di Andrea Bernagozzi

Al contrario dell’amico Daniele Barbieri (d’ora in poi Dibbì), ero presente a DelosDays2011, la convention su fantascienza fantasy horror che si è tenuta a Milano all’inizio di giugno (1). Ho potuto così realizzare quello che è il suo sogno ricorrente di questi tempi, almeno a livello di letteratura: incontrare in carne e ossa lo scrittore di fantascienza Robert James Sawyer.

La manifestazione milanese, frutto della felice intuizione e del duro lavoro di tante persone a cominciare da Silvio Sosio detto S*, si è svolta dal 2 al 5 giugno alla Casa dei Giochi, al confine tra Milano e Sesto San Giovanni. Ogni giornata era dedicata a un genere diverso: giovedì non gnocchi ma horror, venerdì fantasy, sabato fantascienza e domenica festa. C’era anche una sezione internazionale sulla letteratura fantastica contemporanea del Canada. Infatti erano presenti gli autori fantasy Tanya Huff e Steven Erikson, oltre ovviamente a Sawyer.

Tra gli appuntamenti più attesi di DelosDays2011 c’era proprio l’incontro di Sawyer con il pubblico. Quel sabato pomeriggio il nostro non si è tirato indietro, esponendo le sue opinioni e rispondendo alle domande più a lungo di quanto programmato, anche grazie al titanico sforzo di Annarita Guarnieri, nota traduttrice di opere di fantasy e fantascienza che per l’occasione ha fatto da interprete.

In rete trovate il resoconto completo dell’incontro con Sawyer, curato da Chiara Codecà e Emanuele Manco per la rivista Delos (2), oltre a un’intervista di S* (3) e a una videointervista di Luigi Pachì (4). In questo blog esiste un consolidato filone Sawyer, che recentemente ha visto l’intervento di Clelia Farris (5) in risposta a una dichiarazione d’amore di Dibbì (6). Trovando inconcepibile che nel blog non ci sia traccia anche del passaggio milanese dello scrittore di Flashforward, per me è stato un imperativo morale completare la lacuna. Ne scrivo perché io c’ero e purtroppo Dibbì no, ma non sono un giornalista né un critico. Mi limito a sottolineare alcune considerazioni dello scrittore che ho trovato particolarmente interessanti proprio sulla questione dei generi narrativi, in particolare il rapporto tra fantasy e fantascienza; i virgolettati dell’autore canadese sono tratti dalla referenza (2).

Sawyer si è rivelato essere uno scrittore militante, nel senso di letterariamente impegnato. Nel suo discorso ha voluto affermare che la fantascienza esiste e che ha un’identità ben precisa. Ha tenuto tantissimo a ribadire che la fantascienza è altra cosa rispetto a fantasy & c, senza che da ciò, ovviamente, derivi un giudizio di merito, cioè che la fantascienza è meglio. Parlava di fronte ai suoi colleghi e amici Tanya Huff e Steven Erikson, autori proprio di fantasy, e lui stesso è stato presidente della Science Fiction & Fantasy Writers of America: “Volevo creare un ufficio stampa che segnalasse tutte le volte che in un articolo della stampa non specializzata la parola fantascienza era usata in modo errato o dispregiativo, con espressioni come «è solo fantascienza», oppure erano usate a sproposito le parole fantascienza e fantasy”. Capito, Dibbì? Sawyer ne avrebbe anche per Markionne (7).

Incolpa Star Wars di aver confuso pubblico e critica tra fantascienza e fantasy: “L’unico termine scientifico che c’è nel film di Lucas del 1977 è parsec ed è usato in modo sbagliato”, come unità di misura del tempo e non di distanza. Non è fantascienza, ha sostenuto Sawyer, e per capire perché ecco la sua definizione di fantascienza: “La letteratura mainstream di una realtà alternativa plausibile”.

Sawyer ha spiegato la sua definizione parola per parola, con grande attenzione e pesando le parole, scelte affatto a casaccio. Chiedere che una storia sia plausibile implica che un’opera di fantascienza deve permette al lettore o allo spettatore di seguire il percorso “step by step” che porta “from here to there”, dall’inizio alla fine della storia, senza incontrare discontinuità, in maniera credibile. Altrimenti è opera di altro genere, magari bellissima, ma comunque non fantascienza: “Possiamo aspettare al binario 9 e ¾ per sempre, ma l’espresso per Hogwarts non passerà mai”.

L’altra specificità della fantascienza è che non solo descrive una realtà alternativa alla nostra, ma addirittura le appartiene. Per esempio, quando lo scrittore Kim Stanley Robinson, anch’egli canadese, immagina la conquista di Marte nella trilogia Red Mars, Green Mars e Blue Mars, la racconta come se fosse cronaca prima e storia poi. Gli eventi sono descritti alla stregua di un romanzo storico, come se il lettore sapesse tutto del pianeta rosso e dell’anno 2500: in questo senso la fantascienza è la letteratura non di genere di quella realtà possibile. Ovviamente il lettore sa solo che di Marte si parte, quindi “lo scrittore dev’essere capace di fornire tutti gli elementi di contorno, senza però andare a infrangere la familiarità che il lettore ha con il milieu, l’ambientazione della storia”. Qui si vede la mano dell’artista, c’è poco da fare, è questa capacità che distingue il professionista ispirato dallo scribacchino pur volonteroso.

Mi ha sorpreso il rigore matematico della visione della fantascienza che ha l’autore canadese. Se quello che è fantascienza per noi è invece mainstream nella realtà alternativa, allora ne segue che in quel contesto è automaticamente soddisfatta la richiesta di plausibilità, perché il mainstream narra in modo realistico, quindi plausibile per definizione. Viceversa, date certe ipotesi iniziali che costituiscono contesto della narrazione, che Sawyer ha chiamato più volte “milieu”, se impongo di poter seguire la narrazione passo per passo sulla base degli elementi forniti al lettore, allora la storia non può che essere realistica, quindi non di genere – in quel milieu, s’intende.

Sono un fisico e non un matematico, ma mi sento di affermare che la definizione di Sawyer individua delle condizioni necessarie e sufficienti: un’opera è di fantascienza se e solo se è mainstream in una realtà alternativa plausibile. Questo non elimina affatto emozioni, sentimenti, passioni, impegno e così via, perché questi ingredienti faranno parte integrante, a loro modo, della realtà alternativa in questione. È Philip K. Dick che incontra Cartesio, chi l’avrebbe mai detto.

Almeno, questa è la fantascienza che piace a Sawyer, che non apprezza i grandi scenari di Charles Stross, perché cadono dal cielo, e si riconosce più nella hard science fiction di Greg Egan che nelle Cronache marziane di Ray Bradbury: Dibbì, chiedi un po’ a Valerio Evangelisti che ne pensa, lui che definì Egan “illeggibile” nella prefazione di un certo libro… (8).

La militanza letteraria di Sawyer lo ha portato a più riprese, durante l’incontro con il pubblico a Milano, a sfottere i critici accademici paludati. Più volte li ha chiamati “the ‘literaci’”, ovvero i letterati in italiano nella sua pronuncia inglese, non perché parlano male della fantascienza, ma perché ne parlano senza conoscerla. Per Sawyer sbagliano l’approccio: i critici non sanno calarsi nel milieu come il lettore abituale, non hanno imparato a farlo da piccoli e non possono imparare a farlo da grandi: “ll testo per loro non ha letteralmente senso, quindi concludono che sia sciocco, quando in realtà è il contrario, è molto sofisticato”.

Inoltre per Sawyer un critico si relaziona a un’opera letteraria sulla base dei testi considerati di riferimento per la letteratura, per esempio quello che il critico Harold Bloom chiamò il Canone occidentale. “Ma la fantascienza ha un suo canone di opere fondamentali, a cui le buone opere di fantascienza fanno riferimento. Se non le si conoscono, ogni allusione è persa. Pertanto i ‘literaci’ arrivano alla conclusione che le opere di fantascienza siano senza valore”: anche in questa sua invettiva contro l’accademia, Sawyer ha applicato le regole della logica cartesiana, se allora, causa effetto. Affascinante, direbbe il signor Spock.

Ma in concreto che cos’è il “milieu”, il contesto? Si tratta dell’insieme delle ipotesi di partenza con i vincoli di plausibilità dati per svilupparle. Da questo incontro fruttuoso nasce la storia. Dei vincoli abbiamo già riportato sopra, qui concludiamo parlando delle ipotesi di partenza. Sawyer sorprende: “La targa della mia macchina è SF Writer. Il mio sito web è www.sfwriter.com (9) [e quello della moglie Carolyn Clink, anch’ella a Milano, è www.sfpoet.com (10), ndr]. Sono quindi uno scrittore di fantascienza, nel bene e nel male, anche se è un termine che non amo”. Colpo di scena. Dopo tutta questa arringa sul senso della fantascienza… Continua lo scrittore: “La buona fantascienza riguarda i grandi interrogativi, le grandi idee. A volte il genere viene definito, credo assolutamente a ragione, letteratura delle idee. Quindi il nome che preferisco è ‘letteratura filosofica’. L’abbreviazione diventerebbe quindi non Sci-Fi, ma Phi-Fi”.

In inglese si pronuncia ‘fai-fai’, insomma in italiano la letteratura delle idee da pensare rimanda, in curioso cortocircuito tra concetti e suoni, alle cose da fare. Per conquistare il futuro bisogna prima sognarlo, ma Sawyer sembra chiosare che poi bisogna pensarlo e infine realizzarlo: sarà per questo che Dibbì ne è così innamorato?

Ironia della sorte, all’Italcon che ha chiuso DelosDays2011 ha premiato gli autori Giovanni Mongini e Nicola Vianello del volume Quando al cinema c’è Star Wars, giudicato il miglior saggio per l’anno passato, e Gianfranco Viviani come curatore della collana dove è stato pubblicato Palinsesto di Charles Stross, eletto migliore romanzo internazionale di fantascienza battendo proprio il suo Rollback… Il nostro ha classe, non c’è che dire.

Purtroppo ha perso anche il suo cappello da baseball color beige. L’ha cercato dappertutto, è stato dato anche l’annuncio in sala, ma nulla, non è stato ritrovato (almeno finché io sono rimasto alla convention). Era disperato. Il lato umano di uno scrittore cartesiano.

Saint-Barthélemy, venerdì 24 giugno 2011

(1) http://www.delosdays2011.it/

(2) http://www.fantascienza.com/magazine/speciali/15307/robert-j-sawyer-e-la-fantascienza/

(3) http://www.fantascienza.com/magazine/speciali/15326/dai-neandethal-al-web-intervista-con-robert-j-s/

(4) http://www.youtube.com/watch?v=A5INi2FNbec&

(5) http://danielebarbieri.wordpress.com/2011/06/14/non-amo-sawyer-pero/

(6) http://danielebarbieri.wordpress.com/2010/10/18/innamorarsi-di-e-con-sawyer/

(7) http://danielebarbieri.wordpress.com/2011/06/07/fantascienza/

(8) http://www.carmillaonline.com/archives/2006/12/002041.html

(9) http://www.sfwriter.com/

(10) http://www.sfpoet.com/

Redazione
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2 commenti

  • Non sono un feticista ma VOGLIO il cappello da baseball Sawyer. E’ ovvio che lì sotto si cela: l’accesso agli universi paralleli oppure una pompetta “pioggia di idee” che Sawyer aziona quando è a corto di immaginazione. Chi lo ha rubato dunque si faccia vivo con me. Non posso spportare che qualcuna/o commetta questo odioso furto … da sola/o: dividiamoci la colpa. E il cappello. (db il ladrone, cugino di db il retto)

  • Sorry DB, poi l’ha ritrovato. 🙂
    Riporterei anche, perché è curiosa, la faccenda della citazione da Gibson. Tutti conoscono l’incipit di “Neuromante” “Il cielo sopra il porto (Andrea chiamato a Sawyer a dirlo in italiano disse “spazioporto”, ma lo perdoniamo) aveva il colore di una televisione sintonizzata su un canale morto”. Per Gibson era il massimo della depressione: il grigio neve che rappresenta tristezza e incertezza. Sawyer ha ripreso la frase nel suo ultimo romanzo, con un’aggiunta: “Il cielo sopra il porto aveva il colore di una televisione sintonizzata su un canale morto, quindi era di uno splendido blu”: le tv digitali moderne non hanno più la “neve”, ma schermate azzurre brillanti; e in questa differenza di non-segnale c’è tutta la differenza tra il rapporto pessimistico di Gibson e quello ottimistico di Sawyer verso la tecnologia.

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