RRS 3 – Phil, il cieco

La terza puntata (*) – proposta da Fabrizio Melodia, noto “astrofilosofo” – di una Round Robin Story (**) che sarà in “bottega” per qualche sabato

RRS-polipoTRE

La folla s’accalca sempre più nei negozi d’elettronica, un enorme serpente che si snoda pigramente sulle proprie spire, arrivando sino in fondo alla strada gremita da ragazzi e ragazze di ogni età, mentre Horty e David si avvicinano all’Apple Store dove l’imbonitore aveva poco prima fatto la sua televendita diretta, rito ormai canonico durante la Giornata della Memoria.

Il vociare sempre più alto spacca i timpani a David, il quale si copre le orecchie con le mani, senza perdere di vista il proprio Smartphone ultimo modello, agganciato a tracolla, un I-Phone dalla custodia in grafite, sudato regalo dei genitori per farlo passare di grado nello status quo del Club Apple.

David deve solo cambiare il proprio telefono con la versione nuova, per avere una splendida fotocamera a 42 megapixel, che avrebbe fatto impallidire quelli della fazione opposta, i quali vantavano il potente Nokia Lumia 1520, vero e proprio fiore all’occhiello della grande multinazionale Microsoft che gestiva in pratica le sorti di metà del pianeta, mentre il resto era spartito fra le altre multinazionali dell’elettronica, quali Apple, Linux, Pachard Bell e Olivetti.

«Ursula e Phil non hanno ancora chiamato?» chiede Horty, vedendo la fronte sudata e le mani tremanti di David, a giocherellare con il proprio I-Phone.

«Ancora no! Ma cosa ti è saltato in mente di dare loro il numero del mio I-Phone? Sai che hai commesso violazione della mia privacy?» risponde concitato a Horty, il quale però sfodera un sorriso divertito all’indirizzo dell’amico “anti-complotto”. Sorriso esibito anche in occasione della festa in cui si erano conosciuti, a sancire complicità e solidarietà, un senso di appartenenza a una “comprensione” più grande di loro, su un mondo nel quale hanno subito scoperto di sentirsi stretti, anzi prigionieri.

Horty gli aveva dato un libro di carta, già quello sarebbe stato reato; per di più era vecchio: aveva letto o sentito da qualche parte (ma dove?) che gli antichi volumi avevano le pagine stampate a torchio e i caratteri finemente lavorati da sapienti maestri incisori. Il libro cartaceo era stato soppiantato dall’ e-book dopo la rivoluzione informatica attuata da Charles Babbage e da Ada Lovelace… ma quel che si studiava a scuola differiva dai suoi “ricordi alternativi”.

Quel che insegnavano era che la morte del “cartaceo” avvenne proprio quando il mondo sembrava perduto sotto i terribili attacchi delle macchine aliene provenienti da Marte. Fu la dura guerra fra i seguaci di Steve Jobbs e di Bill Gates, con il terzo incomodo Linus Torwald. Ma a sconvolgere il quadro ci fu la “rivoluzione sociale” su suolo italiano con l’introduzione del super computer Elea, ideato e voluto fortemente dal genio Adriano Olivetti.

Una cosa è certa (o così sembra?): nella “Guerra delle Corporazioni” – in cui il padre di David aveva perso la vita – c’erano state la distruzione delle biblioteche e degli archivi storici, il recupero e la digitalizzazione dei “Grammatici”, la lenta ricostruzione del mondo spezzettato.

Suo padre…

David aveva sofferto molto per la mancanza della figura paterna. Durante la crescita si erano fatti strada ricordi “non conformi” che tutti i dottori avevano identificato come turbe psichiche per eccitamento ormonale. Ma ora David ha trovato qualcuno che condivide le sue stranezze. E’ meno solo e isolato. Oppure – pensa per un attimo – “sono un matto in compagnia”.

«E come fai a sfoderare una simile faccia di bronzo ogni volta, me lo spieghi?» sbotta David vedendo Horty, il quale tira fuori dalla borsa un nuovissimo modello di tablet I-Pad.

«Beh sai, dicono che noi brutti abbiamo sempre due punti a favore: intelligenza e sorriso. Io ho cercato di puntare sul secondo visto che, secondo molti, sono scemo perso» risponde Horty.

«Secondo te quanto ci metteranno ancora ad arrivare?» chiede David, fissando la fila dell’Apple Store e guardando poi la stretta via illuminata a giorno dai flash dei cellulari appena acquistati dalla gente impazzita per lo shopping frenetico.

«E’ strano, sono visibilmente in ritardo, ma dobbiamo mantenere la calma e aspettare» replica Horty, in apparenza tranquillo ma forse celando un briciolo di inquietudine.

Una vocina dentro David continua a sussurrargli che sarebbe meglio scappare a gambe levate. Respiro affannoso e fronte imperlata di sudore: decisamente fa spettacolo.

«Hai visto quei tipi vestiti di nero che si muovono rasente muro?» bisbiglia Horty, senza mascherare l’inquietudine.

«Certo. Sono sempre presenti nelle occasioni importanti come il Giorno della Memoria, perché potrebbero esserci in giro dati riservati e materiale dal valore di svariati milioni di crediti. Sono le guardie della Security delle Corporazioni, i famosi Uomini in Nero» risponde David.

«Ti vedo maledettamente bene informato su questi tipi» afferma Horty, con disappunto: non gli piace passare per il sempliciotto che cade dalle nuvole.

«Sai che voglio diventare giornalista televisivo? Sono bene informato sugli organigramma delle forze di Polizia e qualcosina conosco pure sugli Uomini in Nero» sottolinea David ma sottovoce. In realtà non è per nulla contento di vederli così da vicino. «Ragazzino, fai attenzione» impreca con voce rotta rivolgendosi a un adolescente che lo ha letteralmente travolto con il proprio monopattino in fibra di carbonio.

«Mi scusi non l’avevo vista! Stavo provando il mio nuovo I-Phone. Ah, le è caduto questo, davvero un bel telefono ultimo modello. Buon Giorno della Memoria, arrivederci» replica il ragazzino, sparendo poi con il suo monopattino e lasciando David a bocca aperta con in mano un cellulare “usa e getta” che non gli appartiene nel modo più assoluto.

«Dove hai preso quel telefono, David?» domanda Horty.

«E’ un cellulare “usa e getta”… che non ho mai avuto. Me lo ha rifilato quel ragazzetto che mi ha investito, non capisco davvero»; non fa in tempo a finire la frase che il telefono squilla, sovrastando il vociare della fila. David scambia un rapido sguardo con Horty, il quale gli fa cenno di rispondere.

«Pronto, chi parla?» scandisce David.

«Ah, non so, facciamo un po’ per uno?!»: all’altro capo c’è una squillante, ironica voce femminile. Lasciando a bocca aperta David, che accenna a Horty di avvicinarsi.

«Ma chi parla?!» insiste David.

«Sono Ursula, bella voce con la erre moscia. Io e Phil abbiamo avuto problemi con gli Uomini in Nero. Ho fatto appena in tempo a comprare un “usa e getta” e a fartelo recapitare da un ragazzino brufoloso che aveva voglia di guadagnarsi un po’ di crediti» fa Ursula, lasciando basito il suo interlocutore.

«Vi stavamo aspettando da parecchio, cominciavamo a preoccuparci. Ma che problemi? State bene? Volete che veniamo da voi?» replica David, facendo segni d’intesa a Horty.

«Ascolta bella voce, non ho molto tempo prima che qualcuno riesca a triangolare la comunicazione e a coglierci in flagranza di reato. Noi strani – parole accompagnate da una risatina – dobbiamo essere più scaltri di loro. Come dice Phil, nessuno è mai abbastanza al sicuro. Stavamo venendo da voi ma abbiamo fatto pessimi incontri e ci siamo dovuti arrabattare, dividendoci. Intanto incontratevi con lui. Pensa che carino, il buon Phil, mi ha regalato una bellissima spilla per il vestito scollato che volevo indossare per il nostro incontro. Ricordate che alla sua richiesta di SECRETUM FINIS AFRICAE MANUS AGE SUPER EIDOLON PRIMUM ET SEPTIMUM DE QUATTUOR voi dovrete rispondere con…». Ma in quell’attimo la comunicazione s’interrompe lasciando la schermata di fine chiamata.

«Che diavolo…?!» impreca David, rivolgendo uno sguardo perplesso a Horty, sempre più frastornato ma con quel sorriso attaccato alla faccia … che non accenna a smettere.

«Hai visto, David? Che ti dicevo? Il complotto non è una nostra fantasia da ormoni sballati… E speriamo che loro due si salvino» sibila Horty.

«Non dirlo nemmeno per scherzo! Ma come possono rintracciare le chiamate o tracciare dove si trova una persona, è assurdo…» cachinna David.

«Sveglia, bimbo, qua possono fare tutto. Secondo te, perché dopo le guerre aliene e l’avvento dell’era elettronica, tutto è stato portato sulla Rete Globale HG4? Perché i codici dei mainframe sono detenuti da poche persone? Perché tutta la società gira intorno a Giornate che venerano e ripropongono la tecnocrazia?» replica Horty, mangiandosi le parole.

«Ascoltami, posso credere che abbiano fatto sparire i libri cartacei e usato gli ebook per riscriverli o farli debitamente sparire. Posso persino accettare che in qualche modo stiano cambiando le nostre menti rielaborando tutto e facendo perdere pezzi della memoria storica, qualsiasi cosa questo concetto possa significare. Ma che riescano a tenerci sotto controllo permanente, a tracciare tutto e tutti, è impossibile» rimarca David alzando il tono di voce, forse più per convincere se stesso che l’amico Horty.

«Occhio, alcuni omaccioni si stanno avvicinando verso di noi» farfuglia Horty, facendo un cenno dietro le spalle di David.

«Credo tu stia prendendo un granchio al posto di un calamaro. Quelli dietro di noi erano la security, altro che Uomini in Nero e…» dice David ma non riesce a finire e deve ricredersi quando due energumeni, vestiti di nero – anzi la parte pignola del suo cervello annota che hanno candide camicie bianche sotto giacche nere di flanella – allungano le mani bloccando lui e il suo amico.

«Agenti Corporativi. Niente scherzi e non date spettacolo. Seguiteci senza fare storie e nessuno si farà male» comanda quello con i capelli neri tirati a lucido e con una piccola, quasi tenera cicatrice a croce sulla guancia destra.

L’altro agente è una donna con i capelli rossi raccolti in un sobrio chignon: minuta… eppure afferra Horty in una morsa salda e precisa: «hai sentito cos’ha detto il mio collega, cicisbeo? Seguiteci senza far baccano e tutto andrà per il meglio».

Horty sconcertato s’incammina con David. La sua testa lavora a tutta velocità per trovare una via d’uscita. Se è vero quello che ha sentito nelle sue ricerche, sarebbero stati sottoposti a un trattamento rieducativo per togliere tutte “le anomalie”: senza processi, è ovvio.

Gli agenti li scortano verso un’automobile bombata di grossa cilindrata, di un colore vicino alla grafite e con i vetri completamente oscurati. La portiera si apre e i due ragazzi si ritrovano caricati all’interno quasi come sacchi di patate. Stranamente loro due sono messi dietro mentre i due agenti corporativi vanno davanti. Ma scappare neanche a pensarci: porte bloccate e auto subito in velocità.

«Dove ci staranno portando?» sussurra David .

«Temo dove ci faranno un lavaggio del cervello» risponde di rimando Horty.

«Hai qualche idea per toglierci da questa situazione?» quasi singhiozza David.

«Certo che ce l’ho! Appena possibile tu meni un pugno a Mr. Croce e io tiro una gomitata a lei, poi ce la filiamo verso una casa sicura» sentenzia Horty con apparente allegria.

«Da quando in qua siamo esperti di arti marziali?» si stupisce David.

«Fare di necessità virtù» riassume Horty.

«Abbiamo davvero una Casa Sicura?».

«Era una battuta, David. Me la sto facendo sotto pure io se ti va di saperlo. E non so che fare» conclude Horty, con un sorrisetto tra l’ironico e il disperato.

L’automobile si ferma di botto. La donna (dentro di sé Horty l’ha soprannominata “Madama Butterfly”) apre la portiera e scende agilmente mentre Mr. Cicatrice esorta con modi autoritari i due ragazzi a fare in fretta.

I ragazzi obbediscono senza storie.

Si ritrovano davanti a un edificio fatiscente, forse un capannone industriale: muri in terra o sbrecciati, vetri rotti, nidi di piccioni, ragnatele…

Il portone è un pesante cancello chiuso da catene e lucchetti, grandi ma consunti dalla ruggine.

«Dove siamo?» bisbiglia David.

Horty vorrebbe rispondergli che secondo lui sono nel Centro di Rieducazione, dunque il Grande Complotto esiste davvero «e noi siamo vicini a scoprire la verità» … ma è in grado solamente di pensarlo perché Mister Croce e Madame Butterfly li strattonano, dividendoli.

Vicino al cancello, un vagabondo a piedi nudi sembra chiedere l’elemosina. Ha uno spolverino grigio topo che quasi cade a pezzi con occhiali da sole che sarebbero ridicoli se non avesse anche un bastone per ciechi. Barba grigia a strisce nere e i capelli bianchi tagliati corti, nota David con la parte del suo cervello che non è in preda al panico.

«Barbone, togliti di lì, smamma» esorta metallicamente Mr. Cicatrice.

Per tutta risposta il cieco si alza su gambe malferme, con passo strascicato si dirige incontro al quartetto, puntandosi sul bastone, decisamente troppo sottile per reggerlo.

«Fate la carità vi prego, solo qualche moneta per un panino…» chiede con voce impastata.

«Guardo se ho qualche moneta» si commuove l’apparentemente dura “Madama Butterfly” ma non fa in tempo a guardare nelle tasche visto che il bastone del mendicante saetta rapido contro di lei, atterrandola con un colpo secco.

«Carogna» impreca Mr. Croce, portando la mano sotto la giacca, in cerca del taser o chissà che ma il barbone velocissimo lo colpisce alle gambe e mentre cade lo stordisce (o lo uccide? pensa David) con due bastonate secche, sulla gola prima e poi in testa.

«Voi due puccettoni seguitemi, se volete vivere!» urla il cieco a David e Horty.

«S… se… secretum fin…» inizia David.

«Sì, sì, quella cosa lì, la soluzione è la lettera q e la lettera r, seguitemi e dopo avremo tempo per tutte ‘ste cazzate, adesso no» scatta il cieco – ma lo è davvero? – portandoli verso l’edificio di fronte.

«Chi diavolo sei?» azzarda David.

«Babbo Natale no?» sghignazza. «Chi vuoi che sia? Quello di cui parlava Ursula, l’autore del blog Alto Castello, sono Phil» dice l’uomo togliendosi gli occhiali e mettendo in luce un viso giovane sotto la barba finta e la parrucca.

«Cazzo. Un maestro del travestimento» – Horty e David parlano all’unisono – «E Ursula dov’è? Cosa è successo dopo la telefonata?!».

«Non c’è tempo. Entrate qui dentro, svelti!» intima Phil, toccando con il bastone gli angoli di una dimessa uscita sul retro dell’edificio.

Una comune parete di mattoni a vista fa da cornice a quella porta semplice, vetri spessi e scuri, con l’intelaiatura in alluminio dorato. Toccando con il bastone in successione i quattro angoli della porta, Phil abbassa la maniglia, appena in tempo poiché i colpi di un’arma esplodono poco sopra di loro, spargendo schegge.

I tre sono sul punto di entrare e i due agenti li raggiungono un attimo…. troppo tardi perché Phil riesce a prendere sotto braccio i sempre più frastornati David e Horty, trascinandoli all’interno e sbattendo l’uscio in faccia agli sbirri. Il classico rotto della cuffia, pensa frastornato David… e l’angolo pignolo (o scemo?) del suo cervello riflette «chissà poi perché si dice così, quale cuffia?».

***

Mr Croce tenta invano di far saltare la serratura con il suo Colt Python 357 Magnum, poi Madame Butterfly tira fuori dalla sacca un set di grimaldelli. Armeggia per qualche minuto e la serratura che scatta con delicatezza da orologiaio. Mr. Cicatrice la scansa precipitandosi dentro con la pistola spianata.

L’interno è una topaia: sporcizia ovunque, materassi, siringhe, merda, una puzza bestiale. Dei tre fuggitivi nessuna traccia.

«Dove cazzo sono finiti?» ringhia. Madama Butterfly si aggiusta i capelli con un gesto automatico ma intanto esplora minuziosamente il luogo. Pochi minuti e sbotta: «Qui non ci sono, Deckard! L’altra porta è sprangata dall’interno, le finestre sono troppo alte… Non so come ma ci hanno fregato».

«Niente scompare senza lasciare tracce, Ripley» risponde l’altro stizzito: «avvertiamo il comando che c’è bisogno di una ricerca sulla Rete Globale HG4. Li troveremo, non possono essere svaniti nel nulla» fa Deckard attaccandosi al cellulare. Parla in fretta, ascoltando in seguito la risposta a lungo. Poi chiede: «e la ragazza?». Mugola qualcosa, chiude il telefono e fa cenno alla collega «Andiamo».

«Che ti hanno detto della ragazzina?» domanda Ripley.

«I nostri la stanno facendo parlare ma è bella tosta. Sembra condizionata a tacere o imbrogliare… nonostante le iniezioni di sodio penthotal e scopolamina. Sawyer mi ha detto che voleva farle un Trattamento Ludovico, ma Clarke non è dell’avviso e prima vorrebbe sentire i Corporativi» borbotta Deckard.

«Psicologi, brutta razza, non sono buoni a niente con tutte le loro precauzioni» commenta lei.

«Ma noi torniamo indietro a mani vuote» s’incazza Deckard.

«Secondo te che facciamo adesso?» chiede lei.

«Non tocca a me decidere, per fortuna… ma se proprio vuoi sapere il mio parere» inizia Deckard e vedendo che lei si ferma a guardarlo prosegue: «E’ necessario usare la Procedura per trovare tutti i maledetti Ricordanti con i loro depositi di materiale proibito, libri cartacei, dischi in vinile, fumetti e altre porcherie. Sono piaghe sociali che devono essere eliminate» finisce Deckard mentre il suo occhio destro brilla di una luce rosso rubino sempre più intensa.

«Esseri umani, brutta razza. Perché non hanno fatto nulla nei primi tempi» sentenzia la collega, senza nascondere il suo disprezzo.

«Quando? Chi? Sherlock Holmes, Charles Babbage, Ada Lovelace, Albert Einstein e Sigmund Freud… il dottor Wells e il dottor Cavor? la guerra?… la malattia?» chiede lui ironicamente e, mentre lei resta in silenzio, aggiunge: «Basta chiacchiere, qui non abbiamo nulla da fare. Poi manderemo unità Runaway a perlustrare la topaia».

Si incamminano all’esterno, senza sapere di essere osservati molto da vicino.

***

«Dove siamo finiti?» chiede Horty a Phil.

«Benvenuti nell’Alto Castello» è l’inizio, decisamente in tono ironico, della risposta che poi si fa più seria: «il Secretum Finis Africae a cui solo io posso accedere e dove ho portato anche la nostra comune amica Ursula, prima di venire all’appuntamento. Avevamo deciso di arrivare per vie diverse ma purtroppo l’hanno presa. Io mi sono messo in salvo con i miei sistemi. Ursula è una gran ragazza, anzi una grande donna e ha capito tutto». Una pausa, poi con tono dolente: «Non so quanto tempo impiegheranno per piegarla ma temo che ce la faranno».

Phil si aggira a suo agio in quella stanza, uscita dal nulla, che ai due ragazzi sembra assurda: al centro un computer olografico su un tavolo di legno finemente lavorato; pareti costellate di scaffali zeppi di libri; dischi e fumetti fin quasi a scoppiare; mura alte 6 metri circa e strutturate come un esagono. Una porticina sotto e un’altra alle loro spalle.

Sul monitor, che in realtà è una proiezione olografica, il trio ha seguito tutti i movimenti di Deckard e di Ripley.

Phil manovra abilmente il macchinario, con un sorriso amabile e saggio, o almeno così sembra.

Silenzio finché… Horty sbotta: «Chi diavolo sei? Cosa è questo posto? Come cazzo ci hai fatto entrare? Perchè quei due non sono riusciti a entrare? Anzi neanche ci hanno visto, mi sa…».

«Calmatevi ragazzi! Ci sarà tempo per le spiegazioni. Per ora sappiate che anche io sono stato portato qui da qualcuno che mi ha insegnato la strada per ricordare e per non cadere preda di Loro» replica di Phil.

«Loro … chi?» si intromette David concitato.

«Quelli che riscrivono il linguaggio, la storia, la memoria di tutti noi» è la secca risposta di Phil.

Con una risata isterica e grattandosi il naso quasi a sangue, Horty riprende la parola: «che ti dicevo, David? Questo è il Santo Graal dei complotti governativi, la prova che niente è come sembra, che negano tutto sempre e comunque. E noi scopriremo il Master Plan… noi tre da soli vinceremo» finisce con un mezzo singhiozzo.

«Un complotto, è vero. Non come lo pensate voi. Ursula aveva intuito qualcosa, soprattutto dopo la lettura del mio blog. Io lo aggiorno ogni volta che esco da scuola, dove alleno corpo e mente per non farmi anestetizzare i sensi nuovamente. E anche voi due dovete imparare a farlo» riprende Phil con voce ferma.

«Ma cos’è questo posto?» chiede nuovamente David.

«E’ un non-luogo, un’utopia ben presente. Una quinta dimensione oltre a quelle conosciute, è senza limiti di tempo come l’eternità e senza confini come l’infinito. E’ la regione intermedia fra la luce e l’oscurità, la regione dell’immaginazione che si trova ai confini della realtà. Fu istituita dalle menti geniali che ci salvarono durante gli anni bui della guerra aliena e della rivoluzione informatica, quando il nostro tempo finì ed iniziò il Loro»: Phil parla quasi a pappagallo, difficile capire se sia serio del tutto.

«Continuo a non capirci un cazzo. Siamo dove ? Entrati come?» si accalora David, prendendo Phil per una spalla come per dar più forza alle sue domande.

«Avremo tempo di parlarne. Ursula sarà sottoposta al Trattamento Ludovico, se il test del Voight Kampf non sortisce l’effetto desiderato. Ma voi non capite di cosa parlo, già…». Breve pausa poi Phil riparte deciso, come se avesse avuto un’ illuminazione divina: «Andate verso quello scaffale di libri in fondo a destra, premete – sì, premete – il libro “La Macchina del Tempo” del dottor Herbert George Wells. Non mi guardate con quelle facce cavalline. Fatelo per favore».

Horty si muove per primo ed esegue l’ordine: all’istante si apre uno scomparto segreto, che porta a una stanza diversa ma sempre esagonale, al cui interno fanno mostra di sè diversi cimeli: la pistola a raggi e la lente speciale (“forse di Sherlock Holmes” pensa Horty) e quelli che sembrano tratti da un libro di storia: il primo prototipo della macchina calcolatrice di Charles Babbage, il programmatore di Ada Lovelace, l’oniroscopio di Sigmund Freud e…

«Smettete di avere quei bellissimi occhi ebeti, ecco qua il nostro piccolo risolvi-problemi per salvare Ursula. Questo è l’orologio del dottor Wells, sì, quello che a scuola ci insegnano essere solo fantasia mentre in realtà la macchina del tempo esiste, certamente non come la raccontano. Ora imposterò il “time in” esattamente qualche minuto prima che Ursula esca di casa e le scriverò sulla lavagna dei memorandum che tiene in cucina di non fare la solita strada così ci incontreremo in un luogo molto più appartato. Voi conservate questi foglietti che vi dò, in cui ho annotato i luoghi del nostro nuovo incontro. Mi raccomando, tenete a casa gli SmartPhone e indossate queste spille con gli esagrammi dell’ I-Ching incisi. Li ho trovati qui, servono a occultare il vostro segnale portante e rendervi invisibili per brevi periodi ai satelliti, in modo da sembrare semplici anomalie. Devo stare attento a non modificare troppo la linea temporale principale: il dottor Wells si è raccomandato nel suo libro di non pasticciare troppo con il tempo o le conseguenze potrebbero essere catastrofiche, ma questo ve lo spiego un’altra volta. Muoviamoci, chi ha tempo non aspetti tempo!».

David e Horty lo guardano con le bocche spalancate. Poi sembra che fra loro scatti un segnale o che per magia abbiano lo stesso pensiero, qualcosa tipo “ci sarà tempo per capire, ora bisogna agire”. Indossano le spille con gli esagrammi dell’ I-Ching e si preparano per il balzo temporale o “time in”, come l’aveva nominato poco prima il buon Phil.

«A tra poco, ragazzi, mi raccomando, non perdete spille e foglietti» si raccomanda di nuovo Phil, facendo scattare l’ingranaggio dell’orologio dorato dall’antica foggia ottocentesca.

Un lampo di luce li avvolge e un vortice si apre dinanzi ai loro occhi. Tutto appare distorto, come fossero in preda a droghe pesanti. Il dolore si fa strada nei loro corpi, quasi una sensazione di allungamento o di smembramento. Poi si fa tutto nero.

David e Horty ammirano la folla di gente accalcata per il Giorno della Memoria, intenta a fotografare ogni cosa capiti sotto i loro occhi con i nuovissimi SmartPhone ultimo modello.

Hanno ricordi confusi di loro stessi ma come visti dall’esterno. Davvero una sensazione straniante o forse un’allucinazione ad occhi aperti.

La cosa più sorprendente però sono i foglietti che si ritrovano nelle tasche e le spille con incisi gli esagrammi Chien – il creativo, su quello di David – e Kun, il Ricettivo, per Horty.

I ragazzi si stanno chiedendo, ogfnuno per conto suo, se hanno seguito quello che c’era scritto nei foglietti e se ora si trovano alla giornata della memoria come si erano accordati. Se è così stanno aspettando Phil e Ursula, visibilmente in ritardo.

«Dove diavolo sono andati a finire? Aspettiamo ancora un po’ ma poi smammiamo, tutte queste stranezze mi stanno facendo andare via di testa. Ehi, attento a dove vai!» impreca David rivolto a un ragazzino in monopattino che quasi lo ha travolto.

«Mi scusi non l’avevo vista! Stavo provando il mio nuovo I-Phone. Le è caduto questo, davvero un bel telefono “usa e getta” da vero tamarro. Buon Giorno della Memoria, arrivederci» replica il ragazzino, sparendo.

«Dove lo hai preso?» gli domanda Horty.

«E’ un cellulare “usa e getta”… che non ho mai avuto. Me lo ha rifilato quel ragazzetto che mi ha investito, non capisco davvero…»; non fa in tempo a finire la frase che il telefono squilla a tutto volume, sovrastando il vociare della fila.

Contemporaneamente David e Horty si sentono come se stessero saltando in un abisso profondo settantamila metri…

[LA RRS CONTINUA fra 7 giorni]

(*) qui il LINK della puntata precedente: RRS 2 – La Giornata della memoria

(**) Cos’è una «Round Robin Story»? E’ un gioco di scrittura… Una storia dove autori/autrici si susseguono, a turno, per scrivere “al buio” (cioè senza una sceneggiatura) pezzi di una storia; di solito chi inizia… è “condannato” anche a concludere, cioè a tirare fuori il finale.
Divertente ma difficile.

Barare è lecito ma certo molte amicizie si sono rotte per chi trascina una RRS trooooooooppo fuori dai binari. Facciamo un classico esempio. C’è una famosa striscia di SNOOPY alla macchina da scrivere, all’incirca così: nella prima vignetta il bracchetto scrive «era una notte buia e tempestosa»; nella seconda vignetta aggiunge: «in un ospedale un medico fece un’importante scoperta»; terza vignetta: «una nave pirata apparve all’orizzonte»; e nella quarta vignetta uno Snoopy assai perplesso riflette «mi sa che sono nei casini».. Ecco questo è un rischio.

L’altro pericolo è che chi scriverà la “puntata finale” alla fine ignori “del tutto” gli altri e le altre che hanno giocato. Scorrettissimo no?

Qui in “bottega” alcune persone hanno accettato di giocare, come vedrete. Ogni sabato… finché ci saranno giocatori/giocatrici: abbiamo messo nel conto una decina di puntate, forse due di meno (diserzioni?) o forse due di più (altre pazze e altri pazzi si vogliono aggiungere?). Il “buio” fa paura e affascina.

Il logo della nostra RRS, Round Robin Story per l’appunto, è stato disegnato da Energu che annuncia: varierà – sempre? – un poco a seconda dell’estro, del sole o no, della premozione 16, della variabile Zyx, del vino.

Ci ritroviamo qui fra 7 giorni. (db)

 

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

3 commenti

  • ALCUNE PICCOLE CONSIDERAZIONI

    Ecco qua, è la primissima volta in vita mia che partecipo a una Round Robin Story e ne sono a dir poco onorato, deliziato e divertito. Ho cercato di dare il massimo, sempre cercando di divertirmi e divertire.
    Molti gli elementi che ho inserito nella storia, a iniziare da un omaggio a Umberto Eco, recentemente scomparso, e al suo maestro indiscusso Jorge Luis Borges, oltre allo SteamPunk di William Gibson, ma soprattutto al miglior Philip Josè Farmer. Piccolo omaggio anche a Dick e al Ridley Scott di “Alien”. Un omaggio anche a Kubrick ma un riferimento doveroso va a uno dei miei romanzi preferiti di John Brunner, “The shockwave rider”, oltre che al grande H.G. Wells. Ultimamente sono stati omaggiati spesso in varie serie televisive che seguo, come Sanctuary e Warehouse 13, per dire delle migliori.
    Spero di aver trasmesso quel piacere che provo dinanzi a questi meravigliosi giochi. Ho lasciato il finale aperto, pur con la trama sviluppata in modo ricorsivo.
    Chiedo perdono se mi son lasciato prendere la mano dall’entusiasmo e dalla passione.
    Buon divertimento a tutti dal vostro astrofilosofico Snoopy.

  • Un contributo scoppiettante, direi bebop. Grazie astrofilosofo, bene così, sempre più difficile, signore e signori! Chi sarà la prima o il primo che avrà il coraggio di mostrarci Ursula?

    • Grazie di cuore, Andrea…. sono davvero molto felice che sia piaciuto e che un Cowboy Bepop come me sia riuscito a strappare un sorriso. Spero che Bianca abbia voglia di farci vedere Ursula…

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