Salvatore Palidda: «Polizia, sicurezza, insicurezze»

recensione di Vincenzo Scalia (*)

Le forze di polizia si connotano storicamente per costituire uno dei cardini dello Stato moderno. Non a caso, la letteratura scientifica anglosassone, le qualifica col termine enforcers, ovvero attori deputati al compito di mettere in pratica le leggi, sia quando prevengono, sia quando reprimono. Attorno questo compito, gravitano una serie di aspetti che necessitano di essere approfonditi: come si esplicita il ruolo di enforcement? In che modo le forze di polizia danno senso al loro agire? Quali peculiarità contraddistinguono le forze di polizia italiane? Salvatore Palidda, nel suo libro Polizia, sicurezza, insicurezze (Meltemi, Milano, 2021, pp.300) prova arispondere. L’autore si cimenta in un esercizio imperniato su di uno sguardo a volo d’uccello sui problemi della polizia contemporanea, in quanto affronta la lotta alle mafie, il securitarismo, la tecnologizzazione delle forze di polizia, provando a fornire un quadro generale.

Palidda ci ricorda che le forze di polizia, sin da quando Robert Peel istituì la Metropolitan Police a Londra, applicano la legge attraverso una prassi selettiva. In quanto istituzione dello stato liberale, la polizia deve legittimarsi presso l’opinione pubblica per l’uso misurato della violenza, laddove l’esercito si distingueva per le repressioni brutali. Perciò i poliziotti, adottano il criterio di separare le classi laboriose, ovvero i gruppi sociali integrati nell’ordine socio-politico esistente, dalle classi pericolose, ovvero quei gruppi reputati come una minaccia dalla società liberale. Questa peculiarità si connota come una costante, cosìcché migranti, senzatetto, attivisti, sex workers, saranno sempre passati al vaglio della prevenzione e della repressione.

La selettività delle pratiche di enforcement fa sì che il lavoro delle forze di polizia, più che caratterizzarsi per una lineare applicazione della legge, consista piuttosto in una costante oscillazione tra legalità e illegalità, che Palidda sintetizza con la definizione di anamorfosi. L’impalcatura dello stato di diritto è continuamente soggetta alle pressioni a cui la sottopongono i conflitti sociali. Ne consegue la sua torsione in direzione delle paure, delle insicurezze, degli interessi e dei valori dominanti. E’ per via dell’anamorfosi che le forze di polizia focalizzano la loro azione sulla criminalità di strada e trascurano quella dei colletti bianchi. Per lo stesso motivo, fenomeni come la gestione dell’ordine pubblico o la regolamentazione del mercato del lavoro, vengono delegate implicitamente a forze extralegali, come la mafia e il caporalato, in nome della convenienza immediata, oltre che dell’inopportunità di toccare certi interessi.

All’interno dell’anamorfosi, si crea lo spazio per la formazione della cultura di polizia. Le forze dell’ordine, spiega l’autore, si connotano per la loro auto-legittimazione e per l’auto-assoluzione dagli abusi. I criteri orientativi della deontologia professionale poliziesca saranno l’ esperienza e l’approvazione dei colleghi, ovvero la cerchia sociale e morale di riferimento. Inoltre, nel contesto contemporaneo, in cui il securitarismo svolge un ruolo egemonico, i poliziotti daranno per scontato che l’opinione pubblica approverà i loro comportamenti illegali, o, quantomeno, non ne chiederà conto. Nel caso italiano, per via dell’assenza di commissioni indipendenti che possano investigare sugli abusi commessi, il processo anamorfico raggiunge l’acme.

Sulla polizia italiana, Palidda mostra come la tardiva smilitarizzazione, le mancate riforme degli anni novanta, la sovrapposizione territoriale e operativa, il blocco del reclutamento esterno, il progressivo ricorrere ad ex-militari da impiegare come effettivi, abbiano cronicizzato i problemi che caratterizzano la polizia italiana, in particolare nella gestione dell’ordine pubblico e delle migrazioni.

L’autore accenna anche alla tecnologizzazione della polizia e ai problemi correlati. Però, come in altre parti del libro, si limita ad una discussione generalizzata, senza cimentarsi né in una discussione della letteratura scientifica, né in una produzione di materiale empirico che renderebbe le sue teorizzazioni più solide. Per questo possiamo considerare il suo lavoro come una proposta di linee guida per una ricerca ad ampio raggio.

(*) pubblicata sul quotidiano «il manifesto» (con il titolo «Sociologia dell’enforcement, tra paure e rimozioni») il 20 maggio

 

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