Sanremo-Libia: «benigno è il vento»

di Domenico Stimolo

Dal palco… si alzò forte il canto «Tripoli bel suol d’amore»: per la serie «prima deliberatamente frantumano il vaso e poi vogliono appiccicare i centomila cocci sparsi»

Mentre il festival nazional-popolare era agli sgoccioli e si stavano lustrando i premi per la consegna, con gli elettricisti a provare gli interruttori per lo spegnimento delle luci e il sistema di comando per la chiusura dell’enorme tendone… ecco solenne, con toni e volumi crescenti e rimbombanti, irruppe il suono e il canto dello storico inno nazional–coloniale, quello che proclamò “patria”… la quarta sponda (con tutti gli umani connessi, molti fatti diventare cadaveri) e con le immortali gesta d’armi tramutate in versi nelle liriche appositamente approntate da colui che poi, a furor nazionalista-guerrafondaio (e di schioppi) fu proclamato vate nazionale.

Fra il pubblico diversi erano commossi e frementi, improvvisamente pensando che fossero ritornati “ i tempi belli” e automaticamente distesero il braccio (ce n’è sempre qualcuno in agguato) pensando così di anticipare i tempi della storia.

Scalpitanti irruppero le note: «Tripoli, bel suol d’amore, ti giunga dolce questa mia canzon, sventoli il Tricolore sulle tue torri al rombo del cannon! Naviga o corazzata: benigno è il vento e dolce è la stagion. Tripoli terra incantata, sarà italiana al rombo del cannon. A te, marinaro, sia l’onda sentier; sia guida Fortuna per te bersaglier; va’ e spera, soldato, Vittoria è colà. Hai teco l’Italia che gridati: va’! Al vento africano che Tripoli assal già squillan le trombe, la marcia real. A Tripoli i turchi non regnano più: già il nostro vessillo è issato laggiù».

Io all’improvvisò fui svegliato da una tempesta i cui echi stranamente somigliavano ai toni di quell’altro antico funereo canto «bombe a man….carezze di pugnal…». Era stato soltanto un brutto sogno.

Poi, acceso il video, mi accorsi che il delirio “fantasticato” era stato premonitore. Forti dalla tv uscivano le grida di battaglia: «Pronti ad intervenire in Libia», «Invieremo cinquemila uomini», «Faremo la nostra parte», «Sì all’azione militare»…

Si stavano già allestendo i sacchi. Quelli lunghi, robusti e neri. Come nel 1911. Ma l’altro 11, quello del sacro articolo scandito dalla Costituzione? Speriamo che un “gigantesco undici” inneggiante alla pace, portato da milioni di persone che rigettano la guerra, li faccia rinsavire!

PS – Scrivono i testi storici che Giolitti, il primo ministro dell’epoca, trovandosi in gravi difficoltà con la gestione degli affari pubblici e politici… volse lo sguardo alla Libia. Nacque la guerra italo-turca.

 

Redazione
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Un commento

  • Daniele Barbieri

    sulla Libia segnalo la riflessione di Andrea Segre su “Internazionale”: IS e migranti – la grande confusione .

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