Santa Maria Capua Vetere: la mattanza

Il massacro della settimana “santa”: un estratto del libro. A seguire un articolo di Ascanio Celestini

«La settimana santa. Potere e violenza nelle carceri italiane»: un estratto del libro (*)

È in libreria dal 29 ottobre 2021 a Napoli, Bologna, Milano, Torino (distribuzione in aggiornamento) La settimana santa. Potere e violenza nelle carceri italiane (Monitor edizioni, 77 pagine, 8 euro), un libro di Luigi Romano.

Gli eventi raccontati nel libro risalgono al marzo 2020, quando le carceri italiane, ormai ridotte a discariche sociali, collassano all’unisono sotto il peso dell’epidemia. L’uso della forza salvaguarda un equilibrio impossibile e a farne le spese, inevitabilmente, sono i detenuti. Il volume ricostruisce la cosiddetta “mattanza” del 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. La violenza ferina di una “perquisizione straordinaria”, prima ignorata da (quasi) tutti, poi diventata un caso nazionale.

Pubblichiamo a seguire un breve estratto del libro. 

Il 5 aprile 2020 il provveditorato invia cento uomini del Gruppo di supporto a Santa Maria. La direzione, coperta da un vice direttore, è in contatto con tutti i vertici ed è stata informata che se l’occupazione della sezione dovesse continuare si dovrà autorizzare l’intervento violento delle forze dell’ordine.

Si stanno barricando, fate venire il gruppo e qualcuno esterno”.

Ma stanno distruggendo qualcosa?”.

No, no. Aspettano il magistrato di sorveglianza”.

La tensione cresce.

Quindi che faccio? Ti mando gente?”.

Si cerca di capire quali agenti residenti in zona possano intervenire a Santa Maria.

Pare che solo una sezione sia rimasta fuori, io sono pronto nel caso ci fosse bisogno”.

Anche le organizzazioni sindacali di categoria sono pronte a manifestare il loro sostegno qualora dovesse essere necessario. Dalle chat emerge che quel momento poteva essere propizio per avanzare la richiesta di “chiudere i reparti”, una battaglia storica della polizia penitenziaria, che identifica il problema dell’insubordinazione con il regime aperto delle celle.

Il regime aperto prevede infatti la libertà per il detenuto di muoversi in sezione, un’opportunità in linea con le istanze rieducative della pena che spinge alla progressiva responsabilizzazione della persona. Tuttavia, l’assenza di una reale offerta formativa o lavorativa riguarda la quasi totalità degli istituti, quindi il regime aperto nei reparti dei comuni (sempre molto affollati) perde la funzione individuata dall’ideologia istituzionale e si concretizza in una misura premiale per i più docili.

D’altra parte, per consentire questo tipo di regime il personale di polizia deve vigilare con maggiore attenzione. La sezione diventa allora il terreno di scontro in cui prendono forma le politiche penitenziarie. Un terreno conflittuale in cui il controllo dello spazio o l’acquisizione di maggiori libertà rappresentano la posta in gioco. L’alleggerimento della tensione e del carico di lavoro è il motivo principale che coalizza tutte le organizzazioni della polizia penitenziaria (finanche la Cgil) nel sostenere la chiusura dei reparti. La protesta del 5 aprile era quindi un buon pretesto per avanzare con forza questa richiesta.

Stanno ancora aperti?”.

Basta devono stare chiusi. L’ho detto anche al comandante, il Nilo si deve chiudere per la situazione di ieri. Non possono rimanere aperti”.

Nel frattempo sul posto arrivano anche polizia e carabinieri. Ma ormai i detenuti stanno trattando con gli agenti della penitenziaria e visibilmente la protesta comincia a rientrare. Nonostante ci si avvii verso una soluzione, l’immaginario di guerra sembra avere conquistato tutti.

Ma lui dove sta?”.

Dove vuoi che stia, lui è sempre in trincea”.

Come va, siete ancora fuori? Mi raccomando occhi aperti, fate male sempre a loro”.

La fine della protesta distende la maggior parte degli animi. In fondo è stata una buona prova di mediazione e se il mondo fosse finito il 5 aprile, guardando quei momenti dalla prospettiva di chi doveva gestire un problema di ordine pubblico, quel giorno poteva considerarsi un successo, alla stregua di quelli raggiunti il mese prima a Salerno e Napoli, con le rivolte sedate senza morti o particolari spargimenti di sangue. Ma le intenzioni che avrebbero animato l’intervento del giorno successivo si rintracciavano già in buona parte degli agenti in servizio.

Però il personale è inviperito perché avrebbe voluto un intervento di forza”.

Le guardie penitenziarie erano rimaste scontente e con l’eventuale azione di forza speravano di recuperare un maggiore controllo dei reparti. La giornata si chiude quindi con un riequilibrio parziale, lasciando aperti scenari del tutto imprevedibili. Il collasso di un istituto può infatti avvenire sia per un rafforzamento del potere dei detenuti all’interno delle sezioni, sia per l’insofferenza degli agenti penitenziari. I fatti del giorno successivo dimostreranno che si scelse di privilegiare (e assorbire) quest’ultimo tipo di malcontento per ripristinare dei ritmi di lavoro efficaci in un momento emergenziale.

(*) ripreso da napolimonitor.it

La retorica carceraria del governo e i «vitelli da abbattere»

Santa Maria Capua Vetere. Le accuse sono di tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico e cooperazione nell’omicidio colposo del detenuto algerino Lakimi Hamine. L’udienza preliminare a tappe è cominciata a dicembre, proseguita l’altro ieri e rimandata al 25 gennaio. Ma la domanda che mi faccio non è se avremo giustizia. Mi chiedo se i macellai che vanno ad abbattere i vitelli sono mele marce o un esercito che combatte in prima linea

di Ascanio Celestini (**)

Vorrei parlare delle immagini televisive di Draghi e Cartabia che arrivano nel carcere di Santa Maria Capua Vetere a riportare ordine e democrazia nell’ennesima macelleria messicana.
La repressione violenta dei secondini risale all’aprile del 2020, ma le immagini riprese dalle telecamere interne cominciano a circolare molti mesi dopo. Lo scandalo finisce in tv, sui giornali, fluisce nei social. Così mi viene in mente un articolo scritto da Pier Paolo Pasolini sessant’anni fa dopo la strage di Reggio Emilia.

Il 7 luglio del ’60 le forze dell’ordine ammazzano 5 manifestanti. C’è una registrazione fatta quel giorno. Si sentono i lacrimogeni e i colpi di arma da fuoco. “Spero che nessun registratore serva mai più a stampare dischi come questo” scrive Pasolini alla fine di agosto di quell’anno e si stupisce della “freddezza organizzata e quasi meccanica con cui la polizia ha sparato”. Ha “la sensazione netta che a lottare non siano più dei dimostranti italiani e una polizia italiana”, ma “due schiere quasi estranee: la popolazione di una città che protesta contro delle truppe occupanti”. Cioè che le forze dell’ordine agiscano “quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia”.

Il mondo dei ristretti sta a quello dei cittadini liberi come una terra africana al civile paese europeo che l’ha occupata militarmente. In quella colonia vengono spediti i cittadini ingestibili. Le pecore nere per le quali non c’è tempo da perdere per riportarle nel gregge. Tossici che diventano spacciatori o ladri; stranieri che non hanno il privilegio di una cittadinanza vera; recidivi di tutte le razze; vittime di un groviglio di errori e crimini commessi da un genitore, un compare, un giudice, un avvocato, da loro stessi e da tutti insieme. I viaggiatori democratici sono accolti dal direttore del carcere che è una donna bionda con un bel vestito a fiori e una mascherina rosa. La mascherina che reclamavano anche i detenuti lasciati nel patologico sovraffollamento carcerario italiano. Li accoglie a nome di tutto il personale “e in particolare a nome della polizia penitenziaria” dice. Un minuto dopo entra in scena il Presidente del Consiglio. Comincia con una frase che pare scritta per finire copiata su tutti i giornali. “Non siamo qui a celebrare trionfi, ma a affrontare le conseguenze delle nostre sconfitte”. Cita l’articolo 27 e i diritti universali. Ricorda le condanne pecuniarie della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. In fondo è un uomo che si occupa di soldi! Poi ringrazia il “corpo della polizia penitenziaria nel suo complesso” e se ne va.

Un signore anziano in borghese, anche lui con la mascherina ben calzata, igienizza i microfoni, arriva la ministra e saluta le autorità, la direttrice, il comandante e il personale. Saluta anche i detenuti “con un particolare pensiero a tutti coloro che in questo luogo hanno subito atti di ingiustificabili violenze e umiliazioni”.“Occorre aver visto” dice scandendo le parole.
Poi ricorda che nel PNRR ci sono i soldi per l’edilizia carceraria, per un padiglione anche a Santa Maria Capua Vetere. Ma ricorda pure che “la pena non è solo carcere” e infine che bisogna assumere nuovo personale. Servono “più fondi e più impegno per la formazione permanente”. Investire più quattrini per la polizia che “svolge un compito complessissimo dentro il carcere e la sua attività non è del tutto conosciuta all’esterno” perché oltre alla custodia deve “accompagnare il detenuto nel percorso di rieducazione”.

Come si fa a cominciare con un particolare pensiero ai detenuti che “hanno subito atti di ingiustificabili violenze e umiliazioni” e poi chiudere con un elogio alla polizia che svolge una attività non “del tutto conosciuta all’esterno”? È proprio per quell’attività che la ministra e il Presidente sono venuti in visita. Proprio perché l’abbiamo conosciuta all’esterno.
In Parlamento la Cartabia aveva detto che le immagini video di Santa Maria ricordavano i “fatti di violenza altrettanto inaudita” del G8 di Genova. Perché c’era bisogno di riportare il discorso sulla retorica dell’edilizia carceraria, delle pene rieducative e, dunque, delle mele marce? Perché i due eleganti viaggiatori terminano il loro viaggio nella pittoresca colonia e se ne tornano nel salotto del civile paese europeo. Mentre la truppa d’occupazione resta nel fortino e domani tornerà in trincea. I secondini stanno in prima linea. Quando scrivono i loro messaggini sono più espliciti del Presidente, della Ministra e dei loro ghostwriters.

Luigi Romano ha raccolto questa storia in “La settimana santa” pubblicato da Napoli Monitor. Le frasi delle guardie sono prive di retorica.
U tiemp re buoni azioni è fernut. E uno aggiunge: vi aspettiamo giù in trincea. E poi Li abbattiamo come vitelli. Oppure Arrivano i lupi. Un detenuto si prende un calcio in faccia. Sei l’antistato, sei un uomo di merda, dovete ringraziare la Madonna se siete ancora vivi. Andrei a prendere la pistola e ti sparerei in bocca.
Le accuse sono di tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico e cooperazione nell’omicidio colposo del detenuto algerino Lakimi Hamine. L’udienza preliminare a tappe è cominciata a dicembre, proseguita l’altro ieri e rimandata al 25 gennaio. Ma la domanda che mi faccio non è se avremo giustizia. Mi chiedo se i macellai che vanno ad abbattere i vitelli sono mele marce o un esercito che combatte in prima linea.

Occorre aver visto” dice Marta Cartabia e sembra dire che non ne sapeva niente come i generali che seguono la guerra muovendo il dito sulla carta geografica, ma non conoscono le marocchinate della soldatesca.
E mentre Draghi si preoccupa delle multe da pagare per il sovraffollamento, infine, io mi chiedo: il carcere è un luogo di rieducazione o uno stato straniero da sottomettere? Lo sanno tutti che in guerra ci si va per vincerla e non per rieducare civilmente il nemico.
I soldati che accarezzano i bambini stanno solo nelle parate.

(**) ripreso da il manifesto.it del 13 gennaio

LA VIGNETTA – SCELTA DALLA “BOTTEGA” – E’ DI MAURO BIANI.

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