Scioperi di ieri e manifestazioni di oggi.


dalla newsletter di Radio Onda d’Urto

appuntamento sabato 29 alle ore 14.00 a Roma da porta San Paolo e a Milano da piazza 24 Maggio

LAVORO – Oggi (ieri, n.d.r.) è stata la giornata dello sciopero generale del sindacalismo di base per tutte le categorie. Manifestazioni in tutte le città che saranno seguite sabato dalla duplice manifestazione nazionale a Roma e a Milano, “contro la finanziaria di guerra e il governo Meloni” con le sue complicità con il genocidio per mano israeliana in Palestina. Radio Onda d’urto ha seguito lo sciopero con collegamenti da tutta Italia e ha dedicato una pagina del sito ad interviste e interventi di oggi.

A Brescia, città da cui trasmettiamo, poco meno di un migliaio di persone hanno dato vita a un corteo partito da San Faustino e terminato davanti alla Prefettura. La manifestazione è stata organizzata da sindacati di base – Usb, Cobas e Cub – oltre a Magazzino 47, Diritti per Tutti, Collettivo Onda Studentesca e al Coordinamento Palestina. Nel Bresciano la giornata di lotta è continuata in provincia con un presidio a Breno, in Valle Camonica.

In Lombardia Giovani Palestinesi d’Italia in azione a Pioltello, dov’è stato fermato l’hub logistico “di riferimento dell’economia italiana di guerra complice con Israele”, dichiarano gli attivisti. Azione analoga contro Eni di diversi centri sociali milanesi: bloccato il centro direzionale del colosso fossile italiano a San Donato Milanese. Blocchi anche a Tortona e Alessandria, dove sorge il polo logistico che serve Piemonte e Liguria. Infine Venezia con i blocchi prima all’aeroporto Marco Polo, poi alla sede Leonardo di Tessera, dove la polizia ha caricato compagne e compagni con un massiccio utilizzo degli idranti.

Iniziativa contro la logistica di guerra, complice tra l’altro del genocidio per mano israeliana in Palestina, anche al porto di Ravenna.

Numerosi poi i cortei, in una trentina di città: migliaia di persone nelle strade a Milano, Bologna, Roma, Palermo e Torino, dove al centro delle rivendicazioni c’è anche la campagna per la liberazione immediata per Mohamed Shahini, da giorni recluso nel Cpr di Caltanissetta e che rischia la deportazione in Egitto. Per questo il corteo torinese ha fatto irruzione e versato un mucchio di letame nel cortile del quotidiano La Stampa, per denunciare la campagna di demonizzazione mediatica nei confronti di Mohamed. Sempre contro la deportazione di Mohamed, secondo appuntamento della giornata nel tardo pomeriggio davanti alla Prefettura del capoluogo piemontese. Nel frattempo il Tribunale ha confermato l’arresto. Il bilancio della giornata torinese con Martina del centro sociale Askatasuna.

A Genova, la piazza più simbolica e significativa per la presenza dei portuali, i primi a lanciare, un paio di mesi fa, la parola d’ordine del “Blocchiamo tutto”. Al corteo del capoluogo ligure hanno partecipato anche la relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati Francesca Albanese, Greta Thunberg e Thiago Avila, entrambi già sulla Global Sumud Flotilla.

Un bilancio della giornata di mobilitazione da Sasha Colautti, dell’esecutivo nazionale dell’Unione Sindacale di Base.

A L’Aquila oggi nuova udienza al Tribunale nei confronti dei tre compagni palestinesi Anan, Ali e Mansour, alla sbarra perché accusati di sostenere la Resistenza palestinese in Cisgiordania, ritenuta invece legittima dal diritto internazionale in quanto risposta all’occupazione illegale israeliana. Una settimana fa, durante la scorsa udienza, era stato ascoltato da remoto un esponente dello stato israeliano, oggi invece ha parlato un teste indicato dalla difesa che ha descritto la struttura degli insediamenti coloniali israeliani. L’accusa ha chiesto 7 anni per Mansour, 9 anni per Ali e 12 anni per Anan. Sentiamo il loro avvocato Flavio Rossi Albertini.

La lunga diretta della giornata con collegamenti da diverse città d’Italia è disponibile sulla pagina dedicata sul sito di Radio Onda d’Urto.

 

FREE SHAHIN – Dalla Palestina all’Italia. Oggi (ieri, n.d.r.) udienza davanti a un giudice di pace di Torino rispetto alla deportazione in un CPR di Caltanissetta di Mohamed Shahin, cittadino egiziano da 21 anni in Italia e tra i volti più noti delle mobilitazioni per la Palestina a Torino, destinatario di un decreto di espulsione e di accompagnamento alla frontiera firmato da Piantedosi. Shahin, in caso di deportazione in Egitto, rischia tortura e morte date le sue critiche ad Al Sisi. Non si conosce ancora l’eventuale decisione del giudice di pace, mentre per la liberazione immediata di Shahin nel tardo pomeriggio di oggi presidi sotto le Prefetture di Torino, Milano, Cagliari, Venezia, Palermo e la stessa Caltanissetta, sotto il Cpr dove è rinchiuso Shahin.

Ascolta qui le corrispondenze su Radio Onda d’Urto.

 

da infoAut

Immagine di copertina per il post

CONTRO I SIGNORI DELLA GUERRA E PADRONI DELLA CITTÀ, BLOCCHIAMO TUTTO!

venerdì 28 novembre 2025

Oggi, nell’ambito dello sciopero generale indetto dal sindacalismo di base, come realtà autorganizzate del movimento milanese abbiamo deciso di bloccare l’ingresso principale della sede dirigenziale di ENI S. p. a. di San Donato.

Rivendichiamo questa azione nell’ambito delle mobilitazioni che da settembre sono esplose in tutti i territori sotto le parole d’ordine di “Blocchiamo Tutto!”, con l’obiettivo di assumerci in maniera diretta la lotta alla guerra, al genocidio e al riarmo. All’interno di questa cornice, l’individuazione di ENI come nemico politico ci consente di mettere in relazione diretta ed efficace i progetti imperialisti esterni con i processi coloniali interni, dal momento che ENI, multinazionale del fossile impiegata in prima linea nello smercio di materie prime al terrorismo di stato israeliano, da mesi minaccia di sgombero uno degli spazi liberati, autogestiti e resistenti della città metropolitana di Milano, SOS Fornace a Rho.

L’Italia è uno dei principali partner politici dello stato terrorista di Israele ed è attraverso l’appalto ai colossi delle armi e dell’industria energetica che si sviluppa questa alleanza genocida. La complicità di ENI si sviluppa su diversi piani dell’occupazione coloniale della Palestina, in particolare:

– ENI fornisce greggio a Israele

– ENI è partner del Caspian Pipeline Consortium, consorzio internazionale che gestisce l’oleodotto che porta petrolio dal Kazakistan fino a Tel Aviv (rischiando peraltro di violare il diritto internazionale)

– ENI esplora il mediterraneo davanti a Gaza su licenza del governo israeliano allo scopo di individuare giacimenti di gas in acque marine, appartenenti de iure alla Palestina.

Il BDS (“Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni”, movimento internazionale non violento a guida palestinese) ha lanciato un appello urgente per un embargo energetico nei confronti di Israele e ha pubblicato un toolkit che analizza nel dettaglio anche ENI; all’interno di questa cornice, la PACBI (Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel – Campagna Palestinese per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele, sottogruppo appartenente al BDS) afferma che festival, musei e università dovrebbero “tenersi liberi dalla propaganda dell’industria degli idrocarburi”, dal momento che ENI, nello specifico ENI Plenitude (uno degli apparati volti al green washing dell’azienda), finanzia Sanremo, Lucca Comics e ha finanziato Brescia Bergamo capitali della cultura 2023. Come se non bastasse, ENI è inoltre complice del saccheggio della città pubblica di Milano in ragione del suo ruolo di sponsor delle Olimpiadi2026 Milano-Cortina e del Villaggio Olimpico all’ex Scalo Romana, che rappresenta una delle più succulente zone di interesse della speculazione edilizia nell’ambito delle devastazioni territoriali che stanno caratterizzando la preparazione dei giochi olimpici.

In linea con le organizzazioni palestinesi, anche nel nostro territorio moltissimi collettivi, sindacati e associazioni hanno sviluppato negli anni diverse campagne di boicottaggio e lotta attiva alla multinazionale, tra cui l’associazione italiana A Sud con il dossier “La cultura a sei zampe” (2024), Greenpeace, Fridays For Future, Fondazione StopENI, petizione ReCommon. Nell’alveo delle mobilitazioni che stanno caratterizzando questo autunno caldissimo, i portuali di Taranto, supportati dal sindacalismo di base, stanno portando avanti una fitta campagna di boicottaggio e denuncia della complicità di ENI e delle amministrazioni locali con il genocidio in Palestina, attraverso il blocco, l’occupazione e il rallentamento degli scali portuali delle petroliere dirette a Israele.

Regione Lombardia ed ENI S.p.A. hanno sottoscritto nel luglio 2024 un protocollo d’intesa presentato come un accordo improntato alla sostenibilità ambientale e alla collaborazione pubblico-privato, ma che in realtà è una mera strategia di greenwashing. Si parla di economia circolare, gestione sostenibile dei rifiuti, valorizzazione delle biomasse e degli scarti agrozootecnici, riuso delle acque di processo (soprattutto quelle provenienti da bonifiche), risanamento e riqualificazione ambientale delle aree dismesse. In particolare, l’accordo mira al recupero dei brownfield, cioè ex aree industriali, spesso contaminate da precedenti usi produttivi, da reimmettere sul mercato per nuovi insediamenti produttivi e per impianti legati alle fonti di energia rinnovabile. Dentro questa cornice si colloca il centro sociale SOS Fornace di Rho, ospitato nell’area di un ex deposito Eni-Agip, parte integrante della vecchia filiera petrolifera legata all’ex raffineria di Rho-Pero, responsabile per decenni dell’inquinamento del territorio.

Nel gennaio del 2018 Fornace occupa gli spazi di via Risorgimento 18, un ex deposito di gas di proprietà di ENI. Si tratta di un riuscito esempio di “riqualificazione dal basso” di un’enorme area dismessa, sottratta all’incuria e alla speculazione e restituita alla collettività. Per decenni, ENI ha inquinato il territorio rhodense attraverso la grande raffineria di Rho-Pero, inaugurata all’inizio degli anni ’50 e chiusa nel 1992 in ragione dell’inquinamento persistente e non più sostenibile. Consideriamo la riappropriazione di un suo stabile in disuso come un doveroso (seppur parziale) risarcimento per i decenni di ecocidio e di profitto barattati con la salute della comunità abitante.

Un’area, quella della Fornace, abbandonata per oltre trent’anni e oggi divenuta, per la sua vicinanza al distretto ipertecnologico di MIND, un tassello appetibile nei processi di rigenerazione urbana e valorizzazione fondiaria. In questo scenario ENI, attraverso la controllata ENI Rewind, può gestire l’intera filiera del valore: dalla bonifica al rilancio immobiliare dell’area, chiudendo così il cerchio di una trasformazione che si presenta come sostenibile ma che in realtà riproduce logiche speculative. Fattore abilitante di questo processo è il Piano di Governo del Territorio, voluto dal Partito Democratico, che ha classificato la zona come ambito di trasformazione urbana con destinazione logistica e produttiva, prevedendo regole speciali per l’area industriale di via Risorgimento con generosi indici di edificabilità.

In questo contesto, lo sgombero del centro sociale è un passaggio funzionale a liberare un’area su cui insistono importanti interessi economici. Sotto la retorica della transizione ecologica, si nasconde una nuova privatizzazione di fatto di spazi collettivi, una sottrazione di storia e di pratiche di autogestione che per vent’anni hanno prodotto cultura e conflitto dal basso in una città sempre più consegnata alla rendita e agli interessi immobiliari. Fornace è un collettivo politico che pratica l’autogestione: gli spazi di via Risorgimento sono, prima di tutto, una base per costruire percorsi di lotta autorganizzati che sappiano rispondere in maniera diretta ai bisogni reali di chi abita la città, dalla difesa del territorio da speculatori e palazzinari fino alle recenti mobilitazioni contro il genocidio in Palestina. Sgomberare via Risorgimento significa riconsegnare un altro pezzo di città pubblica agli interessi dei capitali privati secondo il modello della città vetrina, esclusiva ed escludente. È grazie alla permanenza sul territorio di realtà come Fornace che siamo in grado di praticare una resistenza attiva al capitalismo armato che caratterizza la nostra fase storica.

Ecco perché riteniamo che ENI sia il primo nemico contro cui costruire un percorso di resistenza cittadino, a partire da un’azione che ci ponga fisicamente alle porte di tutto ciò che combattiamo. Questa giornata deve essere il punto di partenza di un percorso di lotta il più largo e partecipato possibile, che miri a combattere in maniera diretta la macchina bellica neoliberista. In un percorso tale, devono trovare spazio e voce tutte le realtà antagoniste, autogestite, conflittuali e collettive che hanno l’intenzione reale di opporsi a questo modello di sviluppo cannibale e che da sempre combattono per costruire un mondo, una cultura e uno stile di vita differenti.

FORNACE NON SI SGOMBERA, SE TOCCANO UNO TOCCANO TUTTI!

CONTRO LA CITTA’ DEI PADRONI, 10, 100, 1000 OCCUPAZIONI

Rete cittadina Fare Spazio

Brigata Basaglia Milano

Cascina Torchiera Senz’Acqua

CKC Dogana Occupata

COA T28

Collettivo Lambretta

Galassia Antisionista

Gta – Gratosoglio Autogestita

Offtopic

Sos Fornace

Spazio20092

ZAM- Zona Autonoma Milano

 

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Manifestazioni in tutta Italia per lo sciopero generale contro la finanziaria di guerra: sabato 29 tutte e tutti a Roma per un grande corteo nazionale


Manifestazioni in più di 50 città, con centinaia di migliaia di persone che hanno protestato contro la finanziaria di guerra del governo Meloni: questo l’esito più evidente di uno sciopero generale, il terzo in soli due mesi, che ha collegato il sostegno al popolo palestinese con la rivendicazione di una diversa politica economica. Le manifestazioni più grandi si sono registrate a Milano, a Bologna e a Genova, dove in testa al corteo, assieme ai portuali, hanno sfilato Greta Thunberg e Francesca Albanese. A Roma, in piazza Montecitorio, si è organizzata la bocciatura di massa della finanziaria di guerra: l’USB ha proposto una contro finanziaria aderente al dettato costituzionale.

Lavoratori dei settori pubblici e privati hanno sfilato in tutta Italia chiedendo salari che partano almeno dai duemila euro, pensioni a partire dai 62 anni e il rilancio degli investimenti pubblici per fermare la deindustrializzazione del paese.

Da tutte le piazze è stato poi rilanciato l’appuntamento di domani sabato 29 alle ore 14.00 a Roma da porta San Paolo per la grande manifestazione nazionale promossa sugli stessi temi dello sciopero generale e che verrà aperta da un grande striscione: contro la finanziaria di guerra e il governo Meloni – Palestina libera – rompere con Israele.

Unione Sindacale di Base

 

LE RAGIONI DELLA MOBILITAZIONE

Lo sciopero del 28 novembre è una risposta collettiva alla crisi sociale, politica e morale che attraversa il Paese.

È uno sciopero per i salari, contro la contrattazione nazionale e decentrata che da decenni non tutela più chi lavora ma accompagna il progressivo impoverimento.

È uno sciopero contro il genocidio nei territori palestinesi, tutt’ora in corso, contro le guerre in atto e contro un modello economico fondato su spese militari, precarietà, speculazione e tagli allo stato sociale. Ed è uno sciopero per la pace, per l’autodeterminazione del popolo palestinese e la fine dei massacri che colpiscono civili innocenti in tutto il mondo.

PER

– lo Stato Palestinese e la fine del genocidio in corso;
– la pace e la solidarietà tra i popoli, contro tutte le guerre e le occupazioni militari;
– il blocco delle spese militari e l’investimento in sanità, scuola, trasporti e welfare pubblico;
– aumenti salariali e pensionistici reali, un salario minimo di 12 euro l’ora e il ripristino del reddito di cittadinanza;
– un piano di edilizia pubblica e una transizione ecologica che metta al centro l’ambiente e le persone, non i profitti.

CONTRO

– la complicità del Governo italiano e dell’Unione Europea nelle guerre e nei massacri;
– l’economia di guerra e l’aumento delle spese militari;
– la Finanziaria di guerra, le privatizzazioni, il sistema di appalti e subappalti che uccide chi lavora e contro la contrattazione nazionale che perpetua salari da fame.

Salari, contratti e dignità riconosciuta
In queste ultime settimane, la firma dei nuovi CCNL pubblici, compreso il contratto “Istruzione e Ricerca” per il triennio 2022–2024, ha mostrato ancora una volta la distanza tra noi lavoratrici e lavoratori e chi pretende di rappresentarci.
Gli aumenti previsti coprono appena un terzo della perdita di potere d’acquisto subita dal 2022 al 2025 e oltre il 60% delle somme è costituito da indennità di vacanza contrattuale già percepite negli anni passati. Una mascherata, senza risultato.
Si tratta dell’ennesimo CCNL firmato senza consultare i lavoratori e le lavoratrici, che nega la partecipazione democratica e conferma il modello dei contratti a perdere.
Questo è il simbolo di una contrattazione ormai subalterna alle logiche di sistema, utile solo a legittimare l’impoverimento del lavoro pubblico.
Anche per questo motivo la CUB chiama allo sciopero del 28 novembre! Perché senza conflitto e mobilitazione reale, nessun diritto può essere difeso!

No al welfare aziendale: il salario non si baratta
Oltre all’ennesima Legge finanziaria punitiva, nell’ambito della contrattazione nazionale e locale cresce la spinta a sostituire una parte del salario con il cosiddetto “welfare aziendale”: benefit, sconti, assicurazioni integrative e altri strumenti che, dietro la promessa di essere “esentasse”, nascondono una trappola pericolosa.
Si perde salario vero, si perdono contributi, si smantella lo Stato sociale. Si apre la strada a una società dove i diritti diventano privilegi e dove il welfare universale viene sostituito da un mosaico di offerte aziendali gestite da privati e sindacati complici. Anche dentro Unibo come abbiamo respinto con forza questa logica del baratto (per leggere i nostri ultimi comunicati sul tema del welfare clicca qui!).
Noi il 28 novembre chiederemo aumenti in busta paga, non benefit. Vogliamo uno Stato sociale universale, non un welfare aziendale su misura dei profitti delle aziende private.

Una manovra che umilia il lavoro
Basta finzioni fiscali. Servono aumenti veri, subito. La Legge di bilancio conferma la direzione sbagliata: nessun investimento per i rinnovi contrattuali, fondi insufficienti, “tassa piatta” sul salario accessorio e bonus temporanei che non risolvono nulla. I dipendenti pubblici italiani restano tra i meno pagati d’Europa, mentre si tagliano risorse a sanità, scuola e servizi locali. Noi rivendichiamo:
– aumenti salariali di almeno 500 euro mensili, per recuperare anni di perdita reale e di blocco contrattuale;
– scatti biennali per riconoscere l’esperienza in modo automatico, come avviene nel lavoro privato;
– 14ª mensilità stabile e scala mobile per difendere i salari dall’inflazione.

Contro il Governo delle armi e della speculazione
Mentre le famiglie italiane perdono ogni anno potere d’acquisto a causa dell’inflazione e del fiscal drag, il Governo investe miliardi in spese militari.
Oltre il 5% del PIL – più di 100 miliardi di euro – viene destinato a armamenti e missioni di guerra. Si taglia sul welfare, sulla sanità e sull’assistenza ai più fragili per alimentare un’economia che produce distruzione invece che giustizia.
Non ci sarà pace senza diritti e non ci saranno diritti senza pace. Lo sciopero del 28 novembre unisce queste due battaglie: contro le guerre esterne e contro quella interna, che si combatte ogni giorno nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle università, negli ospedali e nelle fabbriche.

Una giornata di lotta

Scendere in piazza il 28 novembre significa difendere il valore del lavoro, la libertà, la pace e la giustizia sociale.

Significa dire no a chi vuole un Paese di salari poveri, guerre infinite e diritti negoziabili.

Una chiamata collettiva alla responsabilità, perché la dignità non si firma ai tavoli della contrattazione, si conquista nella lotta.

E il 28 novembre, così come il 22 settembre e il 3 ottobre, la lotta torna nelle strade, nelle Università e in tutti i posti di lavoro!

 

dal sito del SICobas

 

Dopo lo sciopero generale  del 3 e la manifestazione del 4 Ottobre 2025 a Roma per la Palestina , che ha visto un milione di persone in piazza  si doveva dare una continuità al fine di non far decrescere la forza di quelle due  grandi giornate di lotta, per questo i sindacati di base hanno deciso, come  prosecuzione  naturale,  un’altra due giorni a Novembre che mira a segnare   una ripartenza del movimento dei lavoratori  in Italia: il 28 novembre 2025 sciopero generale contro la finanziaria, riarmo e guerre imperialiste, stop a sfruttamento, morti sul lavoro e repressione. Il 29 novembre 2025 manifestazione a Milano in solidarietà al popolo palestinese richiesta da tutte le organizzazioni palestinesi a  cui il si cobas non si sottrae di certo visto che è stato protagonista in questi ultimi due anni nell’indicare le giornate di sciopero a loro sostegno  .

Come Si Cobas, nella giornata dello sciopero generale, come sempre, siamo stati presenti davanti ai cancelli della logistica e delle fabbriche con presidi a Milano davanti alla Marsch che vende armi ai sionisti, passando per Pavia, da Novara, Torino e Genova,  Parma e Modena, salendo a Verona,  proseguendo dal tribunale di Bologna per il processo d’appello al coordinatore nazionale, assolto di nuovo con formula in piena, fino a Roma e Napoli per finire a Ragusa , in Sicilia, tanto per citare solo i principali snodi  dello sciopero del 28-Novembre.

La giornata di sciopero del 28-11-25 ha ancora una volta messo in luce e dimostrato in termini concreti che la parte  più cosciente  di lavoratori continua a lottare   e a vedere che il   conflitto sindacale, che il S.I. Cobas  porta avanti, – nonostante denunce, arresti, attacchi al diritto di sciopero e repressione fuori dai cancelli,-  è l’unica strada per rialzare la testa e  organizzarsi per opporre resistenza ai piani criminali dei padroni e del governo.

Siamo sicuri che anche il  29 Novembre i lavoratori del  si cobas non faranno mancare il loro sostegno nella manifestazione Per una Palestina libera dal fiume al mare, a sostegno della sua resistenza e contro il piano Trump supportato dal governo italiano, dai governi Europei e dall’Autorità Palestinese asservita al sionismo. Contro i piani di riarmo e la partecipazione alla sanguinosa guerra in Ucraina che vede i proletari di entrambi i fronti scannarsi tra loro per gli interessi dei capitalisti.

Al fianco del popolo sudanese, il cui sollevamento è stato represso nel sangue dagli stessi militari di entrambe le fazioni in guerra, che oggi massacrano civili e attuano la pulizia etnica su intere regioni, provocando la fuga di 13 milioni di persone, spalleggiati dalle potenze regionali e imperialiste. La lotta per il salario, quella per una Palestina libera, quella contro il riarmo e le guerre imperialiste hanno lo stesso nemico:  il ns governo in primis e quello dei governi delle principali potenze Europee e mondiali  che prima ci spremono  come limoni nelle aziende e poi come carne da cannone  nelle loro guerre.

Le nostre rivendicazioni hanno lo stesso traguardo in prospettiva: una società dove il lavoro sia liberato dal capitale, dal suo sfruttamento, dalle sue guerre.

: aumenti salariali pari almeno a 300 euro nette al mese, l’abolizione della precarizzazione e del Jobs Act, sanità e istruzione pubblica, gratuita e universale, aumento delle pensioni e la fine dei morti sul lavoro e malattie professionali!

Patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione!

SI COBAS NAZIONALE

 

Enrico Semprini

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