Scor-data: 13 febbraio 1278

Verona: la memoria rimossa di una strage nel “tempio della lirica”

di Giorgio Chelidonio (*)  

La scorsa estate sono stato nel dipartimento del Tarn (Midi Pyrénée, nel sud-ovest della Francia): un territorio, credo, poco conosciuto al turismo italiano. Questa scelta è stata guidata da una vecchia suggestione ricevuta durante una visita all’abbazia cistercense del Thoronet (XII secolo) in Provenza: nel book-shop ero rimasto incuriosito da un bel libro divulgativo sulla storia dei “càtari”, un’eresia cristiana (XII-XIII secolo) contro cui il papato lanciò una crociata, sfociata in massacri, fra cui, forse il più efferato, quello di Bezier (nel 1209), passato alla storia per una frase: alla richiesta del comandante dell’esercito crociato, che stava per entrare nella città, su come distinguere i càtari dagli altri abitanti, pare che il legato papale abbia risposto «uccideteli tutti, Dio saprà riconoscere i suoi». Furono 20.000 le vittime, e in tutte le altre cittadine espugnate il copione delle atrocità si ripeté: mutilazioni (nasi, orecchie e occhi) e roghi di eretici, senza troppe distinzioni.
Ho fatto molta fatica a identificare quegli orribili scenari nei deliziosi paesini che ho visitato (e che consiglio di mettere nei progetti di viaggio): Moissac con la sua straordinaria abbazia, Saint Antonin (scrigno di architetture fra romanico e gotico), Cordes-sur-ciel (con i suoi incredibili palazzi aggrappati sulla collina) e Penne (una fila di casette medievali abbarbicate ai resti di una rocca, affacciata sulle gole verdeggianti dell’Aveyron).
Ma dal viaggio non poteva mancare Albi, uno dei centri più importanti dei càtari perciò detti anche albigesi: anche qui ben poche le tracce di quell’epopea la cui memoria venne “sepolta” dalla mole volutamente spropositata della cattedrale, la cui costruzione iniziò nel 1282 con l’evidente intenzione di imporre, anche visivamente, la vittoria del papato sugli eretici. Nel dubbio, però, il cardinale Bernard de Castanet fece cingere la chiesa da mura, come una fortezza. Però nel 1302 gli abitanti di Albi si sollevarono contro la sua politica d’inquisizione e contro il locale convento domenicano, il cui priore era allora Bernard Gui, l’inquisitore di Tolosa passato alla storia come autore di un manuale per inquisitori («
Practica Inquisitionis hæreticae pravitatis») oltreché come personaggio-stereotipo nel romanzo «Il nome della Rosa» di Umberto Eco.
Quattro anni prima dell’inizio della costruzione della cattedrale di Albi, il 13 febbraio 1278 quasi 200 eretici furono bruciati nell’Arena di Verona. Che cosa lega questo tremendo episodio, accuratamente rimosso dalla memoria del luogo in cui avvenne e di gran parte dei veronesi, alle coeve vicende dei càtari provenzali? (I quali, del resto, in quegli anni si andavano affievolendo dopo quasi un secolo di persecuzioni militarmente organizzate e dopo che nel 1243 era caduta la fortezza di Montsegur, l’ultimo baluardo di resistenza degli eretici di cui oltre 200 furono messi al rogo).
Probabilmente, nei circa 30 anni che separarono l’assedio di Montsegur dai roghi veronesi, molti càtari finirono per rifugiarsi in Italia settentrionale, dove però, già dall’XI secolo, erano attivi i cosiddetti “patarini”, un “movimento” popolare che lottava contro la “simonia”, la ricchezza e la corruzione dell’alto clero, particolarmente contro la curia di Milano. Il clima sociale di allora è ben evocato dal testo di Dario Fo («
Prete Liprando e il giudizio di Dio», musicato e cantato da Enzo Jannacci nel 1965): vi si narra un episodio di quegli scontri – il 5 aprile 1065 – alla cui fine i patarini furono cacciati da Milano e lo stesso Liprando venne catturato e mutilato.
Per riconnettersi ai roghi veronesi del febbraio 1278 bisogno fare un altro passaggio semi-rimosso dalla memoria delle veronesità: sebbene i patarini fossero già stati condannati come eretici nel sinodo presieduto proprio a Verona, nel 1184, da papa Lucio III, solo negli statuti comunali veronesi del 1270 (redatti sotto il governo di Mastino della Scala, cioè nella fase formativa della signoria scaligera) furono previste disposizioni contro le eresie, ricalcate dalle “costituzioni” emanate (nel 1238-1239) dall’imperatore Federico II, oltreché dai papi Innocenzo IV(nel 1252) e Alessandro IV (nel 1254-1261). Per completare questo complesso scenario bisogna anche ricordare che nel 1216-127 due bolle di papa Onorio III avevano approvato il nuovo ordine di frati predicatori fondato da Domenico di Guzman (morto a Bologna nel 1221 e santificato nel 1234) e detti perciò domenicani: la loro attività era fortemente orientata a contrastare i movimenti ereticali, anche sulla base di esperienze dirette fatte dello stesso Domenico in Linguadoca (1205-1216), come legato papale presso l’episcopato di Tolosa. Solo dodici anni dopo la sua morte papa Gregorio IX esonerò i vescovi dall’incarico di cercare e perseguitare gli eretici, istituendo l’inquisizione monastica, attivata a partire dalla sede bolognese dei domenicani: gli inquisitori vennero scelti, per operare come giudici-delegati, fra i nuovi ordini monastici dei Domenicani e dei Francescani.
Già prima della morte del fondatore dell’ordine, fra i domenicani bolognesi si era distinto Pietro Rosini: nato nel 1203 da una famiglia di eretici patarini veronesi, entrò nell’Ordine Domenicano a Bologna e già nel 1236 era noto come predicatore contro gli eretici cataro-albigesi, soprattutto in Lombardia. Nel 1251 papa Innocenzo IV lo nominò inquisitore prima di Milano, poi di Como. L’anno seguente fu fatto assassinare, vicino a Seveso, da alcuni eretici patarini. Appena undici mesi dopo, lo stesso papa lo proclamò santo e nel 1290, nella Verona ormai saldamente governata da Alberto della Scala, gli fu dedicata una Chiesa, appositamente costruita sul posto di un più antico edificio cristiano, ma che è tuttora conosciuta col precedente nome di Sant’Anastasia. Incuriosisce il fatto che, nonostante san Pietro Martire (la cui storia è scolpita ai lati del portale) sia stato già allora nominato co-patrono della città di Verona, a questa chiesa sia rimasta la dedicazione precedente: forse i veronesi ricordavano che papa Innocenzo IV lo aveva dichiarato santo ma anche patrono dell’Inquisizione.
Dunque poco più di una ventina d’anni separavano l’uccisione dell’inquisitore veronese da quel rogo nell’Arena cittadina degli eretici catturati a Sirmione nel 1276.

Occorre però inquadrare l’episodio veronese nella politica del XIII secolo fra papato e impero: nel 1250 era morto Federico II e nel 1259 anche Ezzelino III da Romano, il quale dal 1236 aveva assunto il dominio assoluto di Verona (come chiave d’accesso alla Valle dell’Adige e ai territori imperiali nord-alpini) e della Marca Trevigiana. Subito dopo, nel 1260, Mastino della Scala era stato nominato podestà di Verona e quando – nel 1267 – Corrado di Hohenstaufen scese in Italia per reclamare i possessi imperiali minacciati dalla vittoria angioina (1266) a Benevento il capostipite della signoria scaligera lo accolse festosamente, ma per questo fu scomunicato, assieme agli altri capi ghibellini, da papa Clemente IV. Nonostante la distanza dai possedimenti pontifici tale scomunica gravò per un decennio su Verona, che anche per questo si affrettò di mettersi sotto la protezione di Rodolfo I d’Asburgo, l’imperatore succeduto a Corradino (sconfitto nella battaglia di Tagliacozzo nel 1268 e subito dopo decapitato a Napoli).
A questo punto occorre una breve esposizione dei fatti che hanno caratterizzato il rogo veronese del 1278, un tardo episodio delle persecuzioni verso gli eretici càtaro-patarini ma con precise valenze nell’ambito delle lotte fra guelfi e ghibellini alla fine del Duecento.

Nel 1275, quando il francescano fra’ Timidio fu nominato vescovo di Verona, i patarini avevano costituito a Sirmione una ricca comunità. Fra’ Timidio era stato inquisitore degli eretici per Verona e alla sua nomina episcopale gli era succeduto in tale ruolo il francescano fra’ Filippo Bonaccolsi: nel novembre 1276 un esercito veronese guidato dal vescovo Timidio, dall’inquisitore fra’ Filippo e da Alberto della Scala (figlio di Mastino) assediarono e presero Sirmione, portando 160 eretici ed eretiche a Verona e tenendoli in prigione fino all’ottobre 1277, quando Mastino della Scala venne ucciso in una congiura cittadina. Non è chiaro se quest’ultimo fatto abbia scatenato la decisione del suo successore Alberto, ma solo tre mesi dopo i prigionieri eretici (le stime variano da 160 a 200) furono arsi al rogo nell’Arena.
Il papa Nicolò III, con bolla del 27 giugno 1278, lodò Alberto della Scala per questa decisione e in segno di gratitudine donò agli scaligeri i castelli d’Illasi e di Montorio. La tragica fine degli eretici veronesi si inquadra dunque in un osceno “do ut des” politico di fine Duecento, ma questo cinico scambio di convenienze ha una morale socio-economica precisa: i beni degli eretici condannati venivano confiscati e ripartiti per 1/3 agli inquisitori, per un altro terzo alla chiesa locale e per un terzo al comune che aveva fatto eseguire la condanna!
Concludendo, nella “morale” di questa storia – rimossa, del tutto o quasi, dalla memoria veronese e assente dal luogo di quell’esecuzione (diventato da 110 anni “tempio internazionale della lirica” e del mélo) – riecheggia un noto monito di George Santayana: «Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo».

Bibliografia e link consultati

(*) Alcuni di questi temi sono stati affrontati (o sfiorati) in blog: in particolare rammento la Scor-data: 21/22 luglio 1209 sulla strage di Beziers qui citata da Giorgio Chelidonio.

Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili ma sinora sempre evitati) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”. Talvolta il tema è più leggero che ogni tanto sorridere non fa male, anzi.

Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 13 febbraio fra l’altro avevo ipotizzato altre cinque date “religiose”: 1250: nasce fra Dolcino; 1927: tassa sui celibi; 1929: Pio XI chiama Mussolini «uomo della provvidenza»; 1965: censura contro «Il vicario» di Hochuth; 2006: assurda sentenza del Consiglio di Stato sul crocefisso. Cinque date che forse sarebbero state bene in un “mix” per mostrare continuità (molte) e discontinuità. Ovviamente c’erano altri avvenimenti sui quali valeva la pena approfondire: 1934: Dollfuss massacra gli operai; 1944: muore Sinigaglia; 1945: bombe a Dresda (in blog l’anno scorso)… E a ben cercare ovviamente tante altre «scordate» salterebbero fuori.

Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.

Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su www.radiazione.info.

Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… vi aggiorneremo.  (db)

 

Redazione
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