Scor-data: 22 aprile 1997

Perù: assalto delle teste di cuoio all’ambasciata giapponese di Lima, dove i guerriglieri dell’Mrta tenevano in ostaggio centinaia di diplomatici

di David Lifodi (*)

Sono le 15.30 del 22 aprile 1997 quando squilla il cellulare dello scrittore cileno Luis Sepúlveda. A chiamarlo è Ernesto Cerpa Cartolini, il comandante Evaristo, leader dei quattordici guerriglieri del Movimiento Revolucionario Tupac Amaru (Mrta), che dal 17 dicembre 1996 avevano occupato l’ambasciata giapponese di Lima con centinaia di diplomatici come ostaggi. La voce di Evaristo era agitata: “L’assalto all’ambasciata è cominciato. Ci uccideranno tutti, fratello. Moriamo per il Perù e per l’America Latina”.

Sepúlveda raccontò quasi in presa diretta, in un pezzo magistrale scritto per il quotidiano il manifesto del 24 aprile 1997, l’attacco delle teste di cuoio peruviane per liberare gli ostaggi. Lo scrittore aveva offerto la sua disponibilità a far parte di uno scudo umano d’interposizione tra i tupacamaristas e i militari di Alberto Fujimori, l’allora presidente peruviano che aveva deciso di farla finita una volta per tutte con i movimenti guerriglieri presenti nel paese. Cartolini e il suo commando, composto da un nucleo guerrigliero di cui facevano parte anche alcune ragazze e adolescenti, intendevano chiedere la liberazione degli oltre quattrocento detenuti dell’Mrta, sepolti nelle carcere peruviane e costretti al regimen cerrado, che prevede(va) la reclusione in celle di due metri e mezzo per due metri e mezzo, meno di un’ora d’aria al giorno e l’isolamento totale. Tutti erano accusati di apologia di terrorismo. Gli emmeretistas erano disposti al martirio pur di liberare  i loro compagni: di fronte all’offerta di mediazione di Fidel Castro, che aveva promesso loro l’asilo politico, risposero che non avevano occupato l’ambasciata giapponese per guadagnarsi una vacanza a Cuba. In Perù le carceri per i detenuti politici erano, e sono, un inferno. In un’intervista rilasciata a Liberazione il 15 gennaio 2004, Lucero Cumpa Miranda, comandanta del fronte nord-orientale dell’Mrta più volte arrestata, denunciava le drammatiche condizioni detenzione: “Nella mia cella c’erano un letto, un buco nel pavimento, un rubinetto e un tubo di plastica che usciva dal muro. Era la doccia. Mi concedevano 15 minuti d’aria al giorno. Una luce artificiale regolata dall’esterno permette alla sicurezza di osservare chi sta dentro in ogni momento della giornata”. Questa era la base navale del Callao, ma le condizioni di vita sono simili in tutti i penitenziari, da quello di Challapalca (a 5400 metri sul livello del mare) a quello di Yanamayo (3800 metri), e non mutarono nemmeno con l’arrivo alla presidenza di  Toledo, l’indio che governava agli ordini del Fondo Monetario Internazionale. I quattrocento emmeretistas in carcere erano stati condannati da tribunali senza volto: l’identità del volto dei giudici rimaneva segreta, celata da uno specchio. Nonostante i militari peruviani si siano sempre contraddistinti per le loro violazioni dei diritti umani, non a caso la maggior parte di loro è stata formata nella Escuela de las Américas, i guerriglieri furono molto gentili con gli ostaggi: l’Mrta era stato costretto a compiere quella operazione affinché non cadesse l’oblio sui loro compagni, ma la loro intenzione non era quella di comportarsi come i loro oppressori. Di fronte alla persecuzione dello stato peruviano e all’aggressione del capitale internazionale, i guerriglieri non potevano far altro che utilizzare la forza. Quando le teste di cuoio dettero inizio all’assalto, gli ostaggi erano consci che stavano per essere liberati: le forze armate avevano costruito un tunnel di 200 metri sotto l’ambasciata giapponese, che avrebbero fatto esplodere al momento dell’irruzione. L’ambasciatore della Bolivia dichiarò che avevano ricevuto “microfoni grandi come la testa di un fiammifero”, pur non rivelandone la provenienza: per questo sapevano che a breve sarebbero stati liberati. Al momento dell’assalto gli emmeretistas stavano giocando la loro consueta partita di calcetto: erano gli unici a non attendersi l’attacco e tutti e 14 furono uccisi a sangue freddo dai militari, quando in realtà non ce n’era alcun bisogno. Probabilmente Ernesto Cerpa Cartolini sperava in una soluzione politica dell’impasse, non di carattere militare. Fujimori si fece ritrarre all’interno dell’ambasciata giapponese mentre camminava, sprezzante, accanto ai corpi dei guerriglieri uccisi. Per el chino, questo il soprannome dell’allora presidente peruviano, l’operazione si era conclusa nel migliore dei modi: la sua popolarità, in caduta libera, risalì, mentre buona parte dei presidenti latinoamericani si complimentarono con lui. Purtroppo, il sacrificio dei quattordici guerriglieri dell’Mrta non servì alla causa dei loro compagni. Poco più di un anno dopo, il 17 maggio 1998, un articolo del settimanale Avvenimenti invitava ad aderire ad una petizione di solidarietà a favore dei detenuti  e raccontava le disumane condizioni di vita all’interno delle carceri. Addirittura, i direttori dei penitenziari si rifiutavano di pubblicare gli appelli dei parenti dei carcerati per paura che su di loro pendesse l’accusa di apologia di terrorismo. Non solo: proprio a seguito dei fatti dell’ambasciata giapponese la durezza delle condizioni di vita dei prigionieri divenne ancora maggiore. Significativa, a questo proposito, fu la storia di Teofilo Apari Cuba, padre di un giovane incarcerato per terrorismo soltanto perché era impegnato nei movimenti giovanili che ruotavano attorno alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università San Marcos di Lima e alla baraccopoli Villa El Salvador della capitale. Trascorsero anni prima che il padre fosse scagionato dall’accusa di appartenere ad un gruppo di appoggio dell’Mrta, da cui era scaturita un’iniziale condanna a venti anni con l’accusa di tradimento della patria.

Il dramma dei guerriglieri peruviani fu descritto, con amara ironia, da Vauro, che nella sua quotidiana vignetta per il manifesto scrisse: “Cartolini dal Perù”. Nel riquadro della cartolina immaginaria, con un teschio al posto di un francobollo, un guerrigliero emmeretista sanguinante con sopra la frase Saludos desde Lima.

(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili ma sinora sempre evitati) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.

Molti i temi possibili. Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.

Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su www.radiazione.info.

Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… vi aggiorneremo. (db)

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • Dopo il massacro a sangue freddo contro i militanti dell’Mrta, Luis Sepulveda su «il manifesto» scrisse: «Con ogni donna o uomo che muore per la giustizia sociale muore anche qualcosa della decenza umana. Però qualcosa resta ed è proprio quel qualcosa che ci fa inghiottire la rabbia e ripetere a denti stretti: venceremos».

  • En una carta pública, el subcomandante Marcos desde el territorio zapatista mejicano escribía:
    (…) “Hace días escuché por radio la noticia del asalto militar a la Embajada del Japón en Perú. El gran Poder Internacional decidió un nuevo crimen en tierras latinoamericanas y ordenó el asesinato de los rebeldes de Tupac Amaru (que, no hay que olvidarlo, estaban negociando con el gobierno de Fujimori la solución a la crisis) y de uno de los personajes que se encontraban detenidos. Ustedes recuerdan que se buscaba resolver el problema sin violencia. Pero a tiros entraron los militares.
    “Operación limpia”, dicen los noticieros. Y describen a un Fujimori sonriente y feliz. Y, muy por encima de él, sonríen también los poderes supranacionales que dieron la orden de aniquilamiento. Durante meses, el gobierno peruano fingió que negociaba para buscar una salida pacífica. En realidad sólo buscaba el momento preciso para el golpe. Así son el Poder y sus gobiernos neoliberales, fingen dialogar y negociar, cuando en realidad sólo buscan la oportunidad de ejercer su violencia. Este nuevo episodio triste para América Latina es un golpe internacional a la vía del diálogo y la negociación como forma de resolver los conflictos.” (…)

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