Scor-data: 22 maggio di ogni anno

«Giornata mondiale della bio-diversità»

di d. b. che, al solito, ha saccheggiato qui e pure là (*)

Cercando di evitare la retorica che inonda tutte le «giornate mondiali», questa in particolare – e approfittando della gentile sapienza di Giorgio Chelidonio, abile pescatore di link – vi propongo due testi con riflessioni e informazioni. Se vi servisse una stella polare nel cammino, anticipo una citazione di Stephen Jay Gould che ritroverete più avanti: «Non vinceremo mai la battaglia di preservare specie ed ecosistemi se non creiamo un legame emotivo fra l’essere umano e la natura; perché nessun essere umano salverà mai quello che non ama».

Il primo testo è di Stefano Mazzotti, curatore del museo di Storia naturale a Ferrara

(è qui: http://thefaunalcountdown.com/?page_id=224).

Dopo anni di esplorazione della natura, dal Delta del Po, all’Amazzonia, dall’Africa orientale agli Appennini, di studio delle componenti vive degli ecosistemi, gli animali, che ne costituiscono la meravigliosa forza motrice, hai la necessità di far emergere ricordi, sensazioni e impressioni vissute. Le ricerche che ho svolto e che tutt’ora mi impegnano mi hanno permesso di conoscere vari ecosistemi che non finiranno mai di stupirmi e di entusiasmarmi. Quando si lavora sul campo per uno studio ecologico si tende a concentrare l’attenzione sulla progettazione, sulle metodologie, sugli aspetti tecnici del campionamento e sui risultati che potranno essere ottenuti dal lavoro scientifico, ma spesso la forza della bellezza e della ferocia della natura, il dramma della sofferenza e la gioia della resilienza di tute le cose che la compongono, le luci e i colori delle stagioni, il buio della devastazione, l’inesorabile trasformazione, l’antico che scompare il nuovo che emerge, ti arricchiscono di emozioni che rimangono nella memoria.

Allora scrivi: appunti che scaturiscono dalla parte più intima e sensoriale, quella dell’uomo e della sua sfera emozionale più che del ricercatore e del suo raziocinio, convinto del fatto che l’equilibrio fra la conoscenza e la sensibilità emotiva è un obiettivo da raggiungere. C’è una frase di Stephen J. Gould che considero fondamentale per il futuro dell’umanità e che mai come in questo periodo ha avuto tanto valore: «Non vinceremo mai la battaglia di preservare specie ed ecosistemi se non creiamo un legame emotivo tra l’uomo e la natura. Perché nessun uomo salverà mai quello che non ama».

Il concetto di resilienza applicato alla Natura ed agli ecosistemi costituisce, a mio avviso, una buona sintesi delle dinamiche fra quello che potremmo identificare antropomorficamente l’alternarsi della sofferenza e della gioia in un ambiente naturale. La resilienza ha vari campi di applicabilità: nella Fisica essa è la resistenza che pongono i corpi, a esempio i metalli, alla rottura; nelle Scienze Sociali è la capacità dell’uomo di affrontare le avversità della vita, superarle e uscirne rinforzato o trasformato. Da questo punto di vista la parola viene associata sempre a situazioni traumatiche e di stress. E’ un processo insito alla natura ma che non sempre si verifica e viene messo in atto, non sempre è funzionale per la rigenerazione ecologica di un habitat. La resilienza è qualcosa di più della semplice capacità di resistere alla distruzione proteggendo il sistema (sia esso un singolo essere umano o un intero ecosistema) da perturbazioni critiche; essa comprende tutta una serie di reazioni complesse che permettono la possibilità di reagire in modo da opporre con nuove soluzioni la sopravvivenza e lo stato di funzionamento dell’intero sistema. Non si tratta di pura sopravvivenza ma capacità di adattamento e trasformazione. Resilienza, potrei definirla la lotta della gioia e della bellezza della vita nell’eterna sfida alle regole della fisica dell’universo che si impongono alla materia sensibile degli esseri viventi.

La resilienza è la capacità di un ecosistema di continuare a funzionare anche quando si verifica una perturbazione. Una petroliera che riversa tonnellate di greggio nel mare costituisce un drammatico evento per l’ambiente marino. Gli organismi soffocano avvolti dalla massa di petrolio che si aggrega sulla superficie dell’acqua, con il passare del tempo il petrolio tende ad addensarsi e scendere sul fondale uccidendo tutti gli animali. E’ un fenomeno di rapida semplificazione dell’ecosistema, è una catastrofe dolorosa: una intera comunità è annientata, la straordinaria complessità della vita che ha richiesto milioni di anni per consolidare i rapporti fra le specie e organizzare il paesaggio marino viene annullata in brevissimo tempo. Allora entra in gioco la forza incontenibile della vita che si oppone alla semplificazione, alcuni batteri e alghe entrano in gioco per cominciare a demolire l’orribile massa aliena del catrame. Possono passare anni, molte specie non ci saranno più ma altre arriveranno a colonizzare il nuovo mondo.

Gli ecosistemi naturali sono capaci di assorbire i cambiamenti dell’ambiente che li circonda, ma solo fino a un certo punto: esiste un punto critico, un punto di non ritorno, oltre il quale l’intero sistema collassa irrimediabilmente. Si è detto che la resilienza è la capacità di un ecosistema di mantenere caratteristiche costanti al mutare delle condizioni esterne; essa, seppure alta, non è infinita. Superato il livello limite, dallo stato stabile, rassicurante e gioioso che possiamo riconoscere osservando un ambiente naturale, esso si trasforma rapidamente in uno stato di sofferenza, di dolore dell’estinzione, della rarefazione, dell’assenza della diversità. Dopo decenni di continui cambiamenti provocati dall’attività umana, molti ecosistemi sono giunti all’orlo di mutamenti catastrofici, il punto di non ritorno. I modelli elaborati da molti ecologi lo avevano predetto, ma solo negli ultimi anni si sono accumulate prove sufficienti a dimostrarci che la resilienza di molti importanti ecosistemi è in pericolo, al punto che anche il più leggero disturbo può portarli al collasso. Le barriere coralline, le foreste tropicali, i grandi laghi e le foreste di conifere sono a rischio di estinzione: si profilano gravi perdite per la biodiversità mondiale. L’effetto delle attività umane sull’ambiente è sempre più evidente. Gli esseri umani sfruttano e degradano l’ambiente in cui vivono senza preoccuparsi delle conseguenze delle loro azioni. I livelli d’inquinamento crescono nel tempo causando un aumento degli effetti nocivi delle sostanze tossiche che agiscono in maniera sinergica sulle componenti viventi degli ecosistemi marini e terrestri. L’apporto di inquinanti avviene a un tasso maggiore di quello di smaltimento e quindi tali sostanze tendono ad accumularsi nell’ambiente. L’aumento progressivo dei gas serra, in particolare dell’anidride carbonica, stanno modificando il clima globale con fenomeni a catena ancora imprevedibili sulla biosfera. Ormai la consapevolezza che il nostro pianeta ha raggiunto dei livelli soglia di tolleranza oltre i quali il danno diviene irreversibile, sta penetrando nella coscienza della nostra società.

La «Convenzione sulla diversità biologica», che costituisce uno degli esiti operativi della Conferenza di Rio de Janeiro, attribuisce un valore assolutamente preminente, per la conservazione del patrimonio naturale, alla istituzione di «un sistema di Aree Protette». I Parchi e le Riserve naturali sono dunque aree individuate, pianificate e gestite con lo scopo di preservare la natura e la sua diversità. A questo fine nelle aree protette vengono svolte azioni mirate alla riqualificazione e al restauro di ambienti degradati, alla crescita della conoscenza del patrimonio naturale, alla divulgazione e alla didattica delle scienze naturali e ambientali, alla promozione di attività compatibili che favoriscano uno sviluppo sostenibile, cioè ecologicamente sano ed equo nella distribuzione dei benefici. La «Convenzione sulla Biodiversità», elaborata a Rio de Janeiro nel 1992 afferma il valore intrinseco della diversità biologica e dei suoi vari componenti: ecologici, genetici, sociali ed economici, scientifici, educativi culturali, ricreativi ed estetici. La convenzione riconosce che l’esigenza fondamentale per la conservazione della diversità biologica consiste nella salvaguardia “in situ” degli ecosistemi e degli habitat naturali, con mantenimento e ricostruzione delle popolazioni di specie vitali nei loro ambienti naturali.

E’ un auspicio a una resilienza culturale dell’uomo.

Il secondo testo si intitola: «Natura: Oggi è la Giornata mondiale della biodiversità. Sono 355 le specie a rischio segnalate nelle “Liste Rosse” di Minambiente e Federparchi» e lo trovate qui:

http://www.minambiente.it/comunicati/natura-oggi-e-la-giornata-mondiale-della-biodiversita-sono-355-le-specie-rischio). Fornisce numeri molto interessanti (e preoccupanti) con l’ufficialità – e i limiti – di un documento targato «Ministero dell’ambiente e tutela territorio e mare».

Eccolo.

Sono 161 le specie di animali vertebrati e 194 le varietà vegetali a rischio di estinzione in Italia: lo affermano le due Liste Rosse nazionali delle specie a rischio estinzione. I due volumi sono realizzati dal ministero dell’Ambiente e da Federparchi nell’ambito della Iucn (Conservazione mondiale per la conservazione della natura.

Che cosa sono le liste Liste Rosse? Rappresentano la valutazione del rischio di estinzione e sono stati valutati pesci d’acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi, pesci cartilaginei (squali e razze) e flora. La valutazione del rischio di estinzione è basata su categorie, criteri e linee guida aggiornate periodicamente (www.redlist.org). Le valutazioni vengono effettuate tramite workshop tematici con gruppi di esperti delle diverse specie e aree del territorio nazionale, e revisionate criticamente sia nei contenuti sia nell’applicazione del protocollo secondo le linee guida.

Il comitato Iucn Italia fa parte dell’Unione internazionale per la conservazione della natura, la più antica organizzazione mondiale per la difesa dell’ambiente. L’autorità nazionale dell’Iucn in Italia è il ministero dell’Ambiente, mentre Federparchi è socio e gestisce per statuto la segreteria. Tutto il materiale relativo agli animali e alle piante sarà disponibile sul sito www.iucn.it dal 22 maggio.

Per saperne di più: la Lista Rossa delle specie animali
E’ stato preso in esame e valutato il rischio di estinzione delle specie di vertebrati in Italia, tutti i terrestri e un gruppo di vertebrati marini; poi è stata creata una base di riferimento utile in futuro a valutare la tendenza dello stato di conservazione della biodiversità in Italia. Sono state incluse nella valutazione tutte le specie di pesci d’acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi e pesci cartilaginei, native o possibilmente native in Italia, nonché quelle naturalizzate in Italia in tempi preistorici. Le specie di uccelli presenti ma non nidificanti in Italia (svernanti, migratori) non sono state valutate.
Per le specie terrestri e di acqua dolce è stata valutata l’intera popolazione nel suo areale italiano (Italia peninsulare, isole maggiori e, dove rilevante, isole minori). Per le specie marine è stata considerata un’area di interesse più ampia delle acque territoriali.
Delle 672 specie di vertebrati valutate in questa ricerca (576 terrestri e 96 marine), 6 sono estinte nella regione in tempi recenti. Le specie minacciate di estinzione sono 161 in totale (138 terrestri e 23 marine), pari al 28% delle specie valutate. Il 50% circa delle specie di vertebrati italiani non è a rischio di estinzione imminente.
Complessivamente le popolazioni dei vertebrati Italiani sono in declino, più marcato in ambiente marino che terrestre. Le conoscenze sul rischio di estinzione e le tendenze demografiche sono più carenti in ambiente marino.
In ambiente terrestre le principali minacce ai vertebrati italiani sono la perdita di habitat e l’inquinamento. Il numero di specie minacciate dal prelievo e dalla persecuzione diretta è piuttosto ridotto. La principale minaccia rilevata in ambiente marino è la mortalità accidentale, ma questo dipende dal fatto che le specie qui valutate (squali, razze e chimere) hanno scarso interesse commerciale.

Scarica la Lista Rossa della flora italiana (Pdf – 2,4 Mb)

Per saperne di più: la Lista Rossa della flora
L’Italia, che si trova al centro del bacino del Mediterraneo, è una delle aree più importanti di biodiversità nel mondo e possiede una flora molto ricca in specie, molte delle quali endemiche. In alcune porzioni della penisola la percentuale di varietà tipiche raggiunge valori compresi tra il 13% ed il 20%.
La biodiversità vegetale mediterranea è però fortemente minacciata da cambiamenti ambientali provocati dalle attuali dinamiche socio-economiche e di utilizzo del suolo. L’Italia, in questo contesto non fa eccezione e molte delle sue specie necessitano di misure di conservazione per evitare un impoverimento di biodiversità con ripercussioni su scala mondiale.
Il lavoro presente nelle 64 pagine è il risultato di un progetto iniziato nel 2012, finanziato dal ministero dell’Ambiente e realizzato dalla Società botanica italiana, che ha coordinato oltre 200 botanici di tutto il Paese.
Il risultato finale è una lista rossa parziale della flora d’Italia, che include tutte le 197 “policy species” italiane, specie inserite negli allegati della Direttiva 92/43/CEE «Habitat» e della Convenzione di Berna, entrambe ratificate dal Governo Italiano e di fatto costituenti leggi nazionali. Un secondo contingente di specie, che include vascolari, licheni, briofite e funghi, tra le più minacciate d’Italia, o endemiche, è stato anch’esso valutato attraverso i criteri Iucn, definendo così le categorie di minaccia in cui ricadono.
Le principali minacce alla biodiversità vegetale in Italia sono rappresentate dall’urbanizzazione selvaggia (abusivismo edilizio), dallo sviluppo di infrastrutture, dall’allevamento intensivo e dal turismo. Problemi si manifestano anche nelle aree protette a causa dello sviluppo non oculato di infrastrutture e della mancanza di adeguati controlli.

Scarica la Lista Rossa dei vertebrati italiani (Pdf – 1,5 Mb)

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(*) Ricordo – per chi si trovasse a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.
Molti i temi possibili. A esempio, nel mio babelico archivio, sul 22 maggio avevo, fra l’altro, queste ipotesi: 337: muore Costantino; 1639: muore Tommaso Campanella; 1885: nasce Giacomo Matteotti; 1930: nasce Harvey Milk; 1949: si suicida James Forrestal; 1959: «Lonely Woman» di Ornette Coleman; 1966: l’ora legale in Italia; 1967: muore Langston Hughes; 1968: affonda lo Skorpion; 1979: Roma, Hamed Alì Jamal bruciato; 2010: muore Martin Gardner. E chissà a ben cercare quante altre «scordate» salterebbero fuori.
Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it ) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.
Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su http://www.radiazione.info.
Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… vi aggiorneremo. (db)

 

Redazione
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