Scor-data: 4 aprile 1589

Con i sandali ballando… Ma cosa c’entra la musica degli Inti Illimani con la Sicilia? Qui si narra d’un figlio di schiavi, cuoco e poi santo. Benedetto e/o Benito oppure… Calogero? Un lungo viaggio, polemiche e misteri dal 1500 – e forse prima – a oggi. (*)

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Perfino i siciliani meno religiosi sanno che la patrona di Palermo è santa Rosalia (più familiarmente “Santuzza”). Pochi sanno che la città ha anche un patrono, san Benedetto il Moro, che nacque – probabilmente – a San Fratello nel 1524 per morire il 4 aprile 1589 a Palermo. Tanti dicono che «fu il primo santo di colore nella storia della Chiesa» e su quel “di colore” si potrebbe discutere all’infinito. A ogni modo “il Moro” venne canonizzato da papa Pio VII il 24 maggio 1807 ma il Senato di Palermo lo aveva scelto come patrono della città quasi un secolo prima, nel 1713.

Non è l’unico patrono nero in Sicilia, anche Agrigento ne ha uno, san Calogero. Per non parlare delle tante Madonne nere come quella famosa a Tindari, nella provincia di Messina.

Ci sono però almeno tre modi per raccontare questo san Benedetto.

Vediamo il primo. Nella «enciclopedia dei santi» lo raccontano all’incirca così (è una mia sintesi con il taglio di qualche aneddoto).

Nacque nel 1526 a San Fratello (Messina) da Diana Larcari e Cristoforo Manassari, cristiani, discendenti da schiavi negri portati dall’Africa. Adolescente, Benedetto custodì il gregge del suo padrone e fin da allora per le sue virtù fu chiamato il “santo moro”. A 21 anni entrò nella comunità degli eremiti fondata nei pressi del suo paese natale da Girolamo Lanza, che viveva sotto la regola di san Francesco. Nel 1562 Benedetto si aggregò ai Frati Minori. Esercitò l’umile ufficio di cuoco con tanto spirito di sacrificio e di soprannaturale carità che gli si attribuirono miracoli. Fu tanto stimato che nel 1578 lui, semplice laico, fu nominato superiore del convento e guidò per tre anni la sua comunità con saggezza, prudenza e grande carità. Si recò ad Agrigento dove, per la sua fama di santità rapidamente diffusasi, fu accolto con calorose manifestazioni di popolo. Pur essendo tornato a fare molti devoti andavano a consultarlo (teologi e perfino il viceré di Sicilia). Lui, sempre umile e devoto, raddoppiava le penitenze, digiunando e flagellandosi a sangue. I processi della sua canonizzazione riferiscono numerose guarigioni da lui operate. Il suo culto si diffuse dalla Sicilia in tutta Italia, in Spagna, nel resto dell’Europa e anche nell’America del Sud, dove divenne il protettore delle popolazioni negre.

Vediamo il secondo modo di raccontarlo: da Wikipedia (anche qui sintetizzo e taglio le ripetizioni).

San Benedetto Manasseri, detto anche Benedetto da San Fratello e Benedetto il Moro nacque in un giorno imprecisato del 1524 in una famiglia di schiavi (Cristoforo e Diana) condotti dall’Africa (Etiopia?) in provincia di Messina. Nato libero per concessione del Manasseri, Benedetto ebbe un fratello di nome Marco e due sorelle, Baldassara e Fradella, minori di lui. Sin da piccolo si mise in mostra per la sua volontà di solitudine e di autopenitenza che gli fecero guadagnare il soprannome di Santo, nonostante venisse maltrattato dai coetanei per il suo atteggiamento. A 18 anni lasciò la casa di famiglia lavorando per conto suo e cominciò ad aiutare i poveri. A 21 anni entrò nell’eremo di Santa Domenica a Caronia ma presto dovette lasciarlo a causa del continuo viavai di gente che gli chiedeva miracoli. Il culto, iniziato prima della morte, si diffuse subito in forma non ufficiale. Anche in Sardegna è venerato (seppur relativamente) nell’antico monastero di San Pietro in Silki, dove è conservato un suo simulacro settecentesco. Il culto è vivo anche in Spagna e soprattutto in Sudamerica, dove viene riconosciuto come santo protettore delle persone di colore: in Venezuela nella regione chiamata Zulia le celebrazioni vanno dal 27 dicembre al 6 gennaio. Qui i riti celebrati sono tipici delle culture africane del Togo, Benin, Nigeria e Angola, con musiche, balli e dimostrazioni di forza. Nelle riproduzioni devozionali, la sua figura assomiglia a quella di sant’Antonio da Padova, però di colore.

Un terzo modo di raccontare questa vicenda, inquadrandola in un più ampio percorso storico, è quello di Giovanna Fiume nel suo libro intitolato «Il Santo Moro. I processi di canonizzazione di Benedetto da Palermo (1594-1807)» pubblicato nel 2002 e ristampato nel 2008.

Ecco la presentazione del volume: «Benedetto da San Fratello, nato nel 1524 da una coppia di schiavi africani, dopo una lunga fase eremitica, conclusa su Monte Pellegrino – dove più di cinquant’anni dopo saranno ritrovate le spoglie di Rosalia, la santa che approfitterà della peste del 1624 per sottrargli il primato nella devozione dei palermitani – muore a Palermo nel 1589 presso il convento di Santa Maria di Gesù in fama di santità. Qui, ancora oggi, è conservato il suo corpo incorrotto, affidato alla cura dei frati di San Francesco che custodiscono il culto del frate nero. Sull’onda della grande devozione da parte delle élites cittadine e del popolo minuto, prende l’avvio, subito dopo la sua morte, il processo di canonizzazione che, sostenuto dalla corona spagnola, dall’arcivescovo palermitano, dall’ordine francescano e dalla più alte cariche cittadine, trova la sua conclusione solo nel 1807. Ma, già nel 1652, il Senato di Palermo lo eleggeva tra i santi patroni della città. Questo libro è prima di tutto la storia dei processi che si susseguono sotto la sapiente regia della Sacra Congregazione dei Riti, burocrazia permanente preposta all’ufficio della verifica del miracolo e del soprannaturale, lungo i due secoli dell’età moderna: dall’alba del “secolo dei santi” all’indomani della “tempesta napoleonica” che sconvolge gli Stati italiani di antico regime e la stessa Chiesa cattolica. La massiccia documentazione rivela la fitta rete composta dai francescani palermitani e dai loro superiori, da elementi di spicco dell’élite politica siciliana e spagnola, da alti prelati e artigiani, medici e mercanti e, su un teatro più ampio, la strategia dell’Ordine, la sua opera di evangelizzazione degli schiavi africani nella penisola iberica e nel Nuovo mondo, l’elaborazione del modello di santità nera. Ma rivela altresì la concezione del miracolo, l’uso del “santo vivo” e della reliquia, il rapporto fra medicina e religione, fra medicina colta e medicina popolare, la costruzione e la fruizione di un universo devozionale, la formulazione di un modello di santità nella Sicilia della Controriforma. E infine, il declino del miracoloso nel Settecento e la trasformazione della religiosità barocca in una sobria e “regolata devozione”. I documenti processuali sono anche incrociati con la ricca produzione agiografica, dalle Vite alle comedias de santos, che sostengono e accompagnano, in Italia e in Spagna, le varie tappe della canonizzazione di San Benedetto il Moro. La costruzione dell’agiografia pone problemi non dissimili a quelli delle fonti testimoniali, equiparate entrambe – a certe condizioni – e ammesse alla stessa stregua a testimoniare l’evidenza della santità e delle sue manifestazioni. Ma la storia di Benedetto e della sua canonizzazione si inscrive altresì nella lotta che contrappone nel Mediterraneo fra XVII e XVIII secolo la croce e la mezzaluna e che ha nella guerra di corsa una manifestazione vistosa e nella schiavitù il suo esito più diffuso. La “santità nera” rappresenta perciò la risposta occidentale al fenomeno dei rinnegati cristiani che abbracciano la fede musulmana; la capacità di assimilazione fa di Benedetto un simbolo polisemico che l’Ordine francescano diffonde nell’opera di evangelizzazione degli schiavi africani, frutto della tratta atlantica, nel Nuovo mondo».

Un quarto modo di raccontare potrebbe essere cantando. Perché in America latina dire Benedetto è dire Benito. Ed ecco la sua festa, cantata dagli Inti illimani.

«Dove sta ballando la mia nera,
con i sandali, ballando
Dove si è messa la mia nera
Caricata della sua energia, ballando
Nera, samba, anche se tuonante
Sempre davanti
C’è un pappagallo con la sua scimmietta
È un regalo di San Benito
Per la festa dei negretti
Un vecchio cavalca il suo cavallo
Stanno dormendo nella loro tenda..
Ce ne andiamo, andiamo cantando
Con i sandali cantando
Con i sandali ballando».

Fra misteri e usi politici (come sempre) della “santità” ci potrebbe essere un quinto e paradossale approccio alle vicende del figlio di schiavi che fu cuoco e poi santo.

Se infatti guardate una qualunque immagine di san Calogero (venerato ad Agrigento e soprattutto fra i migranti italiani nelle Americhe ma oggetto di culto anche fra gli ortodossi) vedete indubitabilmente un “nero”. Amatissimo: tutt’oggi quando ad Agrigento passa la processione di san Calogero dalle finestre si lancia il pane e i fedeli attaccano soldi alla statua.

Le date di Benedetto e Calogero non corrispondono ma c’è chi in Sicilia giura – «lo dico a fiuto, mica sono uno storico» mi confida un ex studente di teologia ora approdato allo scetticismo – che magari quei due non sono la stessa persona però sono stati costruiti su un identico clichè.

Calogero sarebbe nato nella colonia greca di Calcedonia, dunque in Asia minore: nel 466 secondo alcune fonti ma quasi 300 anni prima secondo un’altra versione. Per alcuni storici di religione ortodossa, il santo è raffigurato con la pelle nera – dal XVIII secolo in poi – a causa dell’errore di alcuni gesuiti del sei-settecento (ritenuti in malafede) i quali, nel trascriverne la vita, cambiarono il termine greco Chalkhidonos, che significa “di Calcedonia”, con Karchidonos, ovvero cartaginese. In un’altra ipotesi i seguaci del santo gli hanno attribuito uno dei caratteri delle deità greco-romane, in analogia con le svariate Madonne Nere presenti in tutto il mondo, le quali sono l’evoluzione (o il ripescaggio) delle Grandi Madri o Grandi Dee. Ma questa della “razza” dei santi e soprattutto delle madonne – scurite dai fedeli e sbiancate dal clero – è una storia ben più lunga e complessa che varrà raccontare in un’altra occasione.

(*) Questa mia «scor-data» esce anche sul nuovo numero di «Corriere delle migrazioni». (db)

LE SCOR-DATE

Come sa chi frequenta codesto blog ogni giorno – per due anni, cioè dall’11 gennaio 2013 all’11 gennaio 2015 – la piccola redazione ha offerto (salvo un paio di volte per contrattempi quasi catastrofici) una «scor-data» che in alcune occasioni raddoppiava o triplicava: appariva dopo la mezzanotte, postata con 24 ore di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; ma qualche volta i temi erano più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi.
Tanti i temi. Molte le firme (non abbastanza probabilmente per un simile impegno quotidiano). Assai diversi gli stili e le scelte; a volte post brevi e magari solo una citazione, una foto, un disegno… Ovviamente non sempre siamo stati soddisfatti a pieno del nostro lavoro. Se non si vuole copiare Wikipedia – e noi lo abbiamo evitato 99 volte su 100 – c’è un lavoro (duro pur se piacevole) da fare e talora ci sono mancate le competenze, le fantasie o le ore necessarie.

Abbiamo deciso – dall’11 gennaio 2015 che coincide con altri cambiamenti del blog, ora “bottega” – di prenderci un anno “sabbatico”, insomma un poco di riposo, per le «scor-date». Se però qualche “stakanovista” (fra noi o all’esterno) sentirà il bisogno di proporre una nuova «scor-data» ovviamente troverà posto in blog; la redazione però non le programmerà.

Nell’anno di intervallo magari cercheremo di realizzare il primo libro (sia e-book che cartaceo?) delle nostre «scor-date», un progetto al quale abbiamo lavorato fra parecchie difficoltà che per ora non siamo riusciti a superare. Ma su questa impresa vi aggiorneremo.

Però…

(c’è quasi sempre un però)

visto il “buco” e viste le proteste (la più bella: «e io che faccio a mezzanotte e dintorni?» simpaticamente firmata Thelonius Monk) abbiamo deciso di offrire comunque un piccolo servizio, cioè di linkare le due – o più – «scor-date» del giorno, già apparse in blog.

Speriamo siano di gradimento a chi passa di qui: buone letture o riletture

La redazione (in ordine alfabetico): Alessandro, Alexik, Andrea, Barbara, Clelia, Daniela, Daniele, David, Donata, Energu, Fabio 1 e Fabio 2, Fabrizio, Francesco, Franco, Gianluca, Giorgio, Giulia, Ignazio, Karim, Luca, Marco, Mariuccia, Massimo, Mauro Antonio, Pabuda, Remo, “Rom Vunner”, Santa, Valentina e ora anche Riccardo.

 

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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