Scor-data 9 ottobre 2010

Se lo Stato pensa che una morte (quella di Federico Aldrovandi) possa essere risarcita
di Mauro Antonio Miglieruolo (*)

 


Per questa scordata sono stato chiamato in causa da Daniele Barbieri. Si tratta di un tipo di storie che affronto con ripugnanza (la violenza non mi attrae e quella gratuita, espressione di una inclinazione perversa, mi angoscia).
Non credo di essere il solo a dolersi dei fatti di sangue di cui son piene le cronache; la notte in cui fu ucciso, Federico Aldrovandi era un ragazzo inerme, bisognoso di aiuto e non di manganellate. Un episodio che supera ogni capacità di sopportazione. Come comprendere a fronte di tanta crudeltà, insensibilità, cieca stupidità e gratuito furore? Non capisco ma sono rassegnato alle manifestazioni di brutalità da parte del cittadino qualsiasi, sempre più frequenti ai nostri giorni; quella dei “tutori della legge”, di coloro ai quali dovremmo poterci rivolgere quando abbiamo in problema risulta però inaccettabile.
Andiamo ai fatti. Sulle emozioni e sulle opinioni si può “costruire” esclusivamente dopo aver ricostruito i fatti.
La notte del 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi è in prossimità della sua abitazione. Gli amici che lo hanno lasciato da poco testimonieranno che era tranquillo e nella pienezza di sé. Le perizie effettuate post mortem attesteranno questa circostanza. Nonostante avesse assunto modicissime quantità di sostanze stupefacenti e alcool non era in uno stato mentale alterato. La quantità di alcool nel sangue (0,4 g/L) non sarebbe stata sufficiente a sottoporlo a sanzioni ove fosse stato fermato alla guida di un’auto e sottoposto a controllo da parte di una pattuglia della stradale. Chi era nella Volante “Alfa 3” che lo intercetta sosterrà invece di essersi trovato di fronte a un invasato violento in evidente stato di agitazione” che li avrebbe aggrediti «a colpi di karate e senza un motivo apparente». Vengono chiesti rinforzi. In soccorso (in soccorso di due agenti armati di manganello e addestrati agli scontri fisici) arriva la volante “Alfa 2” con altri due agenti. Ricomincia lo “scontro”. Questa volta sono in quattro. La “colluttazione” è di una tale violenza che gli agenti spezzano due dei manganelli adoperati. Federico muore per asfissia, provocata dallo schiacciamento del torace sull’asfalto, a causa delle ginocchia di due agenti appollaiati sulla schiena. I poliziotti chiameranno (in ritardo) un’ambulanza. Non c’è nulla da fare ormai.
Segue una sequenza assurda (e disgustosa) di depistaggi, omissioni di atti d’ufficio e complicità con gli agenti responsabili della morte di Federico Aldrovandi. Fino all’ultimo la difesa tenterà di salvare i quattro sostenendo che Federico «stava benissimo prima dell’arrivo dei sanitari» (insomma, l’avrebbero ammazzato questi ultimi!), nonostante esistesse presso la centrale operativa la registrazione della seguente inequivocabile frase: «l’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto». Secondo un certo “mal pensare” non sarà certo un’inezia del genere, in pratica una confessione, a compromettere la reputazione di un agente di polizia.
Quel che indigna nella conduzione della difesa, a parte questo episodio, è la sistematica inconsistenza delle motivazioni addotte, frutto sicuramente della convinzione che basti una frase qualsiasi, buttata lì come viene in mente, per ritenersi emendati da ogni responsabilità. Convincimento che deve, nel decorso del tempo, aver trovato molteplici conferme in una gestione disinvolta della “giustizia”, quando in ballo ci sono la “forze dell’ordine”, per indurre i difensori a credere di potersela cavare tanto a buon mercato.
In ogni caso solo nel 2008, in seguito alla presentazione di una seconda perizia da parte dalla famiglia Aldrovandi, potranno essere determinate la cause della morte: «alla base del cuore, lungo l’efflusso ventricolare sinistro […] si osserva un cospicuo ematoma. Questa è la sede del fascio di His […]. Il coinvolgimento del fascio di His da parte dell’ematoma è vistoso e con grande verosimiglianza è di origine traumatica». Conclude la perizia «questa complicanza è stata la causa della morte». Il 9 gennaio 2009 in tribunale il perito di parte confermerà che la causa della morte è di origine traumatica. La perizia risulta decisiva per determinare la condanna dei quattro poliziotti. Una tantum sono i buoni a vincere. Nonostante tutti gli sforzi per nascondere la verità. Così il 6 luglio 2009 i poliziotti responsabili del massacro verranno condannati a tre anni e 6 mesi ciascuno per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi, pene che verranno confermate in Appello e Cassazione. I quattro però sconteranno solo 6 mesi; tre anni riusciranno a farseli abbonare a causa del decreto svuota-carceri. Uno dei quattro però (una donna) si farà solo un mese e sconterà i restanti cinque ai domiciliari.

Non mi lamento di questo, né della relativa mitezza della pena toccata ai quattro. Non è di vendetta che abbiamo bisogno, ma di giustizia, di verità e trasparenza. Di essere rassicurati sul ruolo che le forze dell’ordine, spesso forze del disordine, sono chiamati a svolgere. Quello di cui abbiamo bisogno è che i poliziotti siano educati a trattare le persone come cittadini, non come sudditi.

Nell’ottica della dignità e del valore delle persone, molto più valgono le scuse che ai familiari – sia pure in ritardo – porge il capo della polizia Antonio Manganelli che i circa due milioni di risarcimento che il ministero dell’Interno vuole concordare (il 9 ottobre 2010 appunto). I soldi, è vero, sono la classica riparazione proposta dai ricchi per i danni provocati ai poveri. Ma sono anche una implicita ammissione di responsabilità, anche se non di pentimento. Nelle scuse di Manganelli l’ammissione e il pentimento sono esplicite. Non posso valutare il livello di sincerità con il quale sono state porte, ma qui è secondario. Importante è che siano state fornite. Che lo Stato si sia piegato (ripeto: una tantum) a essere effettivamente al servizio e a tutela dei cittadini.
Per il resto non posso, non possiamo fare altro che unirmi al dolore della famiglia. Al loro e a quello dei tanti altri sottoposti alla medesima violenza, con le medesime funeste conseguenze, che ancora non hanno trovato la condanna dei carnefici.
PS – Non corredo il pezzo con immagini. Dovrei proporre quella terribile, che Giovanardi mi sembra abbia accusato di essere un falso (Giovanardi è uno dei pochi politici coerenti: mai smentisce la fama di feroce nemico della ragione, della giustizia e dei deboli). Ne risparmio a me e a voi l’avvilente, dolorosa visione.
(*) Come molte/i sanno, continua – deve continuare – la civile lotta contro i responsabili della morte di Federico Aldrovandi e contro chi li copre, tributando loro applausi o inventando giustificazioni al loro agire di quella notte. Continua – deve congtinuare – perché quei poliziotti sono rimasti in servizio e, al di là di ogni “formalità”, è inaccettabile che chi è stato ritenuto responsabile di un reato così grave resti là dove, come ricorda Mauro Antonio Miglieruolo, si dovrebbero difendere i cittadini. Esigere che non restino in divisa è giustizia non vendetta.

Ricordo – per chi si trova a passare da qui per la prima volta – il senso di questo appuntamento quotidiano in blog. Dall’11 gennaio 2013, ogni giorno (salvo contrattempi sempre possibili) troverete in blog a mezzanotte e un minuto una «scordata» – qualche volta raddoppia o triplica, pochi minuti dopo – postata di solito con 24 ore circa di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna dimenticano o rammentano “a rovescio”.
Molti i temi possibili. Molte le firme (non abbastanza forse per questo impegno quotidiano) e assai diversi gli stili e le scelte; a volte troverete post brevi: magari solo una citazione, una foto o un disegno. Se l’idea vi piace fate circolare le «scordate» o linkatele ma ovviamente citate la fonte. Se vi va di collaborare – ribadisco: ne abbiamo bisogno – mettetevi in contatto (pkdick@fastmail.it ) con me e con il piccolo gruppo intorno a quest’idea, di un lavoro contro la memoria “a gruviera”.
Ogni sabato (o quasi) c’è un riassunto di «scor-date» su Radiazione (ascoltabile anche in streaming) ovvero, per chi non sta a Padova, su http://www.radiazione.info .
Stiamo lavorando al primo libro (e-book e cartaceo) di «scor-date»… è un’impresa più complicata del previsto, vi aggiorneremo. (db)

 

danieleB
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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