Scuole, genere e violenza sessista

intervista a Giuseppe Burgio (*)

PERCHÉ RIFLETTERE NELLE SCUOLE SU STEREOTIPI

E RUOLI DI GENERE SIGNIFICA PREVENIRE LE VIOLENZE

Giuseppe Burgio, siciliano, 46 anni, è ricercatore universitario di pedagogia e ha insegnato nelle scuole secondarie di primo grado. Al convegno di Bologna «Educare alle differenze» ha condotto il laboratorio iperpartecipato – su «Maschilità, omofobia, bullismo e educazione», che sono i temi del suo libro “Adolescenza e violenza”.

Giuseppe, quali sono le differenze di cui ci si occupa qui? 

Siamo abituati a pensare alle “differenze” in termini di “diversità”, come se ci fosse una parte della popolazione che è “normale” perché corrisponde a una “norma”, e qualcuno che diverge, e quindi è “diverso”. Quasi tutti gli studi sul genere riguardano le donne perché, dato che la “norma” è a misura del maschile, le donne rappresentano una diversità, così come gli studi sull’omosessualità riguardano una diversità dalla “normalità” eterosessuale.

Il concetto di differenza invece a che fare con la reciprocità: «Io – uomo – sono differente dalla mia compagna, tanto quanto lei è differente da me». Non c’è una norma da cui una parte diverge, ma differenze su un piano di parità. E su queste differenze ci si interroga. Solo di recente si è cominciato a parlare di differenza maschile. Che vuol dire “essere maschi” in questa società? Significa molte cose: le maschilità si trasformano nei luoghi, nelle età della vita…

Ma perché queste differenze c’entrano con l’educazione? 

Perché le domande non nascono solo a livello accademico, è cambiata la società. Si mettono in dubbio una serie di luoghi comuni, di ruoli, di forme di dominio degli uomini sulle donne: il patriarcato. Questo ha comportato una crisi dei punti di riferimento, che si riflette sulla formazione dei giovanissimi. Mentre le bambine crescono in una società che offre molti modelli in cui identificarsi, ai bambini viene proposto sempre lo stesso modello, che però non funziona più. Il pater familias e il maschio dominante hanno perso potere, ma non sono emersi nuovi punti di riferimento positivi.

Alcuni temono che consista nell’insegnare “a essere differenti”…

Ci sono atteggiamenti nostalgici del vecchio modello patriarcale, che viene riproposto in forme esasperate, o di recupero del modello di eroe guerriero che è vincente se domina. Questo è un problema. Le interviste agli stupratori mostrano che i colpevoli agiscono non in preda a un raptus erotico, ma per “rimettere le donne al loro posto”.

L’educazione avviene in ambito familiare e scolastico, ma anche in modo informale, per esempio attraverso i mezzi di comunicazione; tutti noi che partecipiamo a questo processo, formiamo le nuove generazioni. Quindi dobbiamo diventare più consapevoli e chiederci: come riproduciamo la società di domani, attraverso quali modello di rapporto? Come ci confrontiamo con le differenze? Facciamo finta che non ci siano o le consideriamo tutte?

In pratica, come si comunica l’aspetto positivo della differenza? Non basta dire: “non fare il sessista!”

È proprio questa la posta in gioco. Finora noi uomini potevamo facilmente definirci in positivo: «Io sono quello che porta il pane a casa», «io gestisco la famiglia», «io difendo la mia terra» ecc. Oggi è più difficile. Infatti per molti adolescenti maschi è più facile definire in negativo cosa vuol dire essere maschi: «Io non sono femmina», «io non sono finocchio» ecc. Attribuire tutta la negatività agli altri, a tutti quelli che non sono maschi ed eterosessuali, aiuta a definirsi in positivo. Da qui nasce oggi buona parte della misoginia e dell’omofobia.

Il rischio è sostituire al vecchio modello patriarcale un “nuovo maschio ideale”?

Sì, lo vediamo sui media più popolari ma anche in articoli e libri: la proposta dell’uomo dolce, il “mammo”, l’uomo che non è violento… quindi di nuovo un uomo che si definisce per quello che non è. Io penso invece che la sfida educativa sia mostrare tutti i possibili modelli: ognuno di noi ha un modo diverso di costruire e di mettere in scena la propria maschilità. Valorizzare la pluralità vuol dire mostrare agli uomini adulti di domani che il proprio modo di essere maschi va bene, che non c’è qualcosa che manca, altre “gare da vincere”, altre “donne da conquistare”, prima di arrivare a essere considerato “un vero uomo”. Ma perché affannarci, visto che in realtà questo ideale virile non è incarnato al 100% da nessuno sulla Terra? Meglio piuttosto affermare altri piani: possiamo affermare che anche un uomo anziano è un “vero uomo”, che anche un uomo su una sedia a rotelle, un omosessuale… sono tutti, davvero, uomini, anche se non sono “IL vero uomo”…

Anche uno giovane, palestrato, che va in moto a bere una birra?

Assolutamente sì! La questione è riconoscere che anche l’immaginario “macho” è solo una delle forme possibili, che vanno tutte bene fino a che non si trasformano in imposizione di un modello unico, in un ideale normativo a cui tutti devono aderire.

Quanto è presente, fra gli uomini, questa esigenza di cambiamento? 

Mentre le donne storicamente sono riuscite a creare un’aggregazione in quanto donne, un movimento, gli uomini hanno sempre avuto difficoltà a farlo. Perché non ne hanno avuto bisogno ma anche perché il modello virile competitivo agisce sempre, crea necessità di primeggiare e quindi difficoltà ad affrontare molte cose tra uomini. Noi siamo abituati a stare insieme solo in ambiti ritualizzati: la partita, lo spogliatoio… L’idea di confrontarsi su queste cose tra uomini è estremamente difficile».

(*) ripreso dall’ultimo numero della rivista «Uomini in cammino» che indica come fonte il sito www.noino.org. Ricordo che la redazione di «Uomini…» è presso Beppe Pavan, corso Torino 117 – 10064 Pinerolo; carlaebeppe@libero.it

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