Se ne va Ornette Coleman…

lasciando una galassia di suoni e idee

Ornette-

Un genio, uno sperimentatore, un grande sassofonista, a volte un bambino o se preferite un giocoso pazzo (in un disco volle come batterista suo figlio Denardo, che aveva solo 10 anni e … sorpresa suonò bene): Ornette Coleman era sempre curioso di tutto, generoso negli ultimi concerti nonostante l’età avanzata, mai pigro.

Oggi viene ricordato – son strette le etichette – come «il padre del free jazz». Non sono un musicista o un critico musicale ed esito a scrivere altro. Per me è stato, fin dal primo suo disco che ascoltai (circa 50 anni fa) un incantatore.

Molte buone storie di fantascienza mi hanno portato su altri mondi e in altri tempi ma pochi musicisti, fra cui Ornette Coleman, sono riusciti a fare lo stesso, stordendomi i 25 (ben più di 5) sensi e “spalancandomi” la testa.

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Chi lo conosce credo capisca bene le strane cose scritte qui dopra. Chi invece non ha mai sentito suonare Ornette Coleman però ama la musica (Bach a esempio, non Claudio Baglioni) provi ad ascoltarlo. Per esempio qui: Ornette Coleman Trio at the Golden Circle – Faces and … E se dal “circo d’oro” vi sentite trascinare da qualche parte lasciatevi andare senza paura sul trapezio, nelle acque profonde e sulle stelle. Ornette ha lasciato molto, per me il minimo è dirgli grazie… e invidiare quelle/ichiunquesiano che, nel quartiere accanto, ora stanno incontrandolo. Con la sua musica. Free per sempre.

 

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Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Grazie Ornette.

    Daniele, mi ricordo ciò che mi raccontasti su Ornette Coleman a Trieste. Una storia così bella.

    Voglio allora – anche se senza permesso – lasciare qui questo estratto da un articolo che ho trovato, scritto da Maria Grazia Giannichedda.

    Grazie Ornette Coleman. Grazie Franco Basaglia.

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    Quando il futuro incominciò

    Maria Grazia Giannichedda – Sociologa, Università di Cagliari

    Trieste, Franco Basaglia, Ornette Coleman

    1974

    Ornette Coleman lo ricorda benissimo quel concerto di fine maggio del 1974 nel manicomio di Trieste, anche se sono passati più di trent’anni. Ha appena suonato a Roma nell’Auditorium di Renzo Piano, con una band essenziale e i suoi sax da cui ricava suoni ancora nuovi e sorprendenti, lui che è già parte della storia della musica. Da anni si rifiuta alle interviste ma questa è un’altra cosa, si tratta di ricostruire insieme una storia “very unique”, molto speciale.

    Avevamo organizzato il concerto con il Club triestino degli Amici del jazz e il tramite era stato un pittore olandese che Coleman ricorda come “un uomo grande e grosso che viveva in barca, un artista molto bravo che faceva quadri sempre non più grandi di un foglio A4”. Questo pittore di cui non riusciamo a ricordare il nome era entrato in contatto col manicomio attraverso l’esperienza di Marco Cavallo, il grande cavallo azzurro di cartapesta costruito in due mesi nel “Laboratorio P”, un reparto appena svuotato dove gli operatori e i ricoverati, con un gruppo di teatranti, pittori e scultori guidati da Giuliano Scabia e Vittorio Basaglia, avevano creato “un evento” si direbbe oggi, che si concluse con “una festa di lotta”, come dicemmo allora, cioè un grande corteo aperto dal cavallo che conteneva in pancia i desideri di chi l’aveva costruito, e che attraversò il centro di Trieste in un pomeriggio di sole e bora il 25 marzo 1973 (il racconto di quell’esperienza si trova in un bel libro curato da Giuliano Scabia e pubblicato da Einaudi nel ’76). I materiali prodotti dai ricoverati nel “Laboratorio P” erano stati poi presentati in una collettiva a cui aveva partecipato anche il mondo variegato e cosmopolita degli artisti triestini, e che si era svolta nell’osteria “Le cinque porte” di Tristano Toich, oste, critico d’arte e tassista, personaggio allora famoso di quel quartiere di San Giacomo che James Joice aveva amato e abitato.

    Queste iniziative facevano parte del grande sommovimento iniziato alla fine del 1971, quando Franco Basaglia era diventato direttore del manicomio. In soli due anni erano cambiate molte cose. Tutti i reparti erano aperti, molte persone erano state dimesse ma ne restavano dentro 847, e “847” era il nome del giornale inventato da Ugo Guarino, artista pop triestino che aveva vissuto a lungo negli Stati Uniti e animava all’epoca il “Collettivo d’arte arcobaleno”, che aveva fatto tra l’altro il murale “La libertà è terapeutica”, messaggio chiave di quegli anni, che sconcertava e divideva la città. Gran parte della gente viveva infatti come violenza e minaccia la presenza dei matti nelle strade, ed era disturbata dai frammenti di storia della città che le vite degli internati rivelavano, mentre il quotidiano locale e il tribunale avversavano sistematicamente ogni cambiamento.

    Si rischiava ogni giorno di essere normalizzati, costretti nella dimensione della pura “umanizzazione” del manicomio, oppure di essere messi all’angolo, di ripiegare nell’esperimento minoritario e assediato. Questo era accaduto in quegli anni, ma in realtà era stata anche una loro scelta, ai nostri compagni di strada in Inghilterra e in Francia, Ronald Laing, David Cooper, Felix Guattari, che avevano un successo editoriale enorme tra i giovani dei movimenti ma nessuna possibilità di incidere davvero in quel sistema manicomiale che all’epoca aveva dimensioni enormi: centomila internati in Italia e quasi un milione in Europa, secondo l’OMS. Basaglia spinse il movimento che allora si definiva “anti-istituzionale” in una direzione diversa da quella presa nel resto d’Europa: lavorare dentro il grande manicomio pubblico, accettare la sfida di misurarsi col senso comune, cercare di spostare l’interrogarsi di quegli anni su follia e ragione verso la ricerca di come si possa concretamente vivere insieme, i ragionevoli con i folli, e ciascuno con la propria ragione e la propria follia.

    Il concerto di Ornette Coleman fece incontrare, per la prima volta, oltre un migliaio di persone con quelli che vivevano nella “città dei matti”, di cui la città di tutti conosceva solo il muro e il messaggio, insieme rassicurante e minaccioso, che trasmetteva.

    “Neppure noi avevamo la minima idea di chi potesse esserci in quell’ospedale – ricorda Coleman – ci siamo trovati fra tanta gente di tutti i tipi e certo non avresti potuto dire, guardandoli in faccia, questo è malato e questo no”. Una situazione assai diversa da quella di qualche settimana prima a Milano, dove Coleman aveva suonato al Paolo Pini, uno dei manicomi della città. Quel concerto, che ci aveva fatto venire l’idea di cercarlo, “era stato tutt’altra cosa – dice Coleman- lì avevo suonato per i medici, ricordo che nel teatro c’erano file di medici e file di malati, composti e seduti, tutto molto controllato e usuale, un concerto di beneficenza come mi è capitato altre volte”. A Trieste invece nel prato del campo sportivo circondato dai reparti “non c’era un vero palco, solo una pedana e noi suonavamo con la gente che andava e veniva intorno e vicino a noi, con l’aria di pensare vediamo chi sono questi artisti, cosa fanno. Mi sembrava davvero molto bello, era real audience, un pubblico vero, vicino, che ci sentiva e che sentivamo. Stavamo per cominciare quando è venuta fuori quella signora, di lato rispetto a noi, dall’ombra, sola, senza che nessuno la controllasse, suonando la fisarmonica.

    Si muoveva in modo molto tranquillo, convinta che non ci fosse nulla di sbagliato in quello che stava facendo, quasi professionale, suonava qualcosa che mi sembrò una canzone popolare. Mi ricordo che ho pensato questa è musica, let’s join her, andiamole dietro, e così abbiamo cominciato a suonare ciò che suonava lei.”

    Tra noi, in realtà, c’era stato un vero panico in quel momento. Non per le intenzioni di Rosetta Lojacono, che certamente non voleva disturbare il concerto. Rosetta avrà avuto una cinquantina d’anni all’epoca. Piccola, rotonda, rosea, sembrava una di quelle fate argute e affettuose, e come loro era capace di prodigi e bizzarrie. Cantava con una bella voce da soprano e la si vedeva spesso passeggiare nei viali del manicomio e per il quartiere suonando la fisarmonica o l’armonica a bocca. Nei mesi del laboratorio di Marco Cavallo, Rosetta, internata da più di vent’anni, era stata una protagonista: aveva raccontato lei la storia del cavallo Marco che tirava il carretto con la biancheria sporca dei reparti, e da lì era nato il cavallo azzurro che poi ha girato il mondo, con una canzone composta da Rosetta insieme con Giuliano Scabia. Dunque sapevamo che Rosetta poteva partecipare al concerto avendo le risorse e lo stile per farlo, ma non sapevamo di Coleman, e noi che volevamo creare “incontri ravvicinati” tememmo di aver osato troppo nel non volere nessuna mediazione, nessun controllo psichiatrico in quello spazio dentro il manicomio che volevamo fuori dalle sue regole. Coleman si è divertito molto al racconto dei nostri timori per la sua reazione: “io mi sentivo molto bene, molto normale in quella situazione un po’ da fantascienza, e così la cosa ha funzionato. Ricordo che abbiamo suonato almeno un’ora e mezzo, più del solito, mi piaceva quel clima di libertà, questo essere liberi, tutti, in qualunque condizione si fosse. Lo so che all’indomani ognuno sarebbe tornato al suo posto, ma in quel particolare momento era evidente che eravamo tutti normali in quella situazione così speciale. Questo la musica può farlo perché il sound is the science of feeling, è la scienza del sentire.

    Credo davvero che ho capito delle cose di me stesso quella volta. All’epoca ero anch’io molto matto, poi sono diventato più maturo, ho capito anche su di me che la musica fa bene, che tiene insieme”.

    A Trieste i concerti andarono avanti, insieme a tante altre invenzioni che mescolavano vite, spazi, linguaggi, saperi. Anche i centri di salute mentale nacquero con questo imprinting, che è sempre stato difficile da sostenere ma oggi lo è di più, man mano che cresce quella che Basaglia chiamava “l’organizzazione produttiva della diversità” e i suoi addetti non sono più capaci di vedere “i crimini di pace” che si compiono ogni giorno.

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