Sentieri di lettura: nell’Oriente “vicino” e in qualche Africa

Questa volta il primo percorso del «Castoro» è sul quel groviglio di nodi – i molti conflitti politici, economici, religiosi che ruotano intorno a Palestina e Israele – che non per caso in Italia fin dal nome decliniamo in modo assai strano: Medio Oriente mentre, da un punto di vista geografico, sarebbe per noi il Vicino Oriente.

 

Fra i moltissimi libri recenti su questo argomento il Castoro ne ha morsicchiati (insomma letti) dodici, 5 dei quali in ambito letterario. Al solito privilegiando gli editori medio-piccoli ma con una eccezione. In effetti «Storia del conflitto israelo-palestinese» (Laterza: 224 pagine per 20 euri) di Claudio Vercelli è utile soprattutto a chi cerca di ricostruire i vari passaggi storici dei conflitti in corso: l’ideologico, il politico, il diplomatico, il militare e sullo sfondo (un po’ troppo forse) quello economico. Ma c’è anche il tragico gioco delle parti: gli oppressi che diventano oppressori, il dimenticare un comune passato consumato sullo stesso territorio, essere entrambi i popoli usati spesso all’interno di interessi ben più grandi, il mancato riconoscimento reciproco. La ricostruzione storica di Vercelli è ben fatta e non dimentica (quasi) nulla però qualche critica può essere mossa; come lo stesso autore precisa nelle prime righe «La storia non parla mai da sé, bensì con le voci che le sappiamo e vogliamo dare».

 

Nel vivo dell’attualità si colloca invece Angela Lano, giornalista di mestiere, in «Verso Gaza» (176 pagine per 11 euri, Emi) con gli interventi di Enzo Iacopino, del palestinese Mohammed Jhannoun e della statunitense Janet Kobren. Come ricorda il sottotitolo – «In diretta dalla Freedom Flottilla» – questo diario si snoda intorno al 31 maggio 2010 quando incursori israeliani attaccano, in acque internazionali, una spedizione internazionale che porta aiuti umanitari alla Striscia di Gaza sotto embargo. L’attacco israeliano provoca 9 morti e oltre 50 feriti sulla nave Mavi Marnara dove è Angela Lano, unica italiana nella Freedom Flottilla che resta per tre giorni nelle prigioni di Tel Aviv. All’inizio le notizie confuse e il silenzio del governo israeliano sugli arresti fa crescere le paure di amici e parenti; il libro nella prima parte dà voce alla giornalista imprigionata e in parallelo al figlio Federico che a casa da un lato vive una sua angoscia così intima e dall’altra registra le reazioni delle persone intorno ma anche le bugie di media e politici. La seconda e la terza parte di «Verso Gaza» raccontano invece storia e retroscena della flottiglia mentre una ricca appendice documenta cosa significa «vivere a Gaza oggi».

 

Yonathan Mizrachi è un archeologo israeliano e, in questa veste, ha seguito – fra il 2003 e il 2005 – nella zona di Gerusalemme i lavori di costruzione del Muro voluto dal governo di Tel Aviv per ragioni di sicurezza o, secondo un altro punto di vista, per dividere israeliani e palestinesi. Per quanto gli antichi resti siano importanti Mizrachi guarda soprattutto alle persone da una parte e dall’altra del muro, ai diritti umani violati, a paure o rassicurazioni alimentate da quella barriera. Ne è uscito «Gente del muro» (136 pagine per 16 euri) tradotto ora da manifestolibri. Un gran bel libro, ricco di umanità come il precedente, che si potrebbe leggere in parallelo con 3 volumi usciti l’anno scorso che ruotano intorno alla quotidianità invisibile. «Palestina borderline» (284 pag per 29 euri, Isbn edizioni) di Saree Makdisi, statunitense ma cresciuto in Libano, va in cerca di persone e storie che sarebbero normali se non avvenissero nei Territori, in mezzo al filo spinato e a un «processo di pace» che i più considerano una beffa. «L’arte come re-esistenza» (ancora Emi: 160 pag, 12 euri) racconta di incontri sorprendenti «con il talento palestinese». Le tre autrici – Federica Battistelli, Laura Lanni e Lorenza Sebastiani – hanno lavorato a lungo in Palestina e qui raccolgono voci (in campo artistico e formativo) in Cisgiordania, a Gaza e Gerusalemme. Ancora italiano è Vittorio Arrigoni, unico italiano a Gaza durante «Piombo fuso» cioè l’assalto israeliano durato dal 27 dicembre 1008 al 19 gennaio 2009; manifestolibri ha raccolto le sue testimonianze pubblicandole in «Restiamo umani» (128 pag, 7 euri).

 

Di nuovo un libro della Emi (224 pag, 14 euri): indaga sulla minoranza cattolica in Palestina; lo ha scritto Geries Sa’ed Khory e si intitola «Un palestinese porta la croce».

 

A fianco di questi saggi o diari conviene collocare 6 libri più letterari. A partire da «Come fiori di mandorlo o più lontano» (Epochè: 130 pag, 13 euri) di Mahmud Darwish, morto 2 anni fa: forse il più grande poeta palestinese e uno fra i maggiori del mondo arabo. Palestinese in esilio è anche Mohammed Ayyoub che ha raccolto con Rossana Copez «Fiabe palestinesi» (96 pag, 8 euri) che Condaghes pubblica con le illustrazioni di Claudio Fina: adatto per adulti come per bambini.

 

E’ invece tunisino Hubert Haddad che l’anno scorso ha pubblicato con Il Maestrale «Palestine» (160 pag, 16 euri): un visionario romanzo di guerra e amore che in Italia non ha avuto l’attenzione che meritava.

 

Legno e gelsomino, rame… fino a oro nero e perla bianca: sono i dieci elementi naturali che danno il titolo e il filo conduttore ai capitoli nei quali Liana Badr ricostruisce i ricordi di infanzia e giovinezza nella Palestina dove non potrà tornare: «Le stelle di Gerico» (236 pag, 15 euri) viene finalmente tradotto – era uscito nel 1993 – da Edizioni Lavoro con una bella introduzione di Isabella Camera d’Afflitto che giustamente sottolinea la presenza di Suma, «armena, vittima con il suo popolo di un destino avverso».

 

Fra il saggio disegnato e il reportage poetico è «Palestina», ormai famosissimo, che raccoglie le «inchieste» (sua la definizione) di Joe Sacco che nel ’91-92 ha viaggiato in Israele e nei Territori occupati. L’ennesima ristampa arriva negli Oscar Mondadori (304 pag, 13 euri) a dimostrazione che questo libro così particolare non invecchia.

 

 

Il secondo sentiero di questo Castoro attraversa le molte Afriche che (non) conosciamo. Anni fa, nella post-fazione a un libro sui «racconti dall’Africa che scrive in portoghese» («Africana», Feltrinelli, 1999) Vincenzo Barca annotava che «come europei non cessiamo di “scoprire” e pretendiamo di conferire esistenza a quanto man mano andiamo “scoprendo”».

Proprio nelle viscere di quell’Africa che parla portoghese vale subito consigliare – a chiunque ama avventurarsi fuori dalle strade letterarie troppo battute – l’incontro con un geniale e ironico imbroglione, Helder Macedo del quale finalmente – dopo un ventennio – Diabasis traduce «Da qualche parte in Africa» (248 pag, 18 euri). Tanto per farvi capire: il primo capitolo si intitola «In cui l’autore si dissocia da se stesso e disdice il proposito del suo libro». Portoghese ma cresciuto fra Sudafrica e Mozambico, Macedo è stato poeta, docente universitario, oppositore del regime fascista di Salazar, ministro della cultura nel 1979 e ora romanziere. Qui tra realtà e finzione, humor e tragedia, storia e autobiografia fa capire quanto l’Africa abbia segnato l’identità portoghese. Probabilmente uno dei primi romanzi “post-coloniali” nella doppia prospettiva dei dominatori e dei dominati.

 

Spostandosi di poco dall’Africa che fu portoghese, ecco l’ultimo bastione “bianco” a crollare. Molta buona letteratura continua ad arrivarci dal Sudafrica – su «Come» ne abbiamo già parlato – e dalla diaspora. Alet editore ripubblica «Le confessioni di un terrorista albino» (368 pag, 18 euri) di Breyten Breytenbach, libro-schok del 1986 mentre B. C. Dalai edita «Mhudi» (228 pag, 20 euri), primo romanzo in inglese scritto da un africano, Solomon Tshekisho – detto Sol – Plaatjie (1876-1932), mai tradotto.

 

«Migrante all’inverso» Valentina Acava Mmaka, potendo scegliere fra due patrie (Italia da una parte e diverse Afriche dall’altra) opta per «Il viaggio capovolto». Così si intitola il suo ultimo libro (160 pag, 13 euri) che esce sempre da Epochè come il precedente, e pure bellissimo, «Cercando Lindiwe»: lì era il difficile ritorno dall’esilio di una sudafricana nella sua terra natale liberata dall’apartheid; qui sono incontri, riflessioni e avventure in vari luoghi e tempi, soprattutto nell’Africa dove «esiste sempre una seconda possibilità» come ricorda la frase finale.

 

Da un altro colosso africano – la Nigeria, ricchissima di petrolio e povera di democrazia – fugge negli Usa il giovane scrittore Chris Abani. Nell’esilio si affermerà, vincendo quasi ogni premio letterario importante. Dopo il successo dei primi due, Fanucci traduce un terzo romanzo di Abani: «Canzone per la notte» (160 pag, 16 euri). Decidono di non parlare i bambini-soldato di questo romanzo, tanto bello quanto straziante. Inevitabile il paragone con altri libri simili – troppi forse – usciti in questi anni. L’unico che si pone decisamente sopra la “canzone” di Abani è il capostipite del genere ovvero «Sozaboy» di Ken Saro-Wiwa, anche lui nigeriano, che B. C. Dalai ha appena ristampato (con una nuova prefazione di Roberto Saviano).

 

Lo stesso editore pubblica anche “Un mese e un giorno” (“storia del mio assassinio”): in sostanza è l’autodifesa di Ken Saro-Wiwa al processo e il diario che tenne durante il suo primo arresto (per 31 giorni) nel 1993; fu poi assassinato il 10 novembre 1995. Se decidete di conoscere a fondo questo autore, recuperate poi anche la sua splendida antologia di racconti «Foresta di fiori» (uscì dalla piccola ma coraggiosa Socrates nel 2004).

 

Molta Africa si rintraccia in «Guerre, armi e democrazia» (248 pag, 18 euri) di Paul Collier, tradotto da Laterza, uno dei pochi grandi editori che compare in queste nostre miscellanee che privilegiano quasi sempre le “piccole” case editrici strangolate da un mercato truccato. Interessante e pieno di spunti su quei Paesi che Collier chiama «dell’ultimo miliardo», cioè che continuano a sprofondare nella povertà. Colpisce però che «Guerre, armi e democrazia» non faccia mai un serio raffronto con le altre forme di «demo-pazzia» o con i «lavori sporchi» (per usare definizioni che Collier usa per titolare alcuni capitoli) del mondo ricco che esce comunque abbastanza assolto da ogni colpa nel “pilotare” – a dir poco – i Paesi che vengono chiamati ipocritamente “in via di sviluppo” proprio da coloro che in tutti i modi cercano di non farli decollare verso una qualche forma di democrazia.

 

Sul versante storico due libri importanti e di piacevolissima lettura. Il primo è «Quando i neri fanno la storia» (128 pag, 11 euri) di Serge Bilè, ivoriano ma da tempo in Francia. Come il precedente «Neri nei campi nazisti» anche questo è stato tradotto da Emi e riscopre pagine di storia volutamente perdute, in questo caso su «fulgore e decadenza del Medioevo africano» come spiega il sottotitolo. Scoprire che la prima seria e organica “dichiarazione dei diritti umani” ci arriva dall’impero del Mali in data 1222 potrà essere un buon antidoto alla presunzione occidental-centrica.

 

Molte più pagine e un taglio diverso – i documenti storici sono il supporto a un romanzo di denuncia – per «Le isole degli schiavi» (560 pag, 19 euri) del danese Thorkild Hansen che chiude una importante trilogia, tradotta da Iperborea. Nel mirino del grande romanziere c’è la lontana e rimossa vicenda dello schiavismo e soprattutto della tratta da cui la Danimarca trasse – in un periodo relativamente breve – enormi guadagni sempre professandosi cristiana e anzi invocando Dio a proteggere i negrieri. Ed è su questo aspetto religioso che Hansen scatena la sua penna: senza invettive ma semplicemente riproducendo i documenti dell’epoca, si tratti di preghiere o di necrologi per i “bravi” carnefici. La passione dell’autore si avverte anche nell’avere cercato e restituirci finalmente i nomi e le storie dei pochi danesi coraggiosi che si opposero e dei molti africani che spezzarono le catene e si misero a capo di epiche rivolte (sanguinarie le più ma alcune sorprendentemente pacifiche se si considera la terrificante condizione di schiavitù).

 

Una grande trilogia quella di Hansen e per contrasto si può – bisogna forse – notare che libri del genere non esistono sul colonialismo italiano: c’è il lavoro degli storici (Angelo Del Boca in testa) certo ma i romanzi sono pochissimi e non riescono a colpire a fondo. Anche questo può spiegare il sarcasmo di Mohamed Aden Sheik nel titolare «La Somalia non è un’isola dei Caraibi» il suo libro (328 pag, 19 euri) edito da Diabasis. Il sottotitolo annuncia le «memorie di un pastore somalo in Italia» ma Sheik solo in gioventù fece il “pecoraio” per diventare poi chirurgo, dirigente politico, ministro, infine perseguitato ed esiliato ritrovandosi profugo in Italia, cioè nel Paese degli ex colonizzatori. Un gran libro di storia e memoria per chi vuol meglio capire la Somalia ma anche l’Italia. A proposito anni fa uno scrittore eritreo parlando del suo Paese con un assessore alla cultura di una città italiana relativamente grande si sentì chiedere se confinava con l’Honduras; quel titolo di Sheik non sembri allora così malizioso… anzi.

 

E’ nata a Roma Igiaba Scego ma anche i suoi genitori arrivavano in fuga (sempre per ragioni politiche) dalla Somalia. Fin dagli esordi la sua scrittura – ironica ma con punte drammatiche – fa i conti con questa doppia appartenenza: la patria dei suoi con annesse radici e nostalgie da una parte, la terra dove è cresciuta dall’altra. Ma «La mia casa è dove sono» titola l’ultimo romanzo della Scego, pubblicato da Rizzoli (un grande editore in questo caso) intreccia con maestria la vicenda di un Paese che è stato distrutto, la Somalia appunto, nell’indifferenza del mondo con il crescere di un’afro-italiana in cerca di mappe, di identità necessariamente plurali, di specchi, di immaginazione e di storie (trovate) da raccontare.

Il talento non manca a Igiaba Scego e quanto ai contenuti ne riparleremo in una prossima miscellanea sulla cosiddetta letteratura migrante o sui «nuovi italiani», una definizione forse più precisa rispetto alle «seconde generazioni», etichetta di moda ma piuttosto discutibile. C’è infatti molto da ragionare sul doppio sguardo della Scego ma purtroppo lo spazio di codesto Castoro è decisamente esaurito.

UNA BREVISSIMA NOTA

Queste recensioni e segnalazioni usciranno su un prossimo numero della rivista «Come solidarietà» dove curo una rubrica – saltuaria e saltellante – intitolata “Il castoro” ovvero girovago (a volte in forma tematica, a volte senza un filo conduttore)  fra i libri nuovi e le ristampe; la scelta è privilegiare gli editori medio-piccoli (devo spiegare perchè?). Come sempre quel che scrivo non è sottoposto ai vincoli di un ambiguo “diritto d’autore” e dunque può essere ripreso del tutto o in parte purchè non a scopo di lucro; mi sembra però corretto citare la fonte e l’autore. Ogni suggerimento è benvenuto e le critiche – o le segnalazioni di errori – non verranno censurate. (db)

Redazione
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