Sì-sì, viaggiare: a esempio nell’isola di Mompracem

di Fabrizio («Astrofilosofo») Melodia
Anche questa volta il mio percorso nelle terre della fantasia parte non senza qualche oggettiva difficoltà.
Iniziato con il

meraviglioso mondo del mago di Oz, proseguito nelle lussureggianti foreste boschive di Darkwood in compagnia di Zagor, ecco il momento in cui sono costretto ad abbandonare la mia fidata bici per affidarmi a una gondola mezza scassata del vecchio “Occhi di Fata”, già ottimo cicerone per il marinaio Corto Maltese (di cui a breve parteciperò al compleanno).
Dopo parecchie ore, in cui Occhi di Fata mi racconta vita morte e miracoli del grande marinaio della laguna salata e del suo biografo Hugo Pratt, per il quale riempio circa qualche giga di memoria del mio I-Pod, ecco in lontananza apparire un’isola dall’aspetto selvaggio e dalla sinistra fama, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalla costa occidentale del Borneo.
Osserviamo apparire molte teste ad accogliere il nostro arrivo, mentre la gondola attracca. Stranamente dai famigerati pirati della Malesia mi aspettavo un’accoglienza più calorosa, quanto meno un’intimazione a identificarmi. Probabilmente hanno riconosciuto la strana imbarcazione a forma di mezzaluna e hanno compreso che non siamo inglesi. Loro sono nemici solo dei colonizzatori anglosassoni, che combattono senza tregua minandone il potere politico e commerciale con frequenti atti di pirateria. Hanno già avuto la visita nel secolo scorso da parte di un italiano, uno scrittore di nome Emilio Salgari, che descrisse attentamente (era giusto il 1900) le loro valorose e indomite gesta nel bellissimo romanzo «Le tigri di Mompracem», la guida che mi ha condotto a colpo sicuro nell’isola omonima.
Ecco un signore dall’aspetto distinto, un europeo ispanico, ad accoglierci con cortesia e affabilità, conducendoci nella capanna dove sventola un vessillo rosso con al centro la testa di una tigre, attraverso un vero e proprio labirinto di trincee sfondate, staccionate divelte e ossa umane. L’interno della capanna è molto più accogliente, riccamente arredato con velluti e broccati di gran pregio e un alto strato di tappeti persiani sfolgoranti d’oro anche se laceri, macchiati e consunti.
Il mio occhio non può fare a meno di posarsi sul gran disordine della capanna, dove in terra giacciono vasi stracolmi di perle, diamanti, smeraldi, rubini grossi come noci, anelli medaglie, arredi sacri e altri preziosi di ogni genere.
Alle pareti fanno bella mostra di sè armi meravigliose: kriss malesi dalla lama serpeggiante, kampilang dayaki dalla lama larga e tagliente, pistole piccole e di notevoli dimensioni con le canne arabescate e i calci d’ebano intarsiati di madreperla.
Al centro, un uomo alto, dalla folta barba e dai lunghi capelli neri mossi, ci saluta con cortesia ma i suoi occhi di fuoco scrutano nel profondo: Sandokan, la tigre della Malesia, il famigerato avversario degli inglesi sulla cui testa pendono diverse condanne per pirateria.
Sta coltivando i suoi passatempi quando non è in giro con il suo praho, ovvero fumando e facendo musica, oltre a gustare buon vino in compagnia della persona che ci ha accompagnato dentro, il fido luogotenente Yanez de Gomera, trattato da lui come un fratello (anzi un fratellino, come ama vezzeggiarlo).
Ci offrono un sontuoso rinfresco, tra una portata e l’altra raccontano di arrembaggi e rocamboleschi salvataggi, tutti i trecento tigrotti: Malesi agili come scimmie, Battias affamati di carne umana, Dayaki tagliatori di teste, Siamesi, Cocincinesi, Indiani, Giavanesi, Tagali e Negritos, pronti a dare la vita contro gli inglesi sotto la guida sapiente di Sandokan, la tigre della Malesia.
Riprendiamo la via della laguna non senza qualche nostalgia, avremmo voluto assistere a qualche assalto ma la Tigre non poteva garantire per la nostra sicurezza.
Sarà per un’altra volta, mentre il praho di Sandokan prende il largo sospinto dal vento della ribellione contro la tirannia anglosassone.

Redazione
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Un commento

  • la mia guida turistica nelle terre dell’immaginario è iniziata dalla terra di Oz, continuata nella foresta di Darkwood con il buon Zagor, ora si è fermata a Mompracem, per ripartire verso altri lidi… la fantasia al potere traccia utopie che diventano non più personali, ma archetipi modelli sogni universali talmente veri da far perdere consistenza alla realtà… ecco dunque come un viaggio nelle terre dell’immaginario è un viaggio tra gli archetipi profondi dell’inconscio collettivo, un baciono comune per conoscere e conoscersi…

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