«Somos Mujeres. Construyendo otros mundos»

Recensione all’opuscolo di Lisangà – culture in movimento, coordinato da Maria Teresa Messidoro e dedicato ad alcune realtà al femminile e femministe nel continente latinoamericano.

di David Lifodi

Somos Mujeres. Construyendo otros mundos guarda alle lotte antipatriarcali in America latina e, non a caso, è dedicato a tutte le lottatrici sociali che spesso, in quella regione del mondo, hanno pagato con la vita il loro impegno militante, da Marielle Franco a Bertha Cáceres.

Coordinato da Maria Teresa Messidoro, vice presidente dell’associazione Lisangà, questo opuscolo è nato a seguito di un seminario tenuto da Raúl Zibechi, profondo conoscitore dei movimenti sociali latinoamericani, nello scorso mese di giugno. Somos Mujeres è un lavoro collettivo di donne che raccontano storie di altre donne. Nora Cortiñas ricorda alla femminista uruguayana Pola Ferrari che le Madres de la Plaza de Mayo, soprattutto nei mesi successivi alla loro nascita, non dovevano sfidare soltanto il regime militare argentino, ma erano costrette a fare i conti anche con i loro mariti. “Gli uomini avevano paura che noi fossimo protagoniste, però contemporaneamente erano gelosi del nostro passare dalla vita privata a quella pubblica. Mio marito inizialmente si irritava, fino a quando non si abituò. Ha dovuto abituarsi. Le Madri erano protagoniste di questa storia. Loro, gli uomini, erano d’appoggio”. Le Madres riuscirono a trasformare il dolore privato in lotta collettiva ed oggi il protagonismo femminile nei movimenti sociali è stato ereditato dalle zapatiste che individuano i principali nemici nel binomio capitalismo-patriarcato.

L’opuscolo dedica inoltre un capitolo alla Carovana mesoamericana delle madri alla ricerca dei familiari desaparecidos nel tentativo di raggiungere gli Stati uniti. Le donne che decidono di abbandonare il loro paese spesso sono costrette a farlo perché vittime di mariti violenti e sanno che durante la traversata per raggiungere il sogno americano potrebbero essere di nuovo abusate. Allo stesso modo, la Caravana de Madres in cerca dei figli desaparecidos rappresenta uno “spazio catartico”, scrive Patrizia Peinetti.

Il femminismo in America latina si declina anche in chiave comunitaria, tramite cinque assi portanti: corpo, spazio, tempo, organizzazione e memoria. Lo sottolinea Maria Teresa Messidoro, raccontando la storia della femminista comunitaria guatemalteca Lorena Cabral, fuggita da adolescente dal proprio villaggio dopo aver subito una violenza in famiglia. Lorena non è l’unica donna vittima del patriarcato in Guatemala. Maria Magdalena Cuc Choc e Lolita Chávez sono due defensoras sociales che hanno dedicato l’intera esistenza ai loro popoli. Maria Magdalena, indigena maya, nel 2018 è stata arrestata dalla polizia all’uscita dal Tribunale di giustizia, dove si era recata per denunciare i proprietari dell’azienda Isabel, colpevole di aver cacciato dalla propria terra centinaia di famiglie indigene da Livingston, Izabal. Libera dal carcere su cauzione, la donna aveva dichiarato: “Nessuno può farmi star zitta, nessun articolo della Costituzione ci riuscirà”. Questo è ciò che pensa anche Lolita Chávez, spesso sfuggita ad attentati ed attualmente residente in Europa, in un luogo segreto, sotto la protezione della Commissione interamericana per i diritti umani.

L’opuscolo non può far a meno di ricordare Berta Cáceres, la militante del Copinh (Consiglio civico popolare degli indigeni dell’Honduras) assassinata il 3 marzo 2016. Questi tre anni e quasi otto mesi senza Berta sono raccontati dalla femminista e cantautrice Karla Lara, ma fa rabbrividire un manifesto che raccoglie i dati dei femminicidi nel solo primo semestre del 2019 in America latina. I dati sono impressionanti, soprattutto in Messico (1.120) e nel Triangulo Norte dell’America centrale. Il macabro totale è di 2.441 donne uccise da gennaio a giugno. Per questo motivo l’esperienza che racconta Sandra Carpi a proposito della “società matriarcale” di Juchitán, Messico, è particolarmente interessante. Lì le donne si sono auto-organizzate “per creare un’economia dove la divisione del lavoro venisse rispettata… . In questo modo sono riuscite a dare importanza e centralità al lavoro della casalinga, che da noi è totalmente nascosto, se non disprezzato, e hanno mantenuto il ruolo di guida che avevano sempre ricoperto nel condurre la loro società. I loro uomini, grati per la sussistenza messa a disposizione che permette loro di non svendersi nel lavoro retribuito, consegnano alle donne i loro ricavi e lasciano nelle loro mani la gestione economica”.

L’opuscolo si chiude con un bel resoconto di Viola Hajagos sulla Rete di ribellione e resistenza antipatriarcale e anticoloniale nata a Guadalupe Tepeyac – municipio autonomo ribelle zapatista San Pedro de Michoacán – dal 26 al 30 dicembre 2018.

Il loro grido merita di essere riportato per intero:

Per tutte le morte per femminicidio

Presenti!

Per tutte le morte per aborto clandestino

Presenti!

Per tutte le vittime di transfobia, lesbofobia, e altre dissidenze

Presenti!

Per tutte le vittime di commercio e sfruttamento sessuale

Presenti!

Per tutte le vittime che lottano per il territorio e una vita dignitosa

Presenti!

Per tutte le vittime di violenza sessuale

Presenti!

Per tutte le vittime in situazione di migrazione

Presenti!

Per tutte le vittime della deportazione

Presenti!

Per tutte le prigioniere politiche

Presenti!

Per tutte le prigioniere desaparecidas

Adesso e sempre, per tutte quelle che verranno, perché abbiamo deciso di vivere e esigiamo Ni una menos.

Dalle montagne del Sudest Messicano, La Rete di Ribellione e Resistenza Antipatriarcale e Anticoloniale La Caracola. Mai più una lotta senza di noi.

L’opuscolo “Somos Mujeres. Construyendo otros mundos” è scaricabile qui.

Teresa Messidoro

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