«Sono con voi»

di Giancarlo Biffi (*)

Dicono, sono fragili.

Dicono, non hanno alcun futuro,

vivono unicamente un enfatico presente.

Dicono, sono viziati,

l’hanno sempre vinta,

non conoscono alcun rispetto.

Dicono, sono violenti, esagerati, strafottenti…

Dicono, solo nel branco trovano il loro posto.

Dicono, non danno retta a nessuno.

Dicono, sono egoisti, solitari, individualisti,

non sanno vivere in compagnia.

Dicono, non sanno accettare la sconfitta.

Dicono, sono persi, smarriti, abbandonati…

i genitori, sono da loro comandati, dominati, maltrattati.

Dicono, occupano il tempo reclusi nelle proprie stanze,

solo lì dentro ruota il loro mondo,

solo tramite macchine elettroniche incontrano l’esterno.

Dicono, non sanno far nulla.

Dicono, sanno far male.

Dicono, sono severi con i propri coetanei.

Dicono, sono indulgenti con se stessi.

Dicono, nell’utilizzo del “digitale” trattano i professori d’allievi.

Dicono, a breve, al posto delle mani avranno degli smartphone.

Dicono, preferiscono il virtuale al reale, il sogno alla verità, l’illusorio all’effettivo.

Dicono, trovano immensa pace solo nei videogames di guerra.

Dicono, stanno ore a trastullarsi.

Dicono, i diritti conquistati dai nonni a loro non saranno mai riconosciuti.

Dicono, la loro esistenza sarà ancor più precaria di quella dei loro genitori.

Dicono, non sanno più cos’è la passione,

si ammazzano per una piccola delusione,

praticano il sesso senza conoscere l’amore.

Dicono, sono tutti drogati, etilisti, turbati…

l’unica cosa a cui tengono è lo sballo, lo stono, lo stordimento,

fiamma!” non c’è niente di più bello,

l’alcol è il loro carburante naturale,

birra e porri per andare avanti, per crescere.

Dicono, i maschi assomigliano sempre più alle femmine

e le femmine sempre più ai maschi.

Dicono, non credono più a niente,

l’unico impegno a cui si applicano, è come poter stare senza fare un cazzo.

Dicono, il loro tempo non giungerà mai.

Dicono, sono bulli, stronze, teppisti, troiette, seghe, giovinastre…

tutti perdenti e tutte pecore

tutte arroganti e tutti codardi.

Dicono, son tutti gay.

Dicono, vivono in nuvole edulcorate,

non sanno più parlare, raccontare, comunicare, volersi bene.

Dicono, stanno bruciando le tappe.

Dicono, non vogliono crescere.

Dicono, son grandi senza essere stati mai bambini.

Dicono, sono bimbi che non diverranno mai adulti.

Dicono, pretendono d’essere già all’arrivo senza essere mai partiti.

Dicono, non hanno sogni, speranze, utopie…

Dicono, non sanno più lottare.

Dicono, non sanno accontentarsi…

Dicono, non conoscono più le parole…

Dicono, sono stupidi.

Dicono, sono confusi.

Dicono, sono idioti.

Dicono, sono disillusi.

Dicono, sono furbi.

Dicono, sono scemi.

Dicono, sono accorti.

Dicono, sono intelligenti.

Dicono, sono prepotenti.

Dicono, sono dementi.

Dicono…

Vaffanculo!!! Vaffanculo!!! Vaffanculo!!!

E io? Cosa dico?

Marco, Vanessa, Giacomo…

loro hanno nomi, visi, speranze.

Seduti sui gradini attendono

Loro che hanno ancora tanto tempo,

attendono che il tempo passi,

che le lezioni facciano in fretta a terminare per poter così ricongiungersi con gli amici,

quelli che non hanno fatto vela, che a scuola ci sono entrati.

Buttati sui gradini, attendono,

attendono ma senza aspettare.

Non si aspettano nulla da noi, dal mondo, dal futuro, dalla politica, dagli adulti.

Nulla!

Comprendono solo il presente,

quello che si sta compiendo, realizzando sotto i piedi,

o quello che si farà fra un po’, ma non troppo in là.

Un porro, due parole, qualche sconcezza gettata qua e là.

Sembrano appartenere ad un’altra galassia,

sconosciuta ai genitori.

Marco, Vanessa, Giacomo sono esseri che sfuggono ad ogni casistica.

Sembrano non essere mai nati e neppure troppo desiderosi di restare a lungo in questo luogo.

Sono giunti non proprio voluti, quando i giochi erano già fatti,

senza più poter consigliare o replicare,

senza più poter essere fonte fresca per il domani.

Si nasce meno e si muore più tardi, questo vorrà pur dire qualcosa?

Intanto Marco, Vanessa, Giacomo…

ci guardano sempre da più lontano, da un pianeta a noi completamente vietato.

Tutto è accelerato: la sigaretta, la canna, il bacio, il sesso… giungono prima, molto prima…

Non vogliono “tutto e subito”, come urlavamo noi dalle piazze,

si accontentano di “un pochino” e cercano faticosamente di coglierlo.

Si sentono già uomini, donne fatte, a quindici anni;

nella convinzione di poter decidere della propria vita liberamente,

senza dover pregare o pagare qualcuno.

Uno strillo, un bacio, una bestemmia, un pugno, tra una birra e l’altra,

per sentirsi vivi, per sentire sulla propria pelle l’ebrezza sfavillante della vita che scorre,

ma non corre.

Ci si impiega troppo tempo a diventare adulti,

e con tutto il tempo che hanno,

Marco, Vanessa, Giacomo… tempo non ne hanno…

Il bramato, desiderato, compimento di ‘sti maledetti diciotto anni non giunge mai.

E la madre, il padre, sempre lì, a dir quel che devi fare, quel che devi essere,

quando poi, i genitori stessi, non sanno neppure loro chi sono o cosa stanno facendo.

Neppure loro…

Se poi cerchi di andartene di casa,

c’è quell’accidente di Chi l’ha visto che è lì pronto a morderti il sedere.”

mi dicono Marco, Vanessa e Giacomo.

Loro, sono solo quello che noi abbiamo lasciato che fossero. No?

Ma io dico,

a Marco, Vanessa e Giacomo,

sono con voi!

Voi siete i prossimi miei passi,

i futuri miei pensieri,

quando io non camminerò, correrete voi…

e certamente potrete far meglio, molto meglio.

Si deve pur andare avanti, il genere umano deve pur avanzare, migliorare.

E state tranquilli…

L’amor mio non muore, non morirà mai!

Ecco perché

a Marco, Elisa, Giacomo… dico:

io sono con voi!

Mille baci dal vostro futuro.

(*) «Noi veniamo dal futuro» era il tema del caleidoscopio – laboratori, mostre, concerti nonchè 9 letture per 9 minuti a testa– al quale ho partecipato la settimana scorsa; per saperne di più guardate qui «Transistor»: a Cagliari/Pirri il 9, 10 e 11 dicembre. Eccovi una delle letture. Per accompagnarla ho scelto una vignetta di Mauro Biani. (db)

Redazione
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Un commento

  • mi riconosco completamente nella figura dei ragazzi. Dicevano più o meno la stessa cosa di me e di quelli come me. Un saluto ed un sorriso dai miei 60 anni

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