Sovrano è il virus o l’individuo?

A proposito di libri: Donatella Di Cesare e altri (Giuseppe Cacciatore e Antonio Brizioli)

di Angelo Maddalena

Virus sovrano? (L’asfissia capitalistica) di Donatella Di Cesare l’ho (ri)trovato alla libreria Tra le righe a Pisa pochi giorni fa. Lo avevo già visto ma non comprato a giugno in edicola, con una edizione “canguro” (cioè di quelle allegate a un quotidiano). Allora mi sembrò uno dei libri post quarantena forzata e avevo tergiversato prima di comprarlo. Sfogliandolo avevo ritrovato l’espressione «infodemia» che poi ho citato durante la presentazione del libro Se canti non muori, oltre il virus dentro la realtà (*). Per infodemia si intende una malattia dovuta all’eccesso di informazioni distorte e martellanti, che – come scrive la Di Cesare – secondo alcuni osservatori può provocare danni quasi pari a quelli del virus (da qui il neologismo infodemia).

Dopo aver letto (e non molto apprezzato, per certi versi) la raccolta di articoli di Giuseppe Cacciatore (Sulla Pandemia, Appunti di un filosofo in quarantena) che ha il merito di citare Maria Zambrano ma non quello di avere uno sguardo lucido e onesto, fino a quasi esaltare la linea governativa (**) ecco che Donatella Di Cesare restituisce una boccata di ossigeno – è proprio il caso di dirlo – a chi vuole uscire dall’ intubamento mediatico e psicopolitico che rischia di fare esplodere un’isteria collettiva, già di suo a buon punto.

Fortunatamente a settembre avevo scoperto il piccolo pamphlet di Antonio Brizioli, dell’edicola/libreria Paradiso 518 di Perugia, il quale intitola Senza cattiveria i suoi «poemetti scritti nel corso di un’immeritata reclusione», e che contiene anche «il leggendario articolo che ha sconvolto la redazione di “A-Rivista Anarchica”». Da premettere che Antonio Brizioli è un grande amico e distributore della rivista succitata, ed è interessante alquanto la dimensione autocritica di Antonio, che inizia il suo “leggendario articolo” dal titolo Verso il futuro: senza speranza, così: «vorrei iniziare dicendo che l’anarchia non esiste. Esiste come insieme multiforme e polifonico di teorie, esiste come storia di innumerevoli pratiche; ma non esiste – attualmente – come progetto sociale, come orizzonte in grado di indirizzare il presente o quanto meno di controbilanciarne le spinte più rigide, autoritarie, inaccettabili, fasciste – quelle sì – esistenti e sempre più vigorose in seno alla società e al Paese in cui viviamo. Non esiste altrimenti si sarebbe manifestata, oggi, in Italia. Lo dico amaramente, da anarco-gradualista» scrive Antonio. A mio avviso è doppiamente meritevole: l’autocritica mette in gioco (anche) sé stesso, ed è autocritico non in quanto anarcoindividualista o insurrezionalista… ma come direbbero alcuni saggi delle mie parti: a la squagliata di la nivi si vidinu li pirtusa cioè solo quando si scioglie la neve si scorgono crepe e buchi che prima erano nascosti e coperti dalla “normalità/coltre di neve”.

Nel libello di Antonio e ancor più in Virus sovrano? (il sottotitolo L’asfissa capitalista mi sembra che nell’edizione in edicola non ci fosse) quello che ci restituisce un respiro vitale è l’attenzione alla persona e soprattutto alla dimensione psichica, alla sofferenza di subire un isolamento forzato che è ben diverso, come sottolinea la Di Cesare, da una solitudine ambita (con l’attenzione a chi soffre senza privilegi e affoga nella sofferenza psichica e sociale già a prescindere dal virus). Dimensione assolutamente e ingiustificatamente quasi assente nel libro di Cacciatore, che in quanto filosofo, dovrebbe dare più importanza alla psiché, appunto. Invece, a parte un timido richiamo all’uso della ragione contro il contagio della paura, poi c’è spesso una giustificazione pressoché acritica delle formule restrittive del governo per limitare i contagi e gestire l’emergenza. Della serie: in nome della salute e della vita, “immunizziamoci” dalla vitalità, dalla creatività, dalla curiosità, dal confronto aperto, insomma dalla comunità! Invece è questo uno dei punti più interessanti del libro della Di Cesare, che parla di «democrazia immunitaria», dove per immunitario si intende la negazione della comunità, del dono impagabile di vivere la dimensione politica, un percorso già avviato da molti anni in questo senso. Poi l’autrice parla anche di un altro elemento epocale e cruciale dei nostri giorni: la negazione della morte, il non poter vedere né accompagnare i nostri cari. Io che ho perso mia madre devo fare una confessione: di aver pensato, senza poter andare a celebrare il funerale nei giorni del suo decesso, che potevo fare della necessità virtù, pensando alla parte di rituale sterile e a vissuti intrafamiliari difficoltosi che in quel modo si evitavano (Silenzio sull’essenziale è un libro che mi consigliò in quei giorni Franco Di Blasi, mio grande amico e compaesano). Ed è da questa rimozione della morte – di cui il capitalismo è principale complice se non artefice (l’accumulazione vuole farci dimenticare la nostra essenza di polvere) – che viene la paura spasmodica di morire, cioè il non sentirsi parte di una comunità per cui finendo di vivere noi pensiamo che finisca tutto, non avendo coltivato una dimensione di comunità, di convivialità, di limite del singolo che trova pienezza e completezza nella comunità.

Nel capitolo Il governo degli esperti. Scienza e politica Di Cesare si interroga sul pericolo di abdicare apertamente, da parte della politica, alla scienza. «Ma chi è l’esperto? La frequenza di questa figura va ricondotta sia alla iperspecializzazione della scienza sia alla crescente complessità che rende ardua ogni decisione». Esperto non è sinonimo di scienziato: «per lo scienziato il risultato della propria ricerca è sempre parziale, provvisorio. L’esperto, invece, sotto la pressione dell’opinione pubblica, ansiosa non solo di sapere, ma anche di prevedere, ha bisogno di risposte certe, dati operativi (…) L’esperto è come il timoniere di Agamennone, che riuscì a riportare a casa il suo padrone – dove però fu ucciso. Perciò il timoniere dovette chiedersi se fosse stata giusta non solo la rotta, ma anche la meta. La fede nelle virtù magiche e portentose dell’esperto nasconde la difficoltà di scegliere, che non è legata solo alla specializzazione. Si accorda la fiducia a chi sa, o si presume che sappia, per essere sollevati dal tormento della decisione».

L’impostazione che dà Donatella Di Cesare è squisitamente e preziosamente umana, umanistica, in linea con il suo percorso di professoressa di Filosofia Teoretica (in realtà anche Cacciatore insegna Storia della filosofia, eppure…). Un’attenzione enorme ai deboli, ai rimasti fuori dalle nostre frontiere (Di Cesare accusa anche tanti antirazzisti di facciata che poi comunque parlano di “appartenenza” e quindi escludono quelli che sono fuori da tanti discorsi e privilegi). E poi specifica, a proposito del rischio autoritario: «La medicina è una lotta per la vita e le sue vittorie non si basano sulla morte. Il che peraltro non la esime da possibili tentazioni di complicità. La crisi sanitaria non può essere il pretesto per aprire un laboratorio autoritario. Questo non vuol dire rifiutare in modo ingenuo e avventato quei rimedi e quelle cure che possono frenare il propagarsi del virus. Ma le misure securitarie e biosecuritarie devono rendere vigilanti e spingere a diffidare perfino di se stessi e delle proprie pulsioni» (pag. 49, ne l capitolo dal titolo Pieni poteri, in cui si cita Orban che il 30 marzo del 2020 si è attribuito i pieni poteri, così come altri esempi simili. Il capitolo immediatamente precedente si chiama Fobocrazia, cioè il dominio della paura).

Il finale del libro è veramente una boccata di ossigeno anche per quelli come me che vivono di elaborazione teatrale e letteraria della realtà: «Ma anziché indugiare in un rapporto catastrofico con la catastrofe, occorre considerare l’esigenza che la pandemia globale ha portato alla luce. Non è una lotta di confine tra virus e anticorpi nell’organismo umano, dove il sé e l’estraneo sono invece connessi in un gioco intricato» (***). «Nell’intento di eliminare l’altro, il sé finisce per uccidersi o esporsi a malattie autoimmuni. Il sé identitario e sovranista non se la cava bene. Anche perché presume un’integrità che non esiste (…) La cosiddetta “dose infettante” è indispensabile. Per funzionare gli anticorpi devono interpretare la parte degli estranei, senza ostentarsi come fieri autoctoni, e in quella parte – il teatro può aiutare! – riconoscersi stranieri residenti. La difesa poliziesca non giova neppure qui».

La chiusura del libro è un balsamo per il nostro equilibrio psicopolitico: «Sarà necessario convivere con questo virus e, forse, con altri. Il che significa coabitare con il resto della vita in ambienti complessi, che si sovrappongono e si incrociano, nel segno di una riscoperta covulnerabilità».

(*) cfr Canzoni, preghiere e precauzioni ovvero…

(**) un governo che mentre scrivo, per bocca del ministro della Salute Speranza, ha ventilato la possibilità di mandare la polizia nelle case per controllare il rispetto delle nuove norme.

(**) qui faccio un richiamo al capitolo Andiamo alla base del libro Se canti non muori, in cui è riportata una testimonianza di Francesco Oliviero, pneumologo e psichiatra.

 

Redazione
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3 commenti

  • Pierluigi Pedretti

     Interessante la recensione di Maddalena sul libro di Donatella Di Cesare, Giuseppe Cacciatore, Antonio Brizioli a altri.
    La questione tra libertà e costrizione (per covid) è stringente. Per questo trovo che la critica a posizioni “filogovernative” sia fondamentale per non abdicare al potere della ragione. Come la Di Cesare altri filosofi italiani come Agamben, Cacciari e, perfino l’esecrato Fusaro, sono in modo diverso attenti alla minaccia alla libertà degli individui e delle comunità.

  • Corrado Seletti

    Angelo ci propone la sintesi di uno spaccato di notevole interesse (da approfondire, per chi volesse, intendo) in quanto parecchie pregnanti questioni sociali…mannaggia sto virus…sono in divenire ed i tempi corrono veloci; c’è già chi preannuncia? Altre catastrofi in largo anticipo…così la paura (si fa per dire) rimane a “90” e noi (plurale maiestatis) tutti rintanati e sospettosi gli uni degli altri!
    Le peripezie della vita mi hanno insegnato (quando occorre) a leggere tra le righe e (quando serve) ad andare controcorrente; tutto ciò perché c’è sempre l’altro lato da non lasciarci sfuggire (che non è detto che sia il peggiore…anzi), c’è sempre il “famoso” (dico io) minuscolo sassolino (il sassolino non fa mai rima con il potere…tracotante)
    Basterebbe lavorarci…non è utopia!
    IN FONDO IL RE È SEMPRE NUDO!
    (nella favola è bastata l’innocenza di un infante per svegliare i sudditi dal torpore)

  • Gian Marco Martignoni

    A librerie chiuse ho trovato anch’io incisivo il succoso e puntuale saggio della Di Cesare, che molto bene Angelo ci ha restituito nella sua recensione allargata ad altri spunti più o meno interessanti.” La catastrofe è ingovernabile e mette allo scoperto tutti i limiti della governance neoliberale”, scrive giustamente la Di Cesare, a partire indubitabilmente dalla catastrofe sanitaria che ha colpito duramente in particolare l’Occidente capitalistico. Altri spunti interessanti si possono rintracciare anche nel bel libro di Marco Bracconi ” La mutazione “, che nel mettere in evidenza ” come la rete è diventata intoccabile “, con tutte le conseguenze che ne derivano per le nostre ” democrazie “, affonda poi la sua convincente riflessione sugli scenari lavorativi futuri.” Diciamolo senza paura : spingere sull’acceleratore del lavoro in remoto significa mettersi in marcia verso un futuro dove il lavoro smetterà di essere un soggetto capace di entrare in relazione dialettica con il resto della società e con la vita democratica “.Affrontare i lavoratori e le lavoratrici, i pensionati e le pensionate in fila individualmente davanti alle sedi sindacali è tutt’altro che esaltante, quando sappiamo che l’indizione della classica assemblea sindacale non può certo avvenire da remoto .

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