Stanislaw Lem: viaggio nel pianeta del silenzio

di Gennaro Serio (*)

Nasceva nel 1921 un grande romanziere del Novecento; scrisse «Solaris», da cui Andrej Tarkovskij trasse il suo grandioso film, e fu autore sempre in bilico tra fantascienza e filosofia


Oggi che il Pentagono ammette di essere in possesso di migliaia di video e reperti segreti che testimoniano l’esistenza degli Ufo – non ancora degli alieni, ma diamo tempo al tempo – pensare al genio di Stanislaw Lem non può che far sorridere. Tra gli entusiasti per il possibile incontro ravvicinato e gli scettici indefettibili, lo scrittore di Leopoli siederebbe a metà strada, e a chi dovesse chiedergli un parere sullo sbarco prossimo venturo degli extraterrestri, risponderebbe probabilmente che non ne ha alcuno, ma che se proprio dovesse proporre qualcosa, sarebbe di non creare facili entusiasmi rispetto ai colloqui intergalattici: probabilmente non avremmo molto da dirci, né sapremmo come farlo. Di questa «incomunicabilità del terzo tipo» si danno due visioni; la prima è quella di Ennio Flaiano: il visitatore di Un marziano a Roma atterra a Villa Borghese, tutto solo, e mentre il Comune capitolino si affaccenda per allestire il circuito turistico attorno alla navicella spaziale, il mesto extraterrestre, dalle sembianze inconfondibili di uno «svedese», se ne va girando per bar e trattorie. L’altra visione è quella più cupa e ambigua di Lem.

Tra i grandi scrittori di fantascienza del secolo scorso, l’autore polacco è forse tra quelli che parlano al nostro convulso presente con maggiore saggezza, e la recente comparsa di ottime nuove edizioni italiane dei suoi libri da editori, tra gli altri, come Sellerio e Voland – parliamo di uno scrittore che ha già venduto milioni e milioni di copie in tutto il mondo ma che in Italia si era quasi del tutto inabissato nelle lande inaccessibili dei «fuori catalogo» – testimonia di un interesse vero che trascende ragioni di calcolo commerciale o moda letteraria.

Dove sta la saggezza di Lem? Non è stato certo l’unico a raccontare il conflitto dell’uomo con l’accettazione dei suoi limiti, il difficile rapporto con la tecnologia e con la contemplazione degli «infiniti spazi». Romanzi come L’indagine (1959), L’Invincibile (1964), e ovviamente il leggendario Solaris (1961) offrono tuttavia una possibilità di lettura talmente ampia e profonda degli eventi narrati, che dopo averli letti sembra impossibile catalogare l’autore nel genere; l’impressione è più o meno la stessa che si produrrebbe nel considerare Tarkovskij «un regista di fantascienza». Se proprio si dovesse assecondare l’asfittica mania classificatoria, si potrebbe collocare Lem nella tradizione del conte philosophique settecentesco, nel quale convivono volentieri lo scenario tetro e l’inclinazione sardonica.

È ovvio che ogni grande scrittore «di fantascienza» – Lem ha attinto agli stilemi del genere nel modo più classico – è anche uno scrittore di romanzi filosofici. Ma la potenza sprigionata dalle figure evocate nei libri dello scrittore polacco è tale da superare il più immediato stimolo riflessivo, proponendo piuttosto al lettore di avventurarsi in un terreno più rarefatto ancora, più incerto, in cui le immagini possono rappresentare contemporaneamente due realtà coesistenti e contraddittorie, un incubo e il sogno più recondito. Qui sta la dimensione «cinematografica» di Lem: scrittore che lascia germogliare immagini seminali, scene che girano davanti agli occhi del lettore in un montaggio metafisico. Non sorprende che, tratti dai suoi libri, Lem si sia visto nascere davanti agli occhi grandi film – genio di Tarkovskij a parte – che restituivano una vera e propria «versione filmica», in senso letterale, dei suoi romanzi, e che in alcuni casi abbia anche collaborato alla scrittura per lo schermo, magari non accreditato (come nel caso di Ikarie XB1 di Jindrich Polák).

La sua visione dell’ipotetico «incontro ravvicinato» si può estrapolare da diversi romanzi, tra cui Solaris, dove viene stabilito un contatto con una inconoscibile intelligenza aliena nella forma di un oceano di plasma che circonda un pianeta lontano. Mentre cercano di studiare l’organismo, gli astronauti a bordo di una nave spaziale sono afflitti da allucinazioni tratte dai loro stessi ricordi; e ancora in La voce del padrone (1968), dove proprio il Pentagono si mette in comunicazione, tramite un raggio pulsante, con «Out There»: un esperimento fallito che procura al protagonista una strana allegria, un senso di «nobiltà».

Nato cento anni fa, nel 1921 a Lviv (Leopoli) – allora parte della Polonia, oggi in Ucraina – Lem iniziò a studiare medicina da giovane, ma la sua carriera accademica fu interrotta dalla seconda guerra mondiale. Lavorò come meccanico durante la guerra e più tardi tornò ai suoi studi di medicina, ma non sostenne gli esami finali per paura che i suoi servizi fossero impiegati poi nell’esercito. Ebbe qualche disavventura con la censura sovietica, negli anni cinquanta. Dagli anni sessanta trovò il suo stile e si produsse in opere che descrivono grigie «tecnocrazie»: scenari da Guerra fredda che doveva essere fin troppo facile presagire. Si confrontò con lavori dal forte orientamento filosofico, incluso un saggio gigantesco che citava nel titolo un’opera di San Tommaso, affrontando il tema della tecnologia da una prospettiva che a posteriori si potrebbe definire neo-aristotelica, (la tensione tra Telos e Téchne sta al centro di gran parte della sua opera letteraria).

Oltre ai numerosi romanzi e racconti, pubblicò pagine di critica, un volume di recensioni di libri inesistenti, una «teoria stocastica della narrativa», un romanzo poliziesco sperimentale, saggi speculativi che trattano di intelligenza artificiale, cibernetica, cosmologia, ingegneria genetica, teoria dei giochi, sociologia. Come tutti i grandi «scrittori di fantascienza», scrisse troppo. Eppure, non abbastanza.

(*) ripreso da «Alias» – del 29 maggio – inserto settimanale de «il manifesto»

La Bottega del Barbieri

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *