Statua di Doné e lettera di Obama

di Roberto Massari (*)

Martedì 9 agosto, nello studio dello scultore Carlo Pecorelli, si è svolta a Jesolo l’inaugurazione «italiana» della statua di Gino Doné, alla presenza del Vicesindaco (Roberto Rugolotto, assessore alla Cultura) e alcuni organi di stampa (La Nuova Venezia, Il Gazzettino e il Corriere della Sera). Ben presto la statua sarà imballata e spedita a Tuxpan, in Messico, dove avverrà l’inaugurazione ufficiale il 26 novembre 2016 (60° anniversario della partenza del Granma), alla presenza del Sindaco e altre autorità municipali della città, di rappresentanti dello Stato di Vera Cruz e del noto biografo del Che, Paco Ignacio Taibo II.

La Fondazione Guevara Internazionale che ha fortemente voluto e organizzato tutto ciò, sarà rappresentata a Tuxpan da un gruppo di compagni/e (provenienti da Messico, Germania, Italia e Stati Uniti), compreso il sottoscritto che tutta questa vicenda ha vissuto come un sogno, a partire dall’aprile 2013, quando cominciò questa avventura sulle rive del fiume Tuxpan.

Pecorelli è un artista informale, ma per l’occasione ha realizzato (gratuitamente e con energica passione) una statua molto somigliante a Gino (si veda il suo sorriso), in armonia con le altre statue già presenti a Tuxpan nella Casa Museo del Granma. Esse raffigurano gli altri tre non-cubani presenti nella spedizione da cui doveva nascere la Rivoluzione cubana: un messicano, un domenicano e un… argentino (sì, proprio lui). L’assenza di Gino Doné, unico europeo presente sul Granma, non aveva più alcuna giustificazione dopo la sua morte (avvenuta a marzo del 2008), e così la Fondazione Guevara ha deciso di raccogliere l’invito da parte messicana a riempire quel vuoto. Grazie a Pecorelli e ai (pochi, pochissimi) compagni che si sono impegnati nell’operazione, il vuoto storicamente ingiustificato che vi è a Tuxpan verrà colmato. Cronista infaticabile di tutta questa vicenda (così come della precedente storia di Gino) è stato Giovanni Cagnassi, giornalista de La Nuova Venezia.

La campagna finanziaria è andata più male che bene a causa del disimpegno delle associazioni e delle persone che eppure del «mito» di Gino si erano fatte araldi nel corso degli ultimi anni. Ma questo è un segno dei tempi e forse occorreva mettere in bilancio fin dall’inizio una simile insensibilità. Tuttavia, grazie ad alcune sezioni locali dell’Anpi e al contributo personale di singoli compagni, siamo intanto riusciti a pagare le spese del calco e della fusione (in polvere di marmo), mentre cerchiamo ancora i soldi per il trasporto della statua (che per ovvie ragioni è molto costoso). [Approfitto quindi dell’occasione per lanciare un nuovo accorato appello alla sottoscrizione.]

La Giunta municipale di Tuxpan ha già allestito la colonnina e lo spazio di base in cui verrà collocata la statua il 26 novembre. In quella stessa occasione si svolgerà a Tuxpan il 18° incontro annuale della Fondazione Guevara che darà appuntamento al 19° (50° anniversario della morte del Che) in località e Paese ancora da stabilire.

In previsione e in preparazione dell’evento di Tuxpan, sono state avvisate istituzioni (culturali e diplomatiche) dell’Italia e del Messico, per ottenere un loro coinvolgimento. Ed è in questo quadro che Carlo Pecorelli ha scritto anche al Presidente degli Stati Uniti, inviandogli una semplice lettera (al costo di un francobollo di 2,20 euro…), con una sintesi della personalità di Gino e dei valori in cui egli ha creduto.

E Barack Obama ha risposto personalmente con la lettera di seguito riprodotta e tradotta, dando una lezione di stile e di correttezza a tutti i nostri italianissimi piccoli burocrati di enti locali, di partiti, sindacati ecc. che invece hanno la mala abitudine di non rispondere alle lettere o di farsi pregare per avere un incontro, giacché si considerano al di sopra del comune cittadino. Almeno sotto questo profilo, Obama ha dimostrato una superiorità etica incontrovertibile rispetto alla meschina presunzione dell’accozzaglia di burocrati o aspiranti tali che soffocano creatività e libera espressione della vita culturale italiana.

Se si tiene conto, inoltre, che Obama ha preso in tempi recenti l’iniziativa di riaprire i rapporti diplomatici con Cuba, mentre si batte contro una maggioranza ultrareazionaria del Parlamento statunitense che gli impedisce di togliere definitivamente l’embargo economico contro l’Isola, si capirà il significato più autentico di questa lettera (significato che non dovrebbe sfuggire comunque agli «addetti ai lavori»): essa non rientra nella routine delle risposte formali, ma a conferma di altri discorsi tenuti dallo stesso Obama nella sua recente visita a Cuba, dichiara esplicitamente di condividere i valori riassunti da Carlo Pecorelli nella sua descrizione della personalità di Gino Doné in quanto ex partigiano e pioniere della Rivoluzione cubana. Quanta sincerità e quanto calcolo possano esservi nella risposta di Obama non spetta a noi deciderlo e in fondo non sarebbe nemmeno giusto farlo a partire da un così breve messaggio.

La lettera di Obama è stata letta da Pecorelli nel corso della cerimonia di Jesolo e poi consegnata ai giornalisti presenti. Dopodiché il prosecco ha cominciato a scorrere a fiotti…

La statua di Gino sarà d’ora in poi visibile solo a Tuxpan, a meno che qualche Comune del Basso Veneto (zone San Donà, San Biagio di Callalta, Jesolo o dintorni) non decida di installarne una copia a ricordo di questo suo degno conterraneo o concittadino, rendendogli onore magari alla stregua di un moderno e nuovo garibaldino.

Ecco il testo della lettera di Obama:

The White House. Washington 8/8/2016

Dear Carlo:

Thank you for writing. I was touched by your kind words, and I appreciate your support for our shared values.

I believe we all have the power to make the world we seek. Our diversity and differences, when joined together by a common set of ideals, make us stronger. If we hold firm to our principles and back our beliefs with courage and resolve, then hope will overcome fear, and freedom will continue to triumph over tyranny – because that is what forever stirs in the human heart.

Again, thank you for your thoughtful message. I wish you all the best.

Sincerely,

Barack Obama

www.whitehouse.gov

[La Casa Bianca. Washington. 8/8/2016

Caro Carlo,

grazie per aver scritto. Sono commosso per le tue gentili parole e apprezzo il tuo sostegno a valori che abbiamo in comune.

Credo che tutti noi abbiamo la possibilità di costruire il mondo che vogliamo. Le nostre diversità e differenze, se unite da un insieme comune di ideali, ci rendono più forti. Se restiamo fedeli ai nostri princìpi e sosteniamo le nostre convinzioni con coraggio e determinazione, allora la speranza sconfiggerà la paura e la libertà continuerà a trionfare sulla tirannia – perché questo è ciò che si agita da sempre nel cuore umano.

Ancora grazie per il tuo premuroso messaggio. Ti auguro tutto il meglio.

Cordialmente,

Barack Obama]

(*) tratto da Utopia Rossa

 

A seguire, la nota di Gualtiero Via

Caro amico, cara amica,
spero non ti spiaccia se ti chiedo di dedicare qualche minuto alla  lettura di questa mail.

La notizia in sè è poca cosa: a Tuxpan, in Messico, verrà inaugurata una statua ad un italiano, Gino Donè.
Donè combattè contro l’oppressione prima qui in Italia -da partigiano, e ufficiale di collegamento con gli Alleati-, poi in America Latina, contro una delle peggiori dittature delle tante che là vigevano negli anni Cinquanta.

La statua è la quarta di quattro. Perché in Messico? Perché è dal Messico che quel piccolo gruppo di utopisti armati si imbarcò. Erano diretti a Cuba. La barca era il Granma, il gruppo si sarebbe diviso in due colonne, una comandata da Fidel Castro, l’altra da Ernesto Guevara de La Serna, poi famoso come “Che” Guevara. Con quegli 82 (uno uno più meno, vado a memoria) c’erano tre non cubani: Guevara, argentino, Gino Donè, italiano, un messicano e un cubano. Le quattro statue sono dedicate a questi quattro non cubani che furono parte di quella spedizione, che ormai è storia -e non disprezzabile, spero conveniate. Quello che pochissimi, ancora sanno, è che Donè era tenuto in altissima considerazione da Castro e Guevara: era il più anziano del gruppo, e soprattutto era l’unico che aveva già avuto esperienza di guerra. Poco dopo lo sbarco, che fu sfortunato e rischioso, Donè salvò la vita a Guevara, verosimilmente, che fu colpito da un violento attacco d’asma mentre la colonna era sotto il fuoco. Fu Donè incaricato di restare con Guevara, soccorrerlo e difendere entrambi, mentre il resto della colonna riusciva a sganciarsi. L’impresa era disperata ma Donè vi riuscì.
La storia di Gino Donè, prima durante e dopo la rivoluzione cubana, è stata raccontata, inun bel libro pubblicato da Massari Editore, ma avrebbe meritato una diffusione molto maggiore.
Sia l’Ottocento che il Novecento ci hanno dato figure esemplari di combattenti per la libertà, l’elenco sarebbe inutile (e lunghissimo).
Perché ricordare Gino Donè? Per più di un motivo, oltre a quanto già detto.
Donè avrebbe potuto vivere a Cuba di rendita, da eroe, godendosi i frutti di una rivoluzione che iniziò anche lei, più o meno come tante altre, ad avere la sua retorica ufficiale ed i suoi monumenti viventi.
Non lo fece. Nemmeno venne a vivere di rendita in Italia, cosa che pure non gli sarebbe stata difficile. Nè l’una nè l’altra cosa gli interessavano. Visse a lungo in america, sia centrale che del Nord, lavorò, mantenne contatti con Cuba, ma sempre lontano dai riflettori.
Decenni dopo, ormai negli anni Novanta, per puro caso un giornalista italiano che conosceva bene Cuba e la sua storia scoprì (o ri-scopri, perchè la cosa non era mai stata segreta) che a bordo del Granma c’era anche un italiano. Volle approfondire e raccogliere tutti gli elementi disponibili, e in capo ad alcuni anni li mise insieme, compreso l’indirizzo di Donè. Poco dopo ne venne fuori il libro, di cui ho già detto, a firma Katia Sassoni.
Nella storia di questa statua -ultima di una serie di omaggi voluti da una pattuglia tenace di persone e gruppi ammirevoli, fra cui Roberto Massari, lo scultore Carlo Pecorelli, la Fondazione Internazionale Che Guevara (una piccola associazione politico-culturale, serissima, scientifica a suo modo, per nulla nostalgica, di cui mi onoro di fare parte), ora entra a far parte -una parte piccola piccola ma autentica – il Presidente degli USA Barack Obama.
Ho scritto troppo, quella che conta è la mail che qui sotto potete  leggere.
La lotta contro l’oppressione e perchè dell’umana opera -quando degna- resti memoria è e resta lunga, ma la pietra che vi stiamo aggiungendo ricordando Gino Donè non è la meno importante in questo cammino necessario.
Vi ringrazio di cuore per la pazienza e il tempo che mi avrete dedicato, e ringrazio doppiamente chi vorrà darmi un riscontro, anche piccolo.
Un caro saluto.

Gualtiero
p.s. Per tutti/e i/le bolognesi: credo sarebbe buona cosa se fossimo capaci di dare risalto adeguato -e sostegno- anche nella nostra città a questo evento.

Redazione
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