«Storie del clima»

Gian Marco Martignoni sul libro di Gianluca Lentini

STORIE DEL CLIMA. DALLA MESOPOTAMIA AGLI ESOPIANETI

Il clima ha sempre rivestito un’importanza notevole in tutte le società antiche per i suoi riflessi metereologici in quanto a temperature e precipitazioni per la buona sorte dei raccolti agricoli in qualunque luogo geografico, come pure per il destino delle imprese belliche e della navigazione.

Già con i greci attraverso Aristotele, Ippocrate ed Eratostene si sviluppò un certo determinismo climatico di tipo razionale che individuò nelle connessioni tra dinamiche dell’atmosfera e i diversi gradienti termici le condizioni dello stato di salute o di malattia dei popoli. Mentre per i romani la nozione di equilibrio nella relazione tra uomo e ambiente fu al centro delle riflessioni di Lucrezio e Seneca, al punto che le attività finalizzate all’estrazione mineraria vennero descritte come un primo caso di disordine turbativo della realtà. Altresì, come segnala acutamente Gianluca Lentini nell’agile volumetto «Storie del clima» (Hoepl: 138 pagine per 12,25 euro) la visione taoista in auge in Cina concepì l’investigazione della natura ai fini dell’armonia sociale e politica, anticipando l’Occidente rispetto agli strumenti (igrometri, pluviometri, nivometri, anemometri) adatti per pianificare qualunque tipo di attività sulla base della regolarità dei ritmi delle stagioni. Contemporaneamente in India la previsione metereologica a breve, medio e lungo periodo fu legata allo stretto rapporto fra il ciclo dei monsoni e la conseguente disponibilità di cibo, mentre in Giappone la raccolta dei dati di prossimità riguardava sia la data di fioritura dei ciliegi che quella del congelamento in superficie del lago Suwa. Anche nella civiltà islamica intorno all’anno Mille nel testo «Canone della medicina» Avicenna trattò dell’influenza del clima rispetto alla salute e di come i quattro umori somatici determinassero temperamenti armonici o “squilibrati” dei popoli sulla base delle caratteristiche climatiche delle zone geografiche.

E’ a partire da queste basi che la climatologia deterministica e geografica e la meteorologia pragmatica troveranno una loro prima forma istituzionale con la metà del 1600 attraverso la Rete dei Medici: fondata dai discepoli di Galileo Galilei si dedicò all’osservazione del tempo mediante undici stazioni meteorologiche dotate di un «piccolo termometro fiorentino». Seguirà l’invenzione del barometro a mercurio per opera del matematico e fisico romano Evangelista Torricelli. Finchè nel 1800 il grande esploratore e geografo tedesco Alexander von Humboldt con il trattato «Kosmos» leggerà i fenomeni locali in relazione al tutto, mediante una visione globale e olistica del clima, delineando una climatologia comparativa fondata sull’invenzione delle linee isoterme e l’utilizzo di mappe planetarie. La sua sensibilità ecologica colse il danno incalcolabile apportato al clima dalla deforestazione di intere aree del globo, anticipando il concetto di attività umane “imprudenti”.

Nel 1873 si svolgerà a Roma il primo congresso dell’Organizzazione Metereologica Internazionale, che con il norvegese Vilhelm Bjerknes definirà nel 1903 una metodologia previsionale dell’atmosfera. Successivamente lo svedese Tom Bergeron sarà il promotore di una climatologia dinamica, mirata a previsioni di lungo periodo, individuando in alcuni cambiamenti anomali del clima i fattori perturbanti che saranno all’attenzione dei maggiori studiosi nel XX secolo. Fra loro spiccherà quello del fisico e chimico Svante Arrhenius, che – riprendendo dalla scienziata Eunice Newton Foote la prima individuazione del biossido di carbonio come gas atmosferico riscaldante – avviò una rivoluzione copernicana nella storia della climatologia, evidenziando in seguito al proliferare delle attività umane l’effetto serra terrestre. Sennonchè nel 1938, quando la concentrazione di Co2 in atmosfera risultò pari a 310 ppm, l’ingegnere Guy Stewart Callendar collegò l’incremento di biossido di carbonio in atmosfera all’utilizzo dei combustibili fossili, deducendone un aumento delle temperature del suolo per cause «antropogeniche». Infine nel 1958 sarà inaugurato l’osservatorio della stazione di Mauna Loa alle Hawaì, che diventerà noto per la continua misurazione dell’andamento di concentrazione di Co2 in atmosfera, la cosiddetta curva di Keeling in memoria del suo ideatore. Si deve invece a Michael E. Mann la ricostruzione paleoclimatologica dell’ultimo millennio, che ha disvelato la «grande accelerazione» determinatasi a partire dalla metà degli anni ’50, per via di quella bulimia consumistica di matrice occidentale. Sulla base di questa grande accelerazione stiamo viaggiando, come ha segnalato l’economista-ecologo Juan Martinez-Alier, in direzione dei 450 ppm di Co2 in atmosfera, con conseguenze gravi anzi apocalittiche per la sopravvivenza della specie umana, come gli scenari contenuti nell’ultimo rapporto dell’Ippc nell’agosto scorso lasciano presagire.

Perciò la prospettiva del superamento di 1,5 gradi di riscaldamento climatico previsti come obiettivo dalla COP21 (tenutasi a Parigi nel 2015) è tutt’altro che sorprendente, se si considera che nel dibattito sviluppatosi nella prima metà degli ’90 sulla rivista internazionale Capitalismo Natura Socialismo, diretta da James O’Connor, era già emersa la grande contraddizione esistente fra le leggi del valore e l’incremento dell’entropia nei sistemi ecologici.

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