Su «Galassie» di Barry Malzberg

Ironico e auto-ironico. Sperimentale. Tre pro: provocatorio, prolisso, prolifico. Con un forte amore-odio per la fantascienza. In due parole: Barry Malzberg.

Se siete di quelle/i che guardano le prime righe di un romanzo (o la famosa pagina 59) per vedere se vi prende, non potete negare che l’incipit sia onesto. «Saremo chiari fin dall’inizio, questo non sarà un romanzo piuttosto sarà una serie di appunti»: così Malzberg apre il suo «Galassie» (216 pagine per 12 euri) che Edizioni della vigna, nella traduzione di Riccardo Gramantieri, recuperano dal 1975 e lanciano con questo ulteriore e ineccepibile avviso in quarta di copertina: «Malzberg non si accontenta di una semplice trama […] occasione per riflettere su come si scrive un romanzo di fantascienza […] dopo queste considerazioni non leggeremo più una storia di science fiction nello stesso modo». Se sbirciate pagina 59, per vedere il ritmo, trovate un disegno – l’unico oltre a quello in copertina -. di Giuseppe Festino e frasi tipo: «Nel motore tachionico, per Lena, c’è solo una miseria profonda e dolorosa….».

La trama? Grosso modo questa: nel 3902 una nave spaziale pvl – più veloce della luce – con a bordo molti morti “congelati” e un solo essere umano vivente (Lena appunto) s’impantana nella galassia nera e tenta di uscirne. Come sempre in Malzberg la storia conta assai meno della scrittura. L’autore ridacchia che la galassia nera è l’«ultimo simbolo vaginale» e gioca (proprio fra le pagine 59 e 60) sulle risorse emotive di Lena e su quelle dello scrittore. Soprattutto di continuo spiega che forse narrerà questo oppure no. Ammette (anzi decanta) le sue notevoli dosi stilistiche ma ammette le sue lacune scientifiche. Sghignazza sulla sua vita privata, in particolare sessuale e religiosa. Parla di sé in prima persona. Per esempio: «Di editore in editore, lo scrittore ha portato avanti il suo piccolo carnevale di maschere a buon mercato, cerone, assortimento di specchi e mostri depressi e anche quando lo spirito veniva meno, i suoi spettacoli di magia e i suoi giochi di luce, con l’energica collaborazione dei suoi mostri, non fallivano mai». Svela via via le difficoltà: «C’è qui un pathos che non riesco veramente a trasmettere. Trasmettere sentimenti non è mai stata una delle mie virtù». Oppure Malzberg delira sugli sviluppi della trama: «Qui si potrebbe rimpolpare […] si potrebbe concepire un intero ciclo di romanzi, una “Recherche dell’età dello spazio”, settanta volumi interconnessi, ognuno dei quali incentrato su una delle vite di Lena. […] Un autore con un minimo di energia e un livello modesto di spese e pretese sulla base di questo schema potrebbe essere in grado di ottenere anticipi da un editore per il resto della sua vita lavorativa».

A questi avvisi di lavoro-in-corso-con-annessa-autocoscienza si affiancano molte e geniali (anche affettuose?) cattiverie sulla science fiction. Di questo tipo: «La fantascienza spesso soffre del difetto di avere troppo sullo sfondo e troppo poco in primo piano, lesinando sulla caratterizzazionedei personaggi a favore di dettagli futurologici». O peggio: «Sono pochi fra noi quelli che conoscono la scienza e ancor meno quelli che capiscono la letteratura ma non c’è un solo scrittore di fantascienza che riesca a fare entrambe le cose». E via con gli esempi: alle sigle A, B, C potrebbe corrispondere proprio il trio che state pensando; o almeno Barry Perfidia vi induce in tentazione.

I giochini più geniali sull’adsic (autocoscienza di scrittore in crisi) mi avevano richiamato alla mente racconti e romanzi di John Barth. Ed ecco lo stesso Malzberg svelare il suo feeling con le avanguardie degli anni ’60-70: «Così è la vita Cheever, Barth, Barthelme, Oates». E ancora, facendo lo spaccone («l’autore suda dietro il sipario»): «prendete questo Barth, Barthelme, Roth e la Oates; Bellow e Malamud tenete il passo».

Uno strano, datato, oltraggioso ma indispensabile libro. Leggendolo capirete perchè Malzberg è odiato da molte/i oppure amato quasi senza vie di mezzo.

In una lunga e bella presentazione, Riccardo Gramantieri lo inquadra nel contesto politico-letterario. Spiega come e perchè Malzberg rovesci la passione per i viaggi spaziali in sospetti: «da cosa il governo ha bisogno di far distogliere lo sguardo degli americani?». Nella sfera privata pochi dubbi: il super-eroe è un paranoico. Nel (il paragrafo intitolato «il fandom mi stressa, la fantascienza è in mano ai grandi gruppi e mi pagano poco», Gramantieri si addentra nella «recursive science fiction» e ricorda come Malzberg abbia messo in guardia sulle degenerazioni alla Hubbard, sulle finzioni di massa (in letteratura ma anche nel business alla Dianetics).

Nella prefazione a «Oltre Apollo» (uscì nel 1978 da Armenia) Vittorio Curtoni lo inquadrava così: «Nel retroterra malzberghiano s’intuisce la presenza di un peccato originale tecnologico, di una perdita di verginità causata dall’invadenza scientifica […] Credo che Barry, come tanti altri autori delle ultime generazioni, si sia trovato sospeso a mezza strada fra gli artigli di un interrogativo angoscioso: rinunciare al fantastico oppure adattarlo ai compromessi, alle velleità, alle carognate di ciò che è?». Alla fine Malzberg scelse di rinunciare: da tempo ha smesso di scrivere. Un peccato per chi legge ma evidentemente per lui un obbligo.

Perfino la tradizionalista Urania decise, nel 1979, di essere pronta per nominare la merda e la masturbazione, insomma per Malzberg pubblicando «Il giorno del cosmo» (che era uscito 8 anni prima) con una delle copertine che resero indimenticabile Karel Thole. Il romanzo inizia con le choccanti «Cronache apocrife in funzione di prologo ovvero: come vorremmo che andasse» per spiegare – in poche, micidiali righe – la conquista di Mercurio, Venere, Luna, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone spianando la strada (nel 2500) a Titano. Deve essere stata dura per Fruttero e Lucentini che allora dirigevano – e censuravano – Urania mandar giù che nella spedizione spaiale ci fossero un astrologo e un demonologo ma soprattutto «la giornata della scopata obbligatoria», i giochi di parole («prima che l’uomo mettesse bomba per la prima volta sul territorio extrasolare») in definitiva la cattiveria di Malzberg comprese le geniali metafore politiche nella micro-storia finale sulla rivolta di Ganimede.

Se recuperate «Oltre Apollo» leggete il capitolo 65 intitolato «Misticismo commerciale»: non ha alcuna attinenza con il romanzo ma è rivelatore del mondo nel quale Malzberg viveva e continua a vivere: per molti tratti, sembra proprio quello di codesto blog.

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