Su Uomini e Alberi

Inizia da oggi 24 giugno l’esposizione di un punto di vista collettivo sugli alberi e sulle foreste. Per celebrare la ricorrenza a modo nostro, secondo i pareri di chi ha scelto di partecipare, facendo a meno di autorità, discorsi e bande musicali, ma al solito cercando di capire e ragionare. Chi lo ritiene opportuno e si vuole unire è sempre in tempo e molto bene accetto.

Cominciamo con la necessaria introduzione al tema. A cui seguirà una poesia di Pabuda

Perché sono per gli alberi? Una utopia sincera
Di Mauro Antonio Miglieruolo

Perché sono marxista e il marxismo è vita, vita intellettuale e vita materiale, attività pratica e attività teorica, contributo decisivo all’ascesa dell’uomo verso la sua propria umanità, alla quale perviene attraverso la quotidiana opera di trasformazione del mondo. Anche gli alberi, insieme al resto dell’universo vegetale, contribuiscono a questa indefessa attività di costruzione del mondo. La loro vita è al servizio della vita. Colonizzano la terra affinché la terra possa essere colonizzata dagli animali e dall’animale uomo.
Ecco perché sono per gli alberi: perché gli alberi sono per me, per un io che qui gli riconosce questa funzione; e per tutti coloro che, pur non riconoscendogli questa funzione, godono dei medesimi benefici. Gli alberi forniscono spontaneamente, senza che neppure gli venga richiesto, nutrimento, ossigeno e ombra. Depurano l’aria inquinata e i pensieri inquinati. Offrono pace. Sono sempre lì, dove li abbiamo trovati o dove li abbiamo piantati in paziente attesa. A dare il buon esempio… A suggerire, con la loro immobilità, l’esistenza di altri possibili modelli di vita, modelli lontani dal meschino frenetico convulso vivacchiare, costellato d’infamie (contro i popoli, contro le donne, contro i bambini, contro i vecchi e contro la decenza), che ci viene imposto.
Sono per loro soprattutto perché diversi. Non soltanto diversi da noi, ma differenti l’uno dall’altro, contraddizione vivente alla tendenza generale del capitalismo a uniformare, normalizzare, standardizzare. Il mondo vegetale però, molto più che quello animale, si sottrae, silenzioso e pervicace, a questo ostinato processo di omologazione. Quante foglie possiede la chioma di un albero? Quanti rami? Quante radici? Il tronco è dritto, si biforca o meno? Inizia da terra oppure in alto, là dove la biforcazione è già quasi ramo? Forse è anche questo il motivo per cui la società protende alla distruzione degli ultimi immensi agglomerati, le foreste, nelle quali è possibile ammirare (e certo anche patire) il loro inesauribile rigoglio, la loro inesausta creatività. Per quanto si faccia non è possibile del tutto ridurli a norma, automatizzarne l’esistenza, riducendo tutto a banalità a noia a sofferenza. Salvo che in vista di un disegno di bellezza, il quale però richiede anche cura, intelligenza e “spreco di risorse”, al capitale non è possibile ridurli a sé, alle proprie esigenze di ripetizione e di assoggettamento (assoggettamento alle macchine per assoggettare al dispotismo padronale). A ogni offensiva, pazienti e dignitosi, gli alberi rispondono con l’affermazione del loro buon diritto a essere: essere come sono, come sanno, come gli spetta. Né potrebbe essere diversamente. Ricondurli a norma, una norma di efficienza e produzione, la norma delle macchine, costituisce una totale negazione. L’albero è vita, la macchina morte. L’albero è solennità e bellezza, la macchina fredda ripetitività e bruttezza (non a caso l’automobilo a benzina piaceva ai futuristi che tanto hanno contribuito all’avvento del modernismo fascista). La macchina, una volta che sia abbandonata alla logica del profitto, diventa strumento per realizzare, tramite l’abbondanza, il depauperamento dell’umanità e l’umiliazione degli individui. Gli alberi resistono, noi pure, ma essi sembrano capaci di farlo meglio della nostra pur grande ostinazione. Aggrappiamoci a loro, all’esempio che forniscono. Difendiamo il rigoglio della vita per espandere le infinite possibilità offerte agli esseri, che sostanzialmente è infinita sperimentazione delle differenze.
L’albero dunque come simbolo del rifiuto della società dei tempi e metodi, delle regole severissime imposte solo agli sfruttati (gli sfruttatori ne sono di fatto esenti: ora esigono anche di esserlo di diritto!).
Non sottovalutiamo dunque questo nostro impegno in favore degli alberi. Non riduciamolo a pura adesione rituale, omaggio ai nostri ideali. Rispondiamo alla vita con un empito di vita. Con passione, poiché non stiamo comprimendoci dentro una pur encomiabile prospettiva ecologica. Per suscitare l’entusiasmo dovrebbe bastare questa sola considerazione: tutto ciò che spiace, o poco piace, o è trascurato di nostri nemici, non può che trascinare noi. Non può che diventare strumento di lotta. Non veicolo per l’ennesima lamentala sui misfatti del regime che ci sovrasta, ma per affermare la nostra intangibile integrità, la nostra ferma volontà di modificare lo stato di cose presenti. Nel nostro piccolo e con le nostre deboli forze.
Auspicando che tutto questo oltre a vederci lavorare insieme, ognuno nel suo, con le sue idee e prospettive, ci dia maggiore consapevolezza dei nostri diritti e della nostra forza. Di ciò che siamo e cosa vogliamo. E della cui realizzazione non per sempre riusciranno a privarci.

E adesso la Poesia
di PABUDA

COLLOQUIO SDRAIATO SOTTO SPASIMANTE GRIGIO-VERDE

albero amico di mare
se fossi più giovane
m’arrampicarei
sulla grigia e verde corteccia scabrosa
dei tuoi rami vivi e morti
lancinanti e contorti
per sussurrarti all’orecchio
e domandarti:
come fai
a spasimare immobile?
so perché lo fai:
so che cerchi qualche cosa
spasimando verso il cielo
non cerchi dei cerchi
ma a movimenti lenti, secolari
cerchi dei raggi,
per amore tu cerchi i raggi solari.
non ti servono specchi né ali
ti bastano impercettibili
spasimi vitali

Miglieruolo
Mauro Antonio Miglieruolo (o anche Migliaruolo), nato a Grotteria (Reggio Calabria) il 10 aprile 1942 (in verità il 6), in un paese morente del tutto simile a un reperto abitativo extraterrestre abbandonato dai suoi abitanti. Scrivo fantascienza anche per ritornarvi. Nostalgia di un mondo che non è più? Forse. Forse tutta la fantascienza nasce dalla sofferenza per tale nostalgia. A meno che non si tratti di timore. Timore di perdere aderenza con un mondo che sembra svanire e che a breve potrebbe non essere più.

  • Un bell’inizio (doppio) per il nostro dossier, grazie a entrambi. Ricordo che i contributi esterni sono ben accetti. Proponete (articoli, poesie, foto, consigli pratici…) e la nostra piccola blog-redazione vi risponderà.
    Già che ci sono segnalo un piccolo-buffo errore: stanotte uno dei polpastrelli di Mau (Mario Antonio Miglieruolo che cura il dossier) si è appisolato e ha inserito il pezzo “finale” (previsto per il 4 luglio ma slitterà) al 4 giugno. Così per qualche ora è comparso in blog dove è stato letto e apprezzato. Magari qualche “fumettaro” si sarà ricordato di un famoso numero di “Ken Parker” che iniziava dalla parola “fine”. Adesso abbiamo rimediato l’errore. O forse il polpastrello non era appisolato ma astutamente voleva donarci una metafora, che ogni fine può essere un inizio. (db)

  • Magia delle crete senesi

    Uccelli loquaci volano bassi
    nel cielo luminoso, cilestrino.
    Sorvolano casali, precipizi,
    le gole strette dei calanchi,
    Profilano di neri arabeschi
    i fianchi morbidi delle colline
    dove l’ingorda pecorella bruca.

    Cipressetti impettiti
    coi verdi pensieri arsi dal sole
    sognano miraggi d’ombra,
    rugiade del mattino.
    L’anziano contadino rincorre
    tra rovi di more ed arbusti
    l ‘indomita capretta che guizza,

    salta, scalcia, poi trotterella
    in fretta verso il laghetto.
    Lì gracida l’allegra raganella.
    Come è silente e placida
    la vasta quiete, che sovrana cinge
    il biondo tremolio delle stoppie.

    La soave campagna, è bella
    da mozzare il respiro.
    Rapita dall’arcana malia,
    m’assale il desiderio di qui
    sostare e non andare via.

    Siena, 11 Giugno 2001

    M.Teresa Santalucia Scibon

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