Talebani e Usa vanno d’amore e…

… d’accordo, ma si può dire? Chi denuncia le menzogne degli Stati Uniti (Assange e non solo) va in galera. Articoli di Patrick Boylan, Alessandro Marescotti, Peacelink e Vincenzo Vita con una riflessione di Francesco Masala e tre video di Franco Fracassi, Dario Fabbri e Roberto Saviano.

 

La debacle in Afghanistan mostra che avremmo dovuto ascoltare, non criminalizzare, Julian Assange – Patrick Boylan

Il fondatore di Wikileaks ci aveva da tempo avvertito che in Afghanistan le truppe USA/NATO non stavano “guadagnando le menti e i cuori” della popolazione; anzi, si stavano facendo odiare. Ma il messaggio non è stato ascoltato e il messaggero è ora in prigione in attesa di giudizio.

Cosa spiega la disfatta USA/NATO in Afghanistan? In gran parte è stata causata dall’odio del popolo afghano contro gli occupanti occidentali, odio provocato anche dai crimini di guerra e dai crimini contro l’umanità commessi dalle nostre truppe di occupazione. Alla repressione della NATO la maggior parte della popolazione afghana (e persino molti dei loro militari) hanno mostrato di preferire la repressione dei Talebani (il che è tutto dire). Infatti, le scene di “fuga della popolazione davanti ai Talebani”, di cui i telegiornali sono pieni, riguarda solo una piccolissima percentuale della popolazione, gli afghani filo occidentali, prevalentemente a Kabul. Vedi l’editoriale PeaceLink al riguardo: https://www.peacelink.it/editoriale/a/48688.html

Ora molti dei crimini che le nostre truppe hanno commesso in questi 20 anni, il giornalista Julian Assange li aveva già rivelati sul suo sito Wikileaks. Ma i politici e i mass media occidentali non hanno voluto far conoscere le sue denunce. Anzi, hanno preferito diffamare Assange e sostenere il tentativo, da parte delle autorità statunitensi, di incarcerarlo per decenni (il che, visto le sue precarie condizioni, vale una condanna a morte).

“Invece quante vite afghane – e occidentali – avremmo potuto salvare se avessimo agito alla luce delle rivelazioni di Assange!” dicono gli U.S. Citizens for Peace & Justice – Rome, un gruppo di pacifisti statunitensi abitanti la Capitale. “Bisogna perciò sfruttare il clamore della nostra disfatta in Afghanistan per esigere la liberazione di chi ha cercato di farci capire quello che le nostre truppe stavano facendo realmente laggiù per ben 20 anni. Bisogna tornare in piazza all’inizio di settembre con la parola d’ordine: Non uccidere il messaggero!

Già si parla di manifestazioni simili nel mese di settembre in molti altri paesi, per galvanizzare l’opinione pubblica mondiale a favore di Assange prima dell’udienza che egli dovrà affrontare in Gran Bretagna il prossimo 27 ottobre. L’Alto Tribunale della Gran Bretagna dovrà rideliberare, infatti, sulla sua estradizione negli Stati Uniti, momentaneamente bloccata. Questo perché la settimana scorsa (11 agosto), i giudici britannici hanno consentito al governo americano di riaprire il caso sulla base di obiezioni alla testimonianza chiave di uno psicologo, quella che giustificò il blocco temporaneo.

Se le obiezioni statunitensi verranno accolte in ottobre, Assange potrebbe essere immediatamente rispedito negli Stati Uniti dove rischia una pena detentiva di 175 anni per rivelazioni di documenti ufficiali riguardanti presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi da militari statunitensi — in Aghanistan e non solo.

Invece non è prevista nessuna indagine, da parte del governo USA, su quei crimini e tanto meno l’imputazione dei militari che li avrebbero commessi. Solo il messaggero va sottoposto a processo.

https://www.peacelink.it/pace/a/48694.html

 

Estradizione di Assange, accolto il ricorso degli Stati Uniti

L’11 agosto si è svolta dinanzi all’Alta Corte di Londra la prima udienza d’appello riguardo alla richiesta di estradizione di Julian Assange avanzata dagli Stati Uniti. In gennaio la giudice Vanessa Baraister aveva negato l’estradizione basando la sua decisione sulle condizioni di salute mentale di Assange e sul rischio di suicidio, se avesse dovuto affrontare il durissimo isolamento a cui sarebbe stato sottoposto negli Stati Uniti.

I giudici incaricati di esaminare il ricorso americano hanno accolto le argomentazioni presentate a nome delle autorità di Washington e in particolare l’accusa rivolta alla giudice Baraister di essersi lasciata sviare dalla perizia di un esperto, giudicata poco attendibile e hanno fissato la decisione in merito al 27-28 ottobre.

Durante l’udienza i sostenitori di Julian Assange hanno manifestato fuori dalla corte. Tra loro erano presenti la compagna di Assange Stella Morris e Jeremy Corbyn, l’ex leader del Partito Laburista britannico, con un cartello che affermava: “Il giornalismo non è un crimine”.

Alla vigilia dell’udienza, Amnesty International aveva rinnovato la sua richiesta al presidente Biden di annullare le accuse.

“Il tentativo degli Usa di spingere il tribunale di Londra a rovesciare la sua decisione, sulla base di nuove assicurazioni diplomatiche fornite da Washington, non è altro che un trucco di prestigio legale. Dato che il governo degli Usa si è riservato il diritto di tenere Assange in una struttura detentiva di massima sicurezza e di sottoporlo a misure amministrative speciali, su quelle assicurazioni non si può fare affidamento”, ha dichiarato Nils Muižnieks, direttore di Amnesty International per l’Europa.

“Questo appello, presentato con malafede, dev’essere respinto e il presidente Biden deve cogliere l’occasione per annullare accuse politicamente motivate che mettono a rischio la libertà di stampa e la libertà d’espressione”, ha aggiunto Muižnieks.

Il presidente Obama aveva aperto l’indagine su Assange, Trump ha portato avanti le accuse e ora tocca a Biden fare la cosa giusta e porre fine a questa farsesca persecuzione che non avrebbe mai dovuto iniziare”, ha sottolineato Muižnieks.

https://www.pressenza.com/it/2021/08/estradizione-di-assange-accolto-il-ricorso-degli-stati-uniti/

 

Contro la guerra, Julian Assange: nuovo caso Dreyfus? – Vincenzo Vita (dal quotidiano “il manifesto”, 19 agosto)

Kabul e non solo. Attenzione, la rondine crudele rischia di fare primavera, se l’ex analista dell’intelligence d’oltre oceano Daniel Hale è stato condannato in Virginia a 4 anni di detenzione per aver dato notizia dei devastanti effetti dei droni in Yemen, in Somalia e in Afghanistan. Alle scelte sbagliate si risponde con la repressione di chi le racconta?

Nel vedere le immagini tragiche dell’Afghanistan riconquistato dai talebani – con esercito regolare dissolto e americani con alleati in fuga- il pensiero corre a Julian Assange. Sembra doveroso, oltre che inevitabile, rimettere in ordine gli addendi di una vicenda davvero incresciosa. Sembra proprio un nuovo caso Dreyfus, il capitano francese accusato ingiustamente di spionaggio a cavallo tra Ottocento e Novecento. Accusa ingiusta, ma lentissima riabilitazione. La questione era diventata, infatti, assai scottante per l’ordine costituito.

Le disavventure drammatiche vissute dal co-fondatore di WikiKeaks appaiono a questo punto quasi surreali, oltre che assurde. Dopo l’ammissione quasi spavalda dei disastri compiuti da parte dei conquistatori senza ritegno e senza gloria, il giornalista di origine australiana meriterebbe un riconoscimento, non certamente un’eventuale condanna a 175 anni di carcere.

Il rischio è reale, visto che gli Stati Uniti hanno fatto ricorso in appello contro la decisione di sospensione temporanea – per il preoccupante quadro psicofisico dell’inquisito – dell’estradizione, assunta dalla Corte londinese dove è in corso il procedimento. E di che si tratta? I reati ruoterebbero attorno alle rivelazioni dei misfatti connessi alle guerre in Iraq e in Afghanistan, a partire dall’uccisione di civili e dai bombardamenti massivi. Insomma, WikiLeaks (grazie ad Assange e ai collaboratori: l’analista della Central Intelligence Agency (Cia) Edward Snowden e il personaggio shakespeariano Chelsea Maning) ha da molto tempo squarciato il velo di silenzio attorno ad un ventennio di misfatti criminosi. Anzi.

La precipitosa fuga da Kabul spiega perché non si poteva e non si doveva sapere. La violenza di Stati che si ergevano a salvatori, ottenendo l’effetto opposto di ringalluzzire terrore e fondamentalismi, non andava resa pubblica. L’ideologia delle guerre contiene sempre la componente del segreto, funzionale per evitare opposizioni e critiche.

Ora che il Re è nudo, e mentre lo stesso presidente Biden è costretto a simulare il successo dell’insuccesso, è lecito chiedersi se una maggiore e diversa consapevolezza collettiva – al di là degli informati per mestiere o per collocazione – non sarebbe stata già un contropotere. La premessa per una presa di coscienza attiva.

Si capisce, dunque, il motivo profondo per cui Assange è dannato. L’uomo che sa troppo, ci ammonì Hitchcock, passa parecchi guai. Ma poi se la cava bene, magari. I cattivi non sono eterni e il troppo è troppo. Attenzione, la rondine crudele rischia di fare primavera, se l’ex analista dell’intelligence d’oltre oceano Daniel Hale è stato condannato in Virginia a 4 anni di detenzione per aver dato notizia dei devastanti effetti dei droni in Yemen, in Somalia e in Afghanistan. Alle scelte sbagliate si risponde con la repressione di chi le racconta?

Il ministro degli esteri Luigi Di Maio è stato richiesto di un’informativa presso il parlamento su ciò che sta avvenendo in quell’area del mondo e sulla posizione italiana. Non è il momento, allora, di mettere finalmente all’ordine del giorno la mozione presentata da un gruppo di deputati (primo firmatario Pino Cabras) proprio sul caso Assange? Ed è importante prendere spunto dal convegno tenutosi lo scorso giugno al senato su iniziativa del Premio Mimmo Càndito e del presidente della biblioteca del senato medesimo Gianni Marilotti. Quest’ultimo, tra l’altro, parteciperà alla delegazione italiana che si recherà il prossimo ottobre a Londra per la ripresa del processo. Il senso di tali iniziative è chiaro: controscrivere una storia, nella quale l’accusatore è diventato accusato e chi ha perpetrato le atrocità discetta tranquillamente di errori o difetti di strategia.

da qui

 

 

 

 

 

Il troglodita non era troglodita. Rispecchiava il livello della civiltà dell’epoca

(Stanislaw J. Lec)

Se uno ascolta la tv e legge i giornali più importanti riceve la velina che le forze di occupazione occidentali per una ventina d’anni stavano vincendo chiaramente la partita, poi la realtà, che non era sparita, solo era stata nascosta, scende in campo e il risultato è capovolto. 

Si legge che Assange probabilmente sarà estradato negli Usa, magicamente adesso le carceri Usa diventano accoglienti per Julian, e magicamente i talebani, diventati potabili e civili, tratteranno le donne come esseri alla pari (sharia permettendo). Che magie, per chi ci crede (molti, troppi).

Fra i capi talebani più potenti ce ne sono alcuni liberati o fatti liberare negli ultimi anni dagli Usa, Baradar e Ruhani, per esempio, non sappiamo in cambio di cosa, a Guantanamo ci sono posti liberi, Assange lo ospiterebbero con sommo piacere, per non parlare di Snowden.

Ringraziamo tutti quelli che hanno provato ad abbattere il muro di gomma, inascoltati, da Julian Assange (che sta marcendo dove dovrebbero stare gli assassini che lui ha sempre denunciato), a tanti piccoli e scomodi grilli parlanti e voci fuori dal coro (Peacelink, per esempio).

Francesco Masala

 

 

L’Afghanistan che non ci hanno raccontato – Alessandro Marescotti

 

Il presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale, nel marzo dell’anno scorso, aveva dato mandato di indagare sui crimini di guerra e contro l’umanità in Afghanistan. Ma il Dipartimento di Stato USA l’aveva definita “un’azione scioccante” opponendosi a ogni indagine.

 

Come mai i cosiddetti “talebani” stanno riconquistando l’Afghanistan senza neppure combattere?

C’è una scomoda verità che in queste ore non emerge. Ed è questa: le truppe che dovevano portare la libertà e la democrazia in Afghanistan in questi venti anni si sono fatte odiare. Non solo erano percepite come truppe d’occupazione, ma hanno agito con la tipica insensibilità e brutalità delle truppe di occupazione. Tanto che sono in corso le indagini della Corte Penale Internazionale.

Qualcosa non ci hanno raccontato, altrimenti non comprenderemmo la fine ingloriosa di venti anni di missione militare e la rovinosa attuale fuga degli americani che assomiglia a quella dal Vietnam del 1975.

Ma andiamo per ordine e vediamo che cosa è la Corte penale internazionale (International Criminal Court, ICC). E’ un tribunale per crimini internazionali che ha sede a l’Aia e ha competenza per i crimini di guerra. Piotr Hofmanski, presidente del Tribunale di appello della Corte penale internazionale, lo scorso anno ha dichiarato: “La procuratrice è autorizzata a iniziare un’inchiesta sui presunti crimini compiuti sul territorio afghano a partire dall’1 maggio 2003, così come su altri presunti crimini legati al conflitto armato in Afghanistan”.

La Corte penale internazionale può intervenire se e solo se gli Stati non possono (o non vogliono) agire per punire crimini internazionali.

La risposta del Dipartimento di Stato Usa non è stata per nulla positiva e ha definito questa iniziativa come “un’azione scioccante presa da un’istituzione politica mascherata da organismo giuridico”.

Ma se le truppe americane portavano la libertà e la democrazia perché tanta paura di queste indagini?…

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Afghanistan: morti più soldati americani per suicidio (30.177) che in combattimento (2.312) – Redazione PeaceLink

 

Negli Stati Uniti è aumentato negli ultimi anni il numero di chi dice: “Non saremmo mai dovuti andare in Afghanistan”. Era il 49% nel 2014 per salire al 69% quest’anno.

Le vittime dell’attentato delle Torri gemelle, l’11 settembre 2001, furono 2977.

Ecco i numeri di venti anni di guerra in Afghanistan nata in risposta all’attentato dell’11 settembre:

  • 2261 i miliardi di dollari spesi dagli Stati Uniti nella missione militare e civile;
  • 312 i soldati americani uccisi nel conflitto;
  • 7057 quelli che hanno perso la vita tra Afghanistan e Iraq.

Si legge sul Corriere della Sera di oggi: “Ma c’è un numero che gira poco: 30.177. È il totale dei veterani che si sono suicidati durante questa guerra al terrore”.

Sono morti più soldati americani per suicidio (30.177) che per combattimento (2.312): tredici volte di più…

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Le bugie sull’Afghanistan che il PD conosceva benissimo – Alessandro Marescotti

 

Durante la missione militare USA-NATO cresceva la mortalità infantile e la povertà, mentre diminuiva l’alfabetizzazione e l’aspettativa di vita in Afghanistan. Ma nell’opinione pubblica si è radicata un’altra verità e ancora oggi la gente non capisce perché abbiano vinto i talebani.

 

“L’approccio seguito finora dagli USA e dalla NATO per sconfiggere l’insurgency e ricostruire il paese è sbagliato. Sicurezza e condizioni di vita dei cittadini afghani continuano a deteriorarsi. La coalizione viene sempre più percepita come una forza di occupazione”.

Lo scriveva Pino Arlacchi il 16 gennaio 2011 sull’Unità, e il suo articolo è allegato a questa pagina web.

Ciò che colpisce sono i dati netti che Arlacchi, allora europarlamentare del PD, snocciolava con precisione. Leggete qui: “Dall’ottobre 2001 in poi, le operazioni militari sono costate oltre 300 miliardi di euro e decine di migliaia di vite umane. Dal lato civile, ne sono stati spesi almeno altri 30. In totale, si tratta di una cifra astronomica, pari a 30 volte il PIL dell’Afghanistan. Ciononostante, questo paese è ancora il principale produttore di narcotici del mondo, ed è rimasto uno dei più poveri del pianeta”.

E quali progressi erano stati fatti sul piano civile dal 2002 al 2010? Nessuno, anzi, la guerra aveva fatto regredire gli indicatori statistici più delicati relativi alla speranza di vita e alla scuola: “L’aspettativa di vita è scesa da 46,6 a 44,6 anni. L’alfabetizzazione è diminuita dal 36 al 28%”.

In crescita gli indicatori negativi: “La mortalità infantile è aumentata del 4,6% tra il 2002 e il 2010. Tra il 2002 e il 2009 la popolazione sotto la soglia di povertà è cresciuta dal 23 al 36%”.

Arlacchi aggiungeva la fonte di questi dati: “Chi non crede a queste cifre può verificarle di persona nello stesso luogo da cui le ho tratte: il sito della CIA sulle nazioni del pianeta”…

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Orrore in Afghanistan, uccisi 39 civili dalle forze speciali australiane – Redazione PeaceLink

 

Ma a finire sotto accusa è per ora l’avvocato militare David William McBride che ha rivelato i crimini di guerra. Dopo aver provato invano a smuovere i vertici militari, ha fornito le prove alla TV australiana.

 

Dopo un’intensa attività di denuncia dell’avvocato militare David William McBride,
il generale Angus Campbell, capo delle forze armate australiane, lo scorso 19 novembre ha ammesso che uomini dei reparti del reggimento speciale (SAS) hanno “ucciso illegalmente” 39 civili in Afghanistan. Nessuno dei crimini è stato commesso durante i combattimenti.

Cosa è successo nel SAS australiano?

I militari più anziani ed alti in grado imponevano ai più giovani di uccidere i civili per dimostrare di poter commettere il loro “primo omicidio”.
Fra le testate che denunciano tutto ciò c’è Fanpage che racconta: “Civili afgani inermi sono stati sgozzati e i corpi utilizzati alla stregua di “trofei di caccia”, coi quali fotografarsi con gli smartphone per vantarsi poi coi commilitoni”.

Tutto ciò non è un caso isolato o una deviazione fortuita. Militari del SAS sono finiti sui giornali anche per aver sventolato la bandiera nazista.

Ma a finire sotto accusa in Australia è per ora solo l’avvocato David William McBride, che ha rivelato i crimini di guerra…

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Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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