Tanto amore per Marilyn

un racconto di Dino Buzzati e una preghiera di Ernesto Cardenal

 

Dino Buzzati – All’alba

Un genio che poco prima dell’alba girava rastrellando l’estrema landa per raccogliere le anime appena giunte e avviarle alla grande porta, avvistò da lontano qualcosa di chiaro proprio ai piedi della muraglia che recinge la città dei morti.

Avvicinatosi, trovò una giovane e bellissima donna nuda apparentemente addormentata.
Si inginocchiò a toccarla.

Non era spirito, era tenera e tiepida carne.

Allora, prendendole un polso, la scosse per ridestarla. Con un gemito lei si stirò languidamente e balbettò come ubriaca:

– Oh lasciatemi dormire.
Il genio con molti riguardi appoggiò la testa sul petto della creatura.

Sì, il cuore batteva ancora, ma lentamente; e il ritmo si faceva sempre più fioco e spaziato.

– Su, svegliati – le ordinò. – Non sei malata, non sei ferita, sei giovane, sei meravigliosamente bella. Non ho mai visto nessuna bella come te.

Su, muoviti, corri, torna indietro. Il mondo è tuo.

Ci deve essere uno sbaglio. Assolutamente non puoi restare qui.

Con la voce ancora impastata di sonno lei disse:

– Basta, quante volte me le sono sentite ripetere queste storie. Lasciatemi dormire.

Intanto, da varie direzioni erano giunte alcune anime, saranno state una dozzina.

Incuriosite, si erano fatte intorno ed ascoltavano.
Finché una di esse avvertì:

– Non vorrei sbagliarmi, ma questa è Marilina Monroe.
– Chi? – fece il genio

– Marilina Monroe, la conoscerai, spero.
– Io, veramente – disse il genio imbarazzato
– io non saprei… io lavoro sempre da queste parti… saranno trent’anni che manco dal mondo.

Commenti intanto si intrecciavano fra le anime che formavano ormai, coi nuovi arrivati, una piccola folla.

E lo strano era questo: ciascuno di quei morti aveva, ovviamente, i suoi pensieri e i suoi rimpianti, eppure lo spettacolo di quella ragazza nuda, così rosa e pura, faceva loro dimenticare i guai.

– Ma è ancora viva – dicevano – …è sana, è ricca, è famosa, ha tutto quello che vuole nella vita, non può stare qui con noi, deve esserci un equivoco, bisogna fare qualche cosa.

Tu, genio, perché non ti sbrighi? Perché non la riporti indietro?

E il genio, sebbene un po’ confuso perché non aveva mai tenuto fra le braccia una giovane donna nuda soprattutto di tanta bellezza, sollevò da terra Marilina e librandosi a fior di terra la portò via in direzione dell’orizzonte, dove la landa dei trapassati si perde nella nebbia e di là comincia il mondo dei vivi.

Il genio, per quanto genio, era alquanto mingherlino.

Dove trovava le forze per sostenere di peso un simile fusto?
Semplice: fin dal primo istante se ne era perdutamente innamorato.
E poiché l’amore vuole la gioia altrui anziché la propria, il genio non si curava di sé, voleva soltanto salvare quell’incantevole corpo: se Marilina avesse continuato a dormire fino a che il cuore non si fosse fermato, di Marilina non sarebbe rimasta che l’anima, la quale ha ben poche attrattive sensuali, e il resto, nel giro di pochi giorni si sarebbe trasformato in cenere.

Fra le braccia del genio Marilina dormiva, ma di tanto in tanto, come in trance, rispondeva alle sue pressanti interrogazioni. Cosicché il genio poté conoscerne l’indirizzo, riportarla a casa sua e deporla sul letto, dove la bella continuò imperterrita a dormire.

Nella camera la luce era accesa.

Guardandosi intorno, il genio, benché poco pratico del mondo, vedendo tutte quelle boccette, quei flaconi, e tubetti di medicinali, indovinò cosa era accaduto e fu preso dall’orgasmo.

Marilina si era avvelenata e, se non interveniva un medico, non c’era più niente da fare.

Ma, più importante ancora del medico, era persuadere la ragazza che sulla terra dopotutto si sta bene, e uccidersi è una solenne bestialità. Nel suo caso poi!
– Marilina! – esclamò il genio facendo la voce grossa – Vuoi svegliarti o no? Adesso comincio a perdere la pazienza.
– Ma si può sapere chi sei? – chiese indispettita Marilina, alzando la testa dal cuscino.
– Non ha importanza chi sono – disse il genio – quello che conta è che tu chiami subito un medico perché se non ti fanno una bella lavanda gastrica qui mi hai l’aria di andartene dritta all’altro mondo.
– E se proprio questo fosse la mia intenzione?
– Ma va! Una creatura come te! Uomini e donne si scannano addirittura per ottenere un decimo, un centesimo di quello che tu hai. E tu vorresti andartene abbandonando tutto?
– Precisamente. Sono stufa.
– Intanto – disse il genio, forse un po’ troppo didascalico – quello che tu hai tentato di fare non è onesto. Tu, uccidendoti defrauderesti gli uomini di uno dei loro più cari sogni, che poi adesso è straordinariamente di moda.

Il sogno della gloria, da cui derivano tutte le altre soddisfazioni della vita, la ricchezza, l’amore, il lusso, la potenza, perfino la salute.

Gli uomini ti hanno messo su questo tuo favoloso piedistallo perché tu ci rimanga e ti lasci adorare. Se te ne vai, tu vieni meno ai patti. E poi…poi si può sapere cosa ti manca?

A quanto ho sentito dire, sei perfino intelligente.
– Su, da bravo, signor genio – piagnucolò Marilina, la testa cascandole da una parte e dall’altra per il sonno – adesso vattene e lasciami dormire. Tu sapessi come sono stanca.
– Bene – insistette l’altro – ti faccio una proposta che mi sembra ragionevole.

Io adesso ti porterò a fare un piccolo viaggio nel futuro. Vedrai cosa ti aspetta.

Vedrai che vale la pena vivere.
– E quanto tempo ci vuole?
– Niente, frazioni di secondo. È una delle poche cose che noi geni sappiamo fare decentemente.
– E dopo?
– Dopo farai quello che vuoi. Dopo, giuro che ti lascerò in pace.

Così, Marilina indossò una vestaglia, si attaccò con una mano al genio e via, attraverso la notte della California che stava per finire, via con la velocità di un satellite, e di sotto, a una distanza che via via aumentava, sfilavano i lumi delle città, le masse nere dei boschi, le fosforescenti anse dei fiumi.

E poi l’oceano nero che si perdeva nell’occidente.
D’improvviso discesero a tuffo.

Il genio la condusse sul bordo di un finestrone e la invitò a guardare dentro.

Era una grande e sontuosa sala di spettacoli e stavano proiettando un film a colori.

Sullo schermo Marilina vide Marilina che singhiozzava in modo meraviglioso. Era la scena finale di un dramma o qualcosa del genere.

Sì udì una bella frase musicale, l’immagine sullo schermo si dissolse e si accese la luce.

Gli spettatori avevano tutti gli occhi lucidi e con comiche manovre si affrettavano a nascondere i fazzoletti. Quindi esplose un applauso che sembrava una cateratta.
– Hai visto? – disse il genio. – Questo ti aspetta fra quattro anni.
– E il resto?
– Il resto come?
– Il resto. Voglio dire la mia vita. Continuerà come adesso? Sempre sola?
– No, no, ti risposerai.
– Sempre sola, però.
– Su da brava, facciamo un saltino avanti, adesso ti farò vedere il 1972.

Fecero un altro volo, si appollaiarono al finestrone di un altro palazzo.

E dentro c’era un magnifico salone pieno di gente ben vestita, vi si stava svolgendo un ricevimento e a un tratto tutti si misero a battere le mani ed ecco sul palco avanzare ancora lei, Marilina, un po’ meno fresca ma sempre bellissima.

E un signore importante le consegnava una statuetta d’oro.

– Ammetterai – disse il genio – che queste sono belle soddisfazioni.
– Ma la mia vita? – chiedeva lei – Continuerà come prima? Io sarò sempre sola?
– No – spiegò il genio.
– Vedi quel magnifico giovanotto che in questo istante sta abbracciando Marilina? Ti piace? Scommetterei di sì. Quello è il tuo quinto marito. Del resto, come vuoi essere sola se migliaia di uomini si innamorano giornalmente di te? Io stesso, ti devo confessare…
– Oh povero il mio genio – fece Marilina con un amaro sorriso – come si vede che tu ne capisci poco della nostra vita. Essere amati non serve. Per non essere soli c’è un solo segreto: bisogna essere capaci di amare.
– E tu?
– Io… Io… – le parole le fecero un nodo alla gola. Non disse altro ma scuoteva malinconicamente la testolina, e due lacrime le rigarono le guance.
– No, no, io ti devo salvare – fece rabbiosamente il genio, e la trasse via, galoppando su per il futuro.

E dovunque incontravano Marilina trionfante, anche se ormai un poco appassita.

Adesso non celebravano più la sua bocca e i suoi seni, adesso la proclamavano la più grande attrice vivente.

E dovunque c’erano feste, ricevimenti, castelli, ville, panfili. Ma quando Marilina faceva atto di voler entrare nelle sue future dimore per vedere che cosa c’era dentro, il genio la trascinava via perché sapeva benissimo che dentro c’erano maggiordomi, camerieri, cameriere, fiori, cani di razza e tutto ciò che si può desiderare al mondo, ma di bambini non ce n’era neppure uno e in una bellissima camera azzurra al primo piano, accanto alla camera di lei, si trovava ogni volta una culla, ma la culla era sempre deserta.

E finalmente, in una villa che sembrava una reggia, trovarono Marilina già vecchia, una graziosissima vecchietta che era nel suo genere un amore, ma negli occhi era facile leggere una squallida e arida solitudine, nonostante le meraviglie e gli onori che la contornavano.

– Hai visto? – fece a questo punto Marilina – hai visto, amico mio, che non ne vale la pena?
Lui non ebbe il coraggio di insistere.

Tenendola per mano, ridiscese le vertiginose scale del futuro, in un batter d’occhi la portò nella sua stanza, dove Marilina, toltasi la vestaglia, si gettò sul letto con l’evidente intenzione di riprendere il fatale sonno interrotto.

Ma il genio, che assisteva, faceva una faccia così addolorata che Marilina ne ebbe pietà, e sorrise.
Sì, soltanto per lui avrebbe fatto il sacrificio, avrebbe rinunciato alla partenza, avrebbe ricominciato la vita.

Lentamente, perché il torpore la stava di nuovo invadendo, tese una mano verso la cornetta del telefono.
Fu colto però dalla pietà anche il genio. Il quale fece un affettuoso cenno di saluto con la destra «Dio sia con te, povera ragazza».
E svanì come un fantasma, mentre dalle finestre entravano le prime luci dell’alba. Marilina lo vide sparire.

Restò là, immobile, con la mano sul telefono e si lasciò portare via, scivolando, nei gorghi neri del sonno.

Dino Buzzati, “All’alba”, per il Corriere della Sera, 7 agosto 1962

da qui

 

 

Oración por Marilyn Monroe – Ernesto Cardenal

 

Señor

recibe a esta muchacha conocida en toda la Tierra con el nombre de Marilyn Monroe,
aunque ése no era su verdadero nombre
(pero Tú conoces su verdadero nombre, el de la huerfanita violada a los 9 años
y la empleadita de tienda que a los 16 se había querido matar)
y que ahora se presenta ante Ti sin ningún maquillaje
sin su Agente de Prensa
sin fotógrafos y sin firmar autógrafos
sola como un astronauta frente a la noche espacial.
Ella soñó cuando niña que estaba desnuda en una iglesia (según cuenta el Times)
ante una multitud postrada, con las cabezas en el suelo
y tenía que caminar en puntillas para no pisar las cabezas.
Tú conoces nuestros sueños mejor que los psiquiatras.
Iglesia, casa, cueva, son la seguridad del seno materno
pero también algo más que eso…

Las cabezas son los admiradores, es claro
(la masa de cabezas en la oscuridad bajo el chorro de luz).
Pero el templo no son los estudios de la 20th Century-Fox.
El templo —de mármol y oro— es el templo de su cuerpo
en el que está el hijo de Hombre con un látigo en la mano
expulsando a los mercaderes de la 20th Century-Fox
que hicieron de Tu casa de oración una cueva de ladrones.
Señor
en este mundo contaminado de pecados y de radiactividad,
Tú no culparás tan sólo a una empleadita de tienda
que como toda empleadita de tienda soñó con ser estrella de cine.
Y su sueño fue realidad (pero como la realidad del tecnicolor).
Ella no hizo sino actuar según el script que le dimos,
el de nuestras propias vidas, y era un script absurdo.
Perdónala, Señor, y perdónanos a nosotros
por nuestra 20th Century
por esa Colosal Super-Producción en la que todos hemos trabajado.
Ella tenía hambre de amor y le ofrecimos tranquilizantes.
Para la tristeza de no ser santos
se le recomendó el Psicoanálisis.
Recuerda Señor su creciente pavor a la cámara
y el odio al maquillaje insistiendo en maquillarse en cada escena
y cómo se fue haciendo mayor el horror
y mayor la impuntualidad a los estudios.

Como toda empleadita de tienda
soñó ser estrella de cine.
Y su vida fue irreal como un sueño que un psiquiatra interpreta y archiva.

Sus romances fueron un beso con los ojos cerrados
que cuando se abren los ojos
se descubre que fue bajo reflectores
¡y se apagan los reflectores!
Y desmontan las dos paredes del aposento (era un set cinematográfico)
mientras el Director se aleja con su libreta
porque la escena ya fue tomada.
O como un viaje en yate, un beso en Singapur, un baile en Río
la recepción en la mansión del Duque y la Duquesa de Windsor
vistos en la salita del apartamento miserable.
La película terminó sin el beso final.
La hallaron muerta en su cama con la mano en el teléfono.
Y los detectives no supieron a quién iba a llamar.
Fue
como alguien que ha marcado el número de la única voz amiga
y oye tan solo la voz de un disco que le dice: WRONG NUMBER
O como alguien que herido por los gangsters
alarga la mano a un teléfono desconectado.

Señor:
quienquiera que haya sido el que ella iba a llamar
y no llamó (y tal vez no era nadie
o era Alguien cuyo número no está en el Directorio de los Ángeles)
¡contesta Tú al teléfono!

Preghiera per Marilyn Monroe

Signore
accogli questa ragazza conosciuta in tutta la terra con il nome di Marilyn Monroe
anche se questo non era il suo vero nome
(ma Tu conosci il suo vero nome, quello dell’orfanella violentata a 9 anni
e la piccola commessa che a 16 aveva voluto ammazzarsi)
e che adesso si presenta davanti a Te senza nessun maquillage
senza il suo Addetto Stampa
senza fotografi e senza firmare autografi
sola come un astronauta davanti alla notte spaziale

Essa sognò da bambina che si trovava nuda in una chiesa
(secondo quel che racconta il Time)
davanti a una folla prostrata, con le teste sul pavimento
e doveva camminare in punta di piedi per non pestare le teste.
Tu conosci i nostri sogni meglio degli psichiatri.
Chiesa, casa, antro, sono la sicurezza del seno materno
ma anche qualcosa più di ciò…
Le teste sono gli ammiratori, è chiaro
(la massa di teste al buio sotto il fiotto di luce).
Ma il tempio non sono gli studi della 20th Century Fox.
Il tempio – in marmo e oro – è il tempio del suo corpo
in cui sta il Figlio dell’Uomo con una frusta in mano
a cacciare i mercanti della 20th Century Fox
che hanno fatto della Tua casa di preghiera un covo di ladri.

Signore
in questo mondo contaminato di peccati e di radioattività
Tu non incolperai soltanto una piccola commessa.
Che come ogni piccola commessa sognò di essere una stella del cinema.
E il suo sogno divenne realtà (ma come la realtà del tecnicolor)
Essa non fece altro che agire secondo il copione che le demmo
– Quello delle nostre stesse vite – Ed era un copione assurdo.
Perdonala Signore e perdona noi
per la nostra 20th Century
per questa Colossale Super-Produzionenella quale tutti abbiamo lavorato.
Essa aveva fame di amore e le abbiamo offerto tranquillanti.
Per la tristezza di non essere santi
le venne raccomandata la Psicoanalisi.
Ricorda Signore la sua paura crescente della macchina da presa
e l’odio per il maquillage – mentre insisteva a truccarsi ad ogni scena –
e come divenne più grande l’orrore
e più grave la mancanza di puntualità negli studi.

Come ogni piccola commessa
sognò di essere una stella del cinema.
E la sua vita fu irreale come un sogno che uno psichiatra interpreta e archivia.

Le sue storie d’amore furono un bacio con gli occhi chiusi
che quando si aprono gli occhi
si scopre che è stato sotto i riflettori
e spengono i riflettori!
e smontano le due pareti della stanza (era un set cinematografico)
mentre il Regista si allontana col suo quaderno
perché la scena è ormai stata girata.
O come un viaggio in yacht, un bacio a Singapore, un ballo a Rio
il ricevimento nella dimora del Duca e della Duchessa di Windsor
visti nella stanzetta dell’appartamento miserabile.
Il film terminò senza il bacio finale.
La trovarono morta sul letto con una mano sul telefono.
E i detectives non seppero chi stava per chiamare.
Fu
come uno che ha fatto il numero dell’unica voce amica
e sente solo la voce di un disco che gli dice: WRONG NUMBER.
O come uno che ferito dai gangsters
allunga la mano verso un telefono staccato.

Signore
chiunque fosse quello che stava per chiamare
e non chiamò (e forse non era nessuno
o era Qualcuno il cui numero non sta nella Guida Telefonica di Los Angeles)
rispondi Tu al telefono!

(Traduzione di Antonio Melis)

da qui

Francesco Masala
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *