«The Night Writer – Giornale notturno»

Susanna Sinigaglia racconta un lavoro di Jan Fabre

La seconda stagione della rassegna “Fog” – un tributo nostalgico alla vecchia nebbia milanese, ormai soppiantata da polveri sottili e altri inquinanti ancor più subdoli – è stata inaugurata lo scorso 15 marzo con un lavoro di Jan Fabre, tratto dai suoi diari pubblicati in Italia dall’editore Cronopio col titolo Giornale Notturno, da cui il sottotitolo della performance.

La scena è composta da un semplice ripiano di vetro appoggiato su due cavalletti davanti a una sedia di legno. Sul ripiano vediamo due belle bottiglie piene d’acqua, di quelle di forma inusuale col tappo anch’esso di vetro, un bicchiere e un posacenere.

Il pavimento è ricoperto da un materiale simile alla sabbia, ma non è sabbia. Su mucchietti dello stesso materiale sparsi qua e là giacciono pietre che, viste da lontano, sembrano teste di animali; una in particolare ha forma felina e pare guardare all’indietro col corpo sdraiato, come fanno i gatti1. Entra l’interprete, Lino Musella, e si siede davanti alla tavola mentre dietro di lui viene proiettata, in un riquadro di luce fioca, la sua ombra vista di spalle insieme a quella degli oggetti presenti sul palco.

Il riquadro è come una finestra attraverso la quale si vedono figure un po’ sghembe che mi fanno venire in mente un dipinto famoso, La camera di Van Gogh ad Arles.

L’attore inizia a scandire i testi di Jan Fabre; le parole gli escono di bocca come un flusso di coscienza che mi ricorda la scrittura dei poeti-scrittori della Beat Generation; s’identifica talmente col testo da rinviare all’immagine di un Fabre che legga/rilegga i suoi appunti di riflessione esistenziale, e si confonderebbe quasi con la figura dell’artista se non fosse che il suo italiano non ha nemmeno la più lontana traccia d’accento straniero.


Mentre recita il testo, e parla con noi, si accende varie sigarette, beve l’acqua versandola nel bicchiere (ci s’immagina che Jan Fabre bevesse qualche alcolico). Compie questi gesti evocando notti insonni, avventure sentimentali, conflitti con la madre e il padre: pensieri in libertà – riflessioni sulla morte e sulla vita, ricordi di giovinezza – tratti dai due volumi del diario dell’artista.

 

Entrano nel testo sue frasi celebri come “Io sono un errore perché voglio essere un errore”

 

o “Perdo terreno, ho perso il paese del sonno”, che appaiono in sovrimpressione sullo schermo alle spalle dell’attore.

 

Quando invece evoca qualche impresa diurna, alle sue spalle viene proiettata l’immagine di una città sul fiume, la sua città natale – Anversa –, dove si scorgono costruzioni basse di fronte al fiume in primo piano e vari picchi sullo sfondo, fra cui quello di un grande campanile. E tutto sembra scivolare via.

Spesso accenna ai fluidi corporei – e anche questa è una chiara ripresa dei motivi dirompenti nella scrittura della Beat Generation – che si mescolano e accavallano ai pensieri, forse per dirci che anche i pensieri sono una secrezione; una secrezione del nostro cervello.

In certi passaggi l’attore si sostituisce all’autore e intrattiene il pubblico invitandolo a scandirne con la voce il tempo mentre canta Amandoti dei CCCP; oppure intona Nel blu dipinto di blu per finire con My Way di Sinatra. A un tratto si alza e va a sollevare le pietre (in tedesco, pietra si dice stein), e mentre le trasporta una a una sul suo tavolo, le nomina. La prima è Ein-stein, la seconda è Gertrude Stein, la terza è Wittgen-stein e la quarta è Franken-stein: sue pietre miliari? Giochi di parole fra tante parole.

Scorrono sullo schermo alcune immagini di un cortometraggio girato sul fiume che attraversa Anversa. Si vedono alcuni uomini su un barcone e uno di loro accompagna in acqua, con solennità quasi religiosa, dei tubi blu di materiale trasparente – simile a quello dei neon – intrecciati per formare parole.

Le parole blu si allontanano lentamente dal barcone, spinte dalla corrente. Alla fine viene dolcemente portata

e immessa nell’acqua una figura compatta, sempre blu, che sembra un uccellino, un paperotto; l’uccellino-paperotto s’inoltra nel fiume e mano a mano che avanza s’immerge fino a scomparire fra le increspature dell’acqua.

Buio, applausi, fine.

https://www.triennale.org/eventi/testo-scene-e-regia-jan-fabre/

 

1 Ho scattato questa foto alla fine della rappresentazione, quando ormai le pietre erano state rimosse. Si vedono però in altre immagini di seguito.

Susanna Sinigaglia
Non mi piace molto parlare in prima persona; dire “io sono”, “io faccio” questo e quello ecc. ma per accontentare gli amici-compagni della Bottega, mi piego.
Quindi , sono nata ad Ancona e amo il mare ma sto a Milano da tutta una vita e non so se abiterei da qualsiasi altra parte. M’impegno su vari fronti (la questione Israele-Palestina con tutte le sue ricadute, ma anche per la difesa dell’ambiente); lavoro da anni a un progetto di scrittura e a uno artistico con successi alterni. È la passione per la ricerca che ha nutrito i miei progetti.

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