Tim Ingold: «Corrispondenze»

Riflessioni di Giuliano Spagnul

Può finire il mondo?

Certo il mondo può finire:

ma che finisca è affar suo.

Perché all’uomo spetta soltanto

rimetterlo sempre di nuovo in

causa e iniziarlo sempre di nuovo.

Ernesto De Martino

L’estinzione è per gli altri, non per noi.

Non sapremo mai quali saranno

le nostre ultime parole, e i passi

che abbiamo fatto verso l’abisso.

Tim Ingold

Possiamo avere ancora una speranza «solo se ci rinnamoriamo del mondo». Non c’è in quest’ultimo libro di Tim Ingold Corrispondenze (1) nessun appello a reincantare il mondo perché il male che lo affligge non riguarda una carenza di incantesimi capaci di affascinarci, il capitalismo ce ne offre sin troppi. Se siamo disamorati è solo, o soprattutto, perché stiamo «affrontando un’epidemia di assenza di pensiero». Ingold apre così il suo carteggio con il mondo citando la filosofa della banalità del male Hannah Arendt e situandosi in perfetta sintonia con il pensiero tentacolare di Donna Haraway che – aprendo anch’essa la sua ultima opera con Arendt – interpreta l’incapacità di pensare del criminale nazista Eichmann non come una mostruosità incomprensibile quanto piuttosto «una banale e comune assenza di pensiero» cioè un modo di rendersi «astralizzato dalla confusione del pensiero per dedicarsi all’ordinaria amministrazione» (2) di uno scopo e di un dovere avulso da ogni responsabilità che l’agire nel mondo necessariamente comporta.

Agire come se non si stesse nella storia è un modus operandi ben descritto da Ernesto De Martino che da stratagemma operativo per risolvere situazioni critiche all’interno di ben collaudate procedure rituali, diviene qui un modo di vivere corrente, una modalità di vita nella morte. Probabilmente non siamo mai usciti dal mondo in cui gli Eichmann ci hanno precipitato. Il passato non si può seppellire sotto uno strato di terra. Come ci avverte Ingold «non si può dimenticare davvero un passato sepolto; questa dimenticanza è solo una falsa apparenza. Un passato dimenticato davvero viene alla superficie per poi dissolversi nel nulla». Altrimenti – come sempre De Martino ci avvertiva – il morto (ciò che è morto) non passa e noi ne restiamo così avvinghiati e prigionieri.

E di fatto noi, figli di Eichmann, come lui siamo sempre più convinti che le parole, quei vocalizzi, orali o tracciati in forma di segni che siano, abbiano la funzione di “trasportare informazioni” da e per un mondo già dato, che «esista già “là fuori”, come un continente non mappato che aspetta semplicemente di essere scoperto dagli umani». No, di certo il nazismo non può considerarsi un’anomalia, è il prodotto di una disattenzione. Di uno scopo che si persegue fine a se stesso, senza prestare attenzione alle conseguenze di quanto si va a fare. Senza esercitare la difficile «arte di pensare e di scrivere, tanto col cuore che con la testa». Il risultato è banale, come appunto lo è il male. E se Ingold insiste molto sulla capacità dello scrivere a mano e su come «il linguaggio è stato distillato dalle conversazioni della vita, per poi essere inserito nei meccanismi di computazione» non è certo per un nostalgico desiderio di ritorno a un passato idealizzato quanto mai di fatto esistito: «non è questione di tornare al passato; piuttosto, si tratta di permettere al passato, ancora una volta, di trovare la sua strada nel futuro».

«Se oggi il nostro mondo è in crisi è perché abbiamo dimenticato come corrispondervi». Qui “dimenticato” non è un invito a ricordare per tornare a rifare ciò che si faceva nel passato, Ingold è molto chiaro a tal proposito. Come per il contadino rivoltare la terra deve servire a «sollevare ciò che sta in profondità e seppellire ciò che è in superficie», per noi permettere di far risalire il passato lasciando sprofondare il presente deve servire ad aprire all’attesa di un futuro che non ci sembri, come di fatto è ora, «già qui, mentre le nostre vite sono schiacciate sul presente, sottomesse alla gratificazione immediata».

È una scelta quella che Ingold ci chiede di fare. Una scelta di campo su cui giocare il destino non del mondo, ma del nostro mondo, quello che permette a noi di poter vivere, di poterlo abitare. È, per dirla con Latour, una scelta per farci divenire finalmente Terreni, con i piedi ben piantati per terra. Ruotare il terreno per far si che «ciò che è sepolto non [sia] mai dimenticato, fino a che non risalirà in superficie e verrà ripulito» oppure aggiungere strati su strati affinché il passato possa «affondare tanto profondamente da scomparire per sempre, dimenticato come se non fosse mai esistito?».

Le corrispondenze con il mondo di Tim Ingold fanno ruotare le questioni – oggi fondamentali per noi – del tempo, della memoria e dell’oblio intorno a ciò che intendiamo per terreno, a quella superficie su cui tutti i giorni poggiamo i nostri piedi. Non per renderci esitanti quanto consci «del senso della possibilità» come scriveva Robert Musil nella citazione riportata da Nicola Perullo nell’ottimo saggio introduttivo, che «si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe ugualmente essere, e di non dare maggiore importanza a quello che è, che a quello che non è» (3).

Per uscire dalla crisi – che rischia di permanere come tale in uno stato irrisolto perpetuo con esiti infine inevitabilmente catastrofici – occorrono strategie multiple che guardino più al possibile (quello che potrebbe ugualmente essere) che al probabile (quello che è). Le strategie che Ingold chiama corrispondenze non cercano una via d’uscita progettata con i mattoni forgiati da verità che si vogliono universali, tantomeno dai fatti che si considerano oggettivi, cioè purificati da ogni possibile mescolanza e per questo resi talmente puri da essere in grado di «scatenare forze di terrificante potenza». Occorre invece rivolgerci «alle cose reali», all’incontro con la vita e con le sue rischiose possibilità di contaminazioni e di ibridazioni in un’imperfezione che ci condanna inevitabilmente al perire per divenire altro. Perché «nel mondo vivente niente dice per sempre ma, proprio per questa ragione, la vita può andare avanti indefinitamente. L’usura è una promessa di rinnovamento».

PS – Per ovviare ai limiti di questa non recensione, che non racconta e non spiega nulla di questo splendido libro, essendo solo un tenue, ma sentito, tentativo di corrispondervi con la testa e con il cuore, rimando all’esaustiva recensione di Gianfranco Marrone https://www.doppiozero.com/materiali/tim-ingold-le-provocazioni-del-grande-antropologo Per il precedente libro di Ingold Making rimando a https://www.labottegadelbarbieri.org/tim-ingold-making/?fbclid=IwAR3i647h4_EpejneGbj_kTvaWY7HyZ43l25gywRD_1DfxFvyAXJ3r9-Y7Jg

Nota 1: Tim Ingold, Corrispondenze, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2021, pagg. 246, E. 22

Nota 2: Donna Haraway, Chthulucene, Nero, Roma, 2019

Nota 3: Robert Musil, L’uomo senza qualità, Mondadori

 

 

red-Az
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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