Tim Ingold: «Making»

recensione di Giuliano Spagnul

Per imparare ad imparare occorre prendere atto, prima di tutto, che ogni conoscenza si può considerare tale solo principiando un’osservazione che si ponga come “partecipante”, cioè come «modalità di conoscenza dall’interno». Siamo sempre parte di ciò che vogliamo osservare. «Non esiste dunque alcuna contraddizione tra partecipazione e osservazione; piuttosto, l’una dipende dall’altra».

In modo molto pacato, quasi proponendoci una passeggiata fra modi di pensare consueti e strumenti per metterli in discussione, se non proprio scardinarli, l’antropologo Tim Ingold in questo Making – libro delle quattro A (antropologia, archeologia, arte e architettura) – compone un’opera politica, schierata e antagonista. Senza peli sulla lingua l’autore stigmatizza come «profondamente immorale» l’agire di quegli scienziati che presumono di poter raccogliere i dati necessari alla conoscenza estraniandosi da quel mondo che da un lato vogliono studiare e da un altro sono comunque costretti a vivere. Un paradosso che ha come risultato inevitabile il «voltare le spalle al mondo in cui viviamo e al quale dobbiamo la nostra formazione. Con tutti questi dati sulle punte delle dita, pensiamo di conoscere tutto ciò che ci sia da conoscere; eppure, pur conoscendo tutto questo, non riusciamo né a vedere né ad accettare i consigli che il mondo ha da darci».

È questo il frutto della rapina che abbiamo costantemente sotto gli occhi: prodotti (indifferentemente oggetti o conoscenze) che strappiamo a un mondo che vogliamo sia lì pronto a offrirsi, ad essere sfruttato senza nulla pretendere in cambio. «Tornare a voltarsi verso il mondo» vorrà dire allora «stabilire una relazione con il mondo (…) non per accumulare sempre più informazioni riguardo al mondo, ma per meglio corrispondere con esso».

Un progetto ambizioso che Ingold affronta servendosi di un lavoro svolto con i propri allievi durante una serie di corsi. Ma cosa c’entra il produrre del titolo con le quattro discipline dalla A iniziale? È che in tutte queste discipline, a detta dell’autore, si pensa tramite il produrre. Una tesi controcorrente: non si pensa per produrre ma, al contrario, si produce per pensare. Non possiamo continuare «a considerare il produrre come una proiezione di forme culturali sul materiale grezzo fornito dalla natura» dobbiamo invece considerarlo un viaggio, un “fluire” verso una destinazione che non possiamo mai considerare come meta prefissata, obiettivo da raggiungere nel suo risultato finale scontato.

In questo libro ricchissimo – fluttuando nei vari campi di quelle quattro A – Ingold affronta, quasi come se parlasse d’altro, i temi vitali della nostra epoca nell’urgenza delle catastrofi che ci minacciano e a cui rischiamo di soccombere, e lo fa parlando di passeggiate nei boschi, di mani che tracciano movimenti sulla carta, di pellegrinaggi come attività della memoria. Ma non è un filosofare leggero che allude a facili scorciatoie e vacue fughe. È, invece, uno scontro durissimo contro molte di quelle abitudini di pensiero che ormai non riusciamo più a distinguere come tali, appunto come abitudini.

Ingold, senza mai citarla, ci dice qualcosa sull’utopia, o ancora meglio sulla fine delle utopie, laiche o religiose che siano. E da qui l’urgenza di trovare un nuovo modo di abitare il mondo partecipando al suo “processo di formazione” con quella necessaria distanza di cui la nostra specie ha imparato, nel corso dell’evoluzione, a disporre, ma senza che questa diventi necessariamente una, tanto agognata quanto illusoria, ricerca di separazione definitiva dalla natura stessa.

L’utopia della linea retta che parte da un punto (un’origine) e arriva a un altro punto (una destinazione) alligna, secondo Ingold, in modo nocivo in tutte quelle pratiche che vedono nell’arte del produrre (che si parli di oggetti, di idee, comportamenti o altro) una modalità di dominio e di possesso unilaterale.

La linea della vita non disegna necessariamente un percorso di conquista. Come disse Paul Klee, a riguardo del disegno: questo è come «portare una linea a fare una passeggiata» e – aggiunge Ingold – «la linea che va a passeggiare non rappresenta né prefigura nulla». E così è per la vita: una produzione incessante di forme potenzialmente emergenti ma mai imposte, perché tutto ciò che viene imposto non può che, necessariamente, avere vita breve e infausta. Siamo ancora in tempo per impararlo? Se questo libro è un primo passo, il prossimo passo, ed è sempre l’autore ad auspicarlo, il lettore dovrà «impararlo da solo!».

 

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