Tre storie di fantascienza…

… ed evoluzione che ho raccontato a Milano, il 12 febbraio, nel segno di Darwin (*)

Sono contento di essere oggi in questo bel museo invece che in Texas, dove forse rischierei di essere arrestato. Infatti il 12 febbraio si festeggia Charles Darwin in gran parte del pianeta ma in Texas

chi cerca a scuola di parlare dell’evoluzione viene denunciato.
Io vi racconterò, o meglio sintetizzerò, tre storie di fantascienza “evolutiva”. Se poi avanza tempo vi accennerò qualcos’altro.
La prima storia.
«Ci sono leggende che i Cani raccontano» intorno ai fuochi. Le famiglie si riuniscono a sentire e quando la storia è finita i Cuccioli chiedono: «che cos’è un Uomo? Oppure: che cos’è una città? O anche: che cos’è una guerra?».
E’ l’inizio di un romanzo, «Anni senza fine» di Clifford Simak che immagina il futuro della Terra. Sono i Cani i nostri eredi. Perché?, come è accaduto?
Prima che i Cani dominino la Terra il cammino è lungo. Vediamo cosa immagina questo romanzo. Il primo passaggio è la fine delle città. Troppo grandi e soprattutto invivibili. Poi gli umani arrivano su Giove e trovano una specie di paradiso: molti decidono di rimanere lì. I pochissimi umani rimasti sulla Terra con i loro robot portano avanti un esperimento e con esperimenti chirurgici danno la parola ai cani. Con il passare dei secoli gli esseri umani si estinguono e diventano una leggenda. Non è detto che saranno i Cani a dominare la Terra perché anche le formiche si stanno evolvendo. Non vi dirò il finale.
E’ solo fantascienza o c’è qualcosa di possibile? Se non vedo mani alzate, vado avanti con una seconda storia dove evoluzione e fantascienza si incrociano.
Qui i terrestri incontrano un’altra razza…. A proposito qualcuna o qualcuno di voi ha voglia di dirmi noi che razza siamo? E non dite “razza di deficienti” che potrei anche essere d’accordo… Intendo dire: come ci chiamiamo noi che siamo qui? Siamo di razze diverse?
La seconda storia allora. Siamo all’interno di una trilogia del canadese Robert Sawyer. Il primo volume, uscito 8 anni fa si intitola «La genesi della specie».
Si apre in un osservatorio scientifico in Canada dove qualcosa di incredibile, di impossibile avviene: un uomo compare dal nulla in una specie di piscina. Lo salvano prima che anneghi. Come è arrivato lì? Sembra umano ma perché ha lineamenti così strani e parla in modo incomprensibile? Cos’è lo schermo rettangolare all’interno del polso? Subito lo scrittore ci porta altrove: in un mondo dove alcuni elementi appartengono alla nostra quotidianità [compreso il clima scientifico] e altri sono del tutto assurdi, incomprensibili [chi mai ha in casa un enorme «palo per grattarsi»?]. Solo poche pagine e, nel segmento canadese della storia, le lastre, le radiografie ci svelano che lo sconosciuto è un… neanderthaliano.
Sapete chi sono i neanderthaliani?
Il romanzo continua a muoversi su due livelli. Molto bello, pieno di azione, di misteri tutti svelati… Il motivo per cui ve ne parlo oggi, nel giorno di Darwin, è che Sawyer immagina che esistano mondi paralleli e che in certe occasioni si possa passare da una Terra all’altra. Così avviene un confronto interessante fra due evoluzioni diverse: in una delle due Terre – quella del Canada, per capirsi – che entrano in comunicazione hanno “vinto” i Cromagnon, che poi siamo noi grosso modo, nell’altra hanno prevalso i Neanderthal. Fantascienza certo ma geniale nell’immaginare come due razze umane – diverse ma anche simili, insomma diciamo cugine – si possano sviluppare in modo molto differente. Le difficoltà del comunicare, del capirsi saranno superate? Sawyer è un ottimista: non ci sarà guerra ma collaborazione…
Segnalo questa critica interessante fatta (secondo Sawyer, è ovvio) a noi umani dai nostri cugini: «la scienza non è affatto una battaglia contro chiunque la pensi diversamente; consiste piuttosto nella flessibilità, nell’apertura mentale, nell’esame della verità. Non importa chi sia a scoprirla».
La terza storia di oggi ci porta di nuovo dentro una trilogia di Sawyer, autore che io amo molto.
Nel web, nella rete emerge, nasce e rapidamente cresce un’entità cosciente, capace di riflettere su se stessa e di evolversi. Una storia complessa ma adatta a ragazze/i anche perché la co-protagonista è una quattordicenne che nel corso dei tre romanzi cresce, intrecciando la grande storia, dove per caso si trova a vivere, con la quotidianità di un’adolescente fra musica, amiche, amori.
In questa trilogia – pubblicata in italiano come «WWW 1», «WWW 2» e «WWW 3» da Urania – è centrale la discussione (con punti di vista diversi) su cosa sia l’evoluzione. A un certo punto due protagonisti ne discutono.
Ecco un passaggio: «L’evoluzione, la selezione naturale, funzionano solo fino a un certo punto. Il problema dell’evoluzione è proprio quello che diceva Richard Dawkins: i geni egoisti, la selezione di parentela. (…) Ecco, prendiamo, non so, un branco di lupi, okay? Sono in competizione per le stesse risorse, lo stesso cibo. Ora, se tu e i tuoi parenti più stretti siete più forti numericamente, se scacciate gli altri lupi dalle terre fertili o gli impedite l’accesso alle prede, loro moriranno e voi sopravvivrete. Questa è l’evoluzione: la sopravvivenza dei più sani, dei più forti; e funziona fintantoché la superiorità numerica è tutto ciò che conta. Ma quando diventi una specie davvero tecnologica, l’evoluzione non propone più il (…) giusto paradigma! Se tu e il tuo clan siete in cento e non resta che un solo membro del gruppo che avete sopraffatto, ma lui ha una mitragliatrice e voi no, è lui a vincere: vi fa fuori tutti quanti. Ma questo è solo un esempio. Non devono essere per forza armi. Qualsiasi tecnologia che ti consenta di prevalere su un gran numero di concorrenti cambia in modo radicale l’equazione evoluzionista.
E… Ah, sì! E’ per questo che la selezione ha portato a una coscienza evoluta. La coscienza ha valore per la sopravvivenza perché ti permette di bypassare la tua programmazione genetica. Invece di mettere sotto con strafottenza quelli diversi da te, al punto di spingerli a vendicarsi con le armi, la coscienza ti permette di decidere di finirla con le sopraffazioni. La coscienza ci permette di dire ai nostri geni: ‘Ehi, lasciate una possibilità anche a quel tizio, anche se non è nostro parente stretto, così lui non sentirà il bisogno di saltarci addosso mentre dormiamo’. Far sì che soltanto i tuoi prossimi stiano bene è un vantaggio solo quando quelli che stanno messi male non possono nuocerti. (…) Infatti, di solito è proprio la gente scontenta a compiere atti di terrorismo o a cercare di portare via la terra ai propri vicini. (…) Eliminando la povertà, migliorando le condizioni di vita fin nelle aree più remote del mondo, tu aumenti la tua stessa sicurezza. I geni egoisti non ci arriverebbero mai, ma per una mente consapevole è di un’evidenza lampante».
Fine citazione. A proposito di Richard Dawkins, un famoso biologo, vi consiglio il suo «Il gene egoista», sottotitolo «La parte immortale di ogni essere vivente». Nella prefazione all’edizione del 1976 l’autore esordisce così: «Questo libro dovrebbe essere letto quasi come se fosse un libro di fantascienza. Infatti è stato pensato per stimolare l’immaginazione di chi legge. Tuttavia non si tratta di fantascienza ma di scienza vera. Anche se è un cliché “più strano della fantascienza» esprime esattamente il modo in cui io sento la realtà». Un saggio che si legge con più piacere che sudore come accade per i libri di Stephen Jay Gould, biologo, paleontologo ed eccellente divulgatore scientifico.
Il mio quarto d’ora sta per scadere. Se non ci sono interventi o domande… vi accenno rapidamente altre due questioni connesse che, se vi interessano, potete affrontare a scuola anche con l’aiuto della science fiction.
1 – In molta fantascienza compaiono “mutazioni”: a parte i banali «super-eroi» cosa possiamo immaginare sui mutanti? Se posso darvi un consiglio di lettura… cercate un romanzo di Theodor Sturgeon che in italiano trovate sia con il titolo «Più che umano» che con l’altro, un po’ ingannevole, «Nascita del superuomo».
2 – C’è un intreccio crescente fra macchine ed esseri umani, anche nella forma dei cyborg… Tra fantascienza e realtà siamo vicini alla possibilità di collegare il cervello umano alla rete. E’ una evoluzione positiva, negativa oppure può dipendere dal contesto in cui avverrà?
Buon «Darwin day».
(*) Di solito il “Marte-dì” ragiono (o s/ragiono?) su storie di fantascienza appena lette ma questa settimana non ho trovato spunti interessanti. Per la verità pochi giorni fa ho rintracciato su una bancarella «Il ministero della felicità» (del 1972) di Roberta Rambelli che merita alcune riflessioni: sarà per la prossima volta. Intanto recupero la traccia del mio intervento al «Darwin Day 2014» al Museo di storia naturale di Milano, un’intera giornata con scolaresche, mostre e chiacchiere. Spero non vi dispiaccia questa “scaletta”. Ma se andate in Texas siate prudenti. (db)

Redazione
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Un commento

  • La scienza: funziona. Perché risolve, spiega e predice, fino a prova contraria. Ma sapere è potere, e allora … Il vecchio Kurt pare che abbia detto qualcosa del genere … Human beings are chimpanzees who get crazy drunk on power … e questo rimarrà sempre un problema, perché il problema del potere è forse strettamente legato al problema della consapevolezza del limite, anzi dei limiti, primo fra tutti … la morte, ed è quindi legato al problema della paura e della sua gestione. Chi non ha paura ha forse meno bisogno del potere e quindi lo desidera di meno.

    P. s.: ciò che hai scritto mi ha richiamato in mente questo passaggio di Lévi-Strauss (UNESCO, “race et histoire”) che riporto qui sotto dopo il mio commento.

    Sopravviveranno le comunità capaci di elaborare soluzioni che funzionano per il bene comune, perché è tutelando il bene comune che si tutela la diversità, e tutelare la diversità significa massimizzare la creatività, e la creatività, che è necessaria anche se non di per sé sufficiente per elaborare soluzioni che funzionino, si massimizza creando e mantenendo spazi aperti ai molteplici contributi, punti di vista, esperimenti e tentativi di soluzione che la diversità permette. Ovviamente questi contributi, punti di vista, esperimenti e tentativi di soluzione vanno valutati, perché altrimenti la ‘soluzione’ rischia di non funzionare, e quindi potrebbe non essere una soluzione propria. Saper valutare, e imparare a valutare, è quindi fondamentale. Creare e mantenere ‘spazi aperti ai molteplici contributi’ ci richiede di imparare a farlo, perché questi spazi sono ancora troppo rari e fragili. Ci richiede anche di imparare a dialogare e a collaborare, o perlomeno a farlo meglio, e ci richiede di imparare la pace, perché in guerra non c’è né dialogo né collaborazione, se non tra i militanti di ciascuna delle parti in guerra. Non esistono ‘spazi aperti ai molteplici contributi’ nel totalitarismo, ed è per questo che sono fiducioso che il totalitarismo, in tutte le sue realizzazioni, passate, presenti e temporaneamente future, nel lungo termine non ha futuro, perché nel lungo termine il totalitarismo non è in grado di creare nuove soluzioni quando è obbligato ad affrontare nuovi problemi. E ci saranno sempre nuovi problemi, in più, oltre ai problemi già esistenti.

    [ . . . ] “Nous avons, au contraire, cherché à montrer que la véritable contribution des
    cultures ne consiste pas dans la liste de leurs inventions particulières, mais dans l’écart
    différentiel qu’elles offrent entre elles. Le sentiment de gratitude et d’humilité que chaque
    membre d’une culture donnée peut et doit éprouver envers tous les autres, ne saurait se
    fonder que sur une seule conviction: c’est que les autres cultures sont différentes de la
    sienne, de la façon la plus variée: et cela, même si la nature dernière de ces différences lui échappe ou si, malgré tous ses efforts, il n’arrive que très imparfaitement à la pénétrer.”

    [ . . . ] “Quoi qu’il en soit, il est difficile de se représenter autrement que comme
    contradictoire un processus que l’on peut résumer de la façon suivante: pour progresser, il
    faut que les hommes collaborent; et au cours de cette collaboration, ils voient graduellement s’identifier les apports dont la diversité initiale était précisément ce qui rendait leur collaboration féconde et nécessaire.
    Mais même si cette contradiction est insoluble, le devoir sacré de l’humanité est d’en conserver les deux termes également présents à l’esprit, de ne jamais perdre de vue l’un au profit exclusif de l’autre; de se garder, sans doute, d’un particularisme aveugle qui tendrait à réserver le privilège de l’humanité à une race, une culture ou une société; mais aussi de ne jamais oublier qu’aucune fraction de l’humanité ne dispose de formules applicables à l’ensemble, et qu’une humanité confondue dans un genre de vie unique est inconcevable, parce que ce serait une humanité ossifiée.”

    [ . . . ] “L’humanité est constamment aux prises avec deux processus contradictoires
    dont l’un tend à instaurer l’unification, tandis que l’autre vise à maintenir ou à rétablir la
    diversification” [ . . . ]. Mais dire, comme on pourrait y être enclin, que l’humanité se
    défait en même temps qu’elle se fait, procéderait encore d’une vision incomplète. Car,
    sur deux plans et à deux niveaux opposés, il s’agit bien de deux manières différentes de se faire.”

    [ . . . ] “La diversité des cultures humaines est derrière nous, autour de nous et
    devant nous. La seule exigence que nous puissions faire valoir à son endroit (créatrice
    pour chaque individu des devoirs correspondants) est qu’elle se réalise sous des formes
    dont chacune soit une contribution à la plus grande générosité des autres.”

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