Una particolare «scor-data»: 3 marzo 1890 forse

dove Antonio Fantozzi incrocia B. Traven (uno o tanti?) e Humprey Bogart con Ernest Hemingway

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B. Traven aveva cambiato tante identità da non sapere più chi fosse. Una volta aveva giurato di essere americano, e di essere venuto al mondo a San Francisco. Tanto il terremoto del 1906 e i successivi incendi avevano distrutto i registri anagrafici. Quella era una bella fortuna. Lui, B. Traven, poteva essere chiunque. Compreso B. Traven. Poteva dichiarare di essere nato nel 1882 a San Francisco, o nel 1890 a Chicago. Sono più libero di chiunque altro. Sono libero di scegliermi i genitori che voglio, il paese che voglio e l’età che voglio, pensò. Poteva dichiarare di essere tedesco, o inglese, o americano. Anche giapponese, perché no? Era stato tanti Traven, Traven Torsvan, Berick o Benick Traven Torsvan, Bruno Traven, Breico Traven, Bernhard Traven Torsvan, e molti altri ancora. Compreso Toshiro Traven. Era stato Ret Marut, anarchico, fondatore di una rivista radicale, e come Ret Marut aveva partecipato ai moti rivoluzionari in Baviera nel 1918 e 1919. Alla caduta della Repubblica, condannato a morte, scomparve. Si imbarcò su navi senza patria come lui, Nostra patria è il mondo intero, e toccò porti di tutta Europa, Rotterdam, Anversa, Barcellona, Marsiglia, Napoli, Londra. Lavorava, beveva e scriveva. E si innamorava. Si firmava B. Traven, e piantava alberi ovunque andasse. Proprio così, alberi. B. Traven era innamorato della vita in tutte le sue forme. Nel 1926 fu pubblicato in Germania La Nave Morta. Una nave che, come il suo equipaggio, era senza identità. Una nave destinata a un naufragio che nessuno avrebbe ricordato. Quella nave era lui stesso. B. Nave o B. Traven che fosse. B. Traven non pianse mai su se stesso. Non pensò mai che la vita gli dovesse qualcosa. Soprattutto, non volle diventare ricco, e non lo divenne nonostante i suoi romanzi fossero tradotti in più di trenta lingue. Abitò in Messico, in una piccola casa, fino alla morte. E in Messico piantò alberi e ascoltò gli indios. Anche loro senza un’identità, per i bianchi.

C’è chi dice che sia nato il 23 di febbraio del 1882, o se no il 25. E c’è chi dice il 3 di marzo del 1890. Sia come sia, di sicuro è nato e di sicuro è morto, B. Traven. B come… E chi mai lo sa? Lui di sicuro, ma non c’è più. E io chi sono, uno scrittore? Io metto insieme lettere, che formano sillabe, che formano parole, che formano frasi, che si fanno discorso, che diventano storie, piccoline. Un raccontatore di piccole storie, piccole come francobolli. Ecco qua.

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Camel senza filtro.

Humphrey Bogart si svegliò piegato sopra il tavolo di cucina, o sopra quello che sembrava essere il tavolo di cucina, o sopra qualunque altra cosa fosse quel tavolo. Aveva un braccio sul tavolo, con il gomito ripiegato. Aveva la testa ripiegata, come il gomito, e la guancia incollata al tavolo. Ne percepiva la totale aderenza. L’altro braccio gli penzolava al fianco, vittima della forza di gravità.

Da quando l’hanno scoperta, la forza di gravità, tutto è attirato verso il basso. Prima non ci pensava nessuno. Dopo, ad ogni pioggia, la gente ha cominciato a pensare che l’acqua cada per colpa della forza di gravità. E che le foglie d’autunno cadano per colpa della forza di gravità, e che il cibo cada nello stomaco per colpa della forza di gravità. E il cuore deve battere incessantemente per vincere la forza di gravità. Hanno scoperto la forza di gravità e la poesia è sparita. Loro fanno questo al mondo, con tutta la loro scienza. Questo gli fanno. Tolgono la poesia dalle cose. Nostra Madre Terra è considerata al rango di una calamita. Le cose non sono più semplicemente vive. Le cose solo ubbidiscono a leggi fisiche, e chimiche. E lo Spirito? Romanticherie di poeti. Il moderno si rinnova ogni giorno, immutato. E l’uomo? L’uomo ha smesso di ricordare e allora s’è fatto Dio. E questo mi spaventa, perché Dio è onnipotente”. Humprey Bogart aveva questi pensieri in testa.

Humprey Bogart aveva un saporaccio in bocca. Amaro e acido. Un vomito. E poi non ricordava niente. Provò a passare la lingua sui denti. Li sentì ruvidi e impastati, quasi fangosi.

Riusciva a vedere una bottiglia vuota di whisky sul tavolo. E poi vedeva presumibili umidi cerchi, sul tavolo. E un pacchetto di Camel senza filtro, stropicciato. E mucchietti di cenere, presumibilmente quella delle Camel senza filtro. E poi vedeva una porta socchiusa. La porta stava in un muro spoglio, forse bianco tempo prima, adesso non si sarebbe potuto dire di che colore fosse. Da qualche parte entrava luce nella stanza. Si vede che c’era una finestra, e di sicuro era giorno. Quella era la luce del sole, e sentiva il suo calore sulla nuca.

«Che strani pensieri faccio», disse. E la testa gli scoppiò con un dolore di testa che scoppia. Allora ringhiò. Proprio così, ringhiò. Alzò la testa e gli sembrò che gli occhi scivolassero molli sul tavolo.

«Sono come un quadro di Dalì», disse. «I suoi dipinti sono pieni di forza di gravità».

Lasciò che l’altro braccio gli scivolasse sul fianco.

«Fra un po’ sarò colato tutto sul pavimento, e mi muoverò come una grossa e rossa ameba, e striscerò in cerca di cibo, fluido mortale, e incontrerò Steve McQuinn, e lui sarà con Natalie Wood, e mi congelerà e mi getterà nelle gelide acque artiche. Dio, com’era bella Natalie Wood! È morta annegata, tirata giù dalla forza di gravità. E nulla succede che non sia per colpa della forza di gravità. Diosempresia…».

Humphrey Bogart restò un momento silenzioso. Si vede che stava riflettendo.

«Io proprio non capisco da dove vengano questi pensieri», disse.

Poi l’espressione del suo volto mutò, si alzò di scatto vincendo la forza di gravità, si portò una mano alla bocca vincendo ancora la forza di gravità, e poi si piegò in due, assecondandola. Poi alzò una gamba, vincendola, e corse (la corsa fu un misto di vittorie e sconfitte) in bagno. Sì, perché fu in bagno che atterrò in ginocchio oppresso dalla forza di gravità, e vomitò nella tazza. La forza di gravità fece in modo che non s’imbrattasse la faccia, e lui le fu grato.

«Ecco dove finisce la scienza», disse. «In fondo a un cesso». E allora cominciò ad abbaiare. Però Humphrey Bogart pensava di ridere.

Humphrey Bogart stava seduto al tavolo di cucina. Aveva davanti una bottiglia di whisky ancora tappata. Aveva in bocca una Camel senza filtro tutta stropicciata. La Camel senza filtro era accesa. La finestra spalancata. Una calda luce quasi arancione inondava la cucina, perché quella era la cucina. Il rubinetto del lavello gocciolava. Il lavello era di pietra, e la pietra era granito grigio. Il lavello era stato scavato a mano. Dentro c’era la bottiglia di whisky, quella vuota. C’erano anche altre cose, e alcune si muovevano. Il rubinetto era d’ottone, ossidato e scuro dove le mani non lo toccavano. Dove invece lo toccavano pareva d’oro.

«Ecco la parola magica!», disse. «Oro! Oro, oro!».

Prese la bottiglia di whisky. Svitò il tappo.

«È pomeriggio, e io bevo di pomeriggio, e smetto di ricordare, e di notte io… io…». Non gli veniva in mente. «Cosa faccio di notte?».

Lasciò cadere il tappo sul tavolo, portò la bottiglia alla bocca e cominciò a lappare. Proprio così, non beveva, lappava. Come un cane. Solo che non era un cane. Humphrey Bogart aveva smesso di ricordare. Si limitava a sapere.

Si mise a cercare una macchina da scrivere. Gli era venuta quell’idea, che ci fosse una macchina da scrivere.

«Dev’essere da qualche parte. C’è una macchina da scrivere da qualche parte, lo so».

La casa erano quattro muri, e c’erano tre finestre e una porta, una cucina, piccola, un cesso, piccolo, e una camera più grande. La camera più grande era piccola anche quella, e c’era un mezzo letto disfatto, un comodino con la lampada e la sveglia. La sveglia era di quelle meccaniche, con la campana e il martello in cima. Era rotta ma non brutta da guardare. Poteva essere una scultura, e poi una scultura mica deve muoversi. E poi alle sculture non importa alcunché della forza di gravità. E c’era una sedia impagliata e sopra la sedia c’era un litigio di vestiti. E c’era un quadro dipinto con al centro un girasole, giallo come solo un girasole sa essere. E c’era un tavolino, sotto la finestra, e sul tavolino c’era una macchina da scrivere. Nera come il carbone. E un mucchio di fogli accanto. Humphrey Bogart abbaiò.

«Io sono uno scrittore», disse Humphrey Bogart. «Non ricordo. Mi sono svegliato da un coma alcolico. È così che fa il coma alcolico. Però io sono uno scrittore. Di pomeriggio bevo, di notte scrivo. E la mattina me ne sto a letto». E intanto che diceva così cominciò a sfogliare il dattiloscritto. B. Traven, era firmato così, sotto il titolo, nella terza pagina. E quel nome non gli ricordava niente. Però era il suo, lo sapeva. Vero come l’oro. L’oro? Prese tutti i fogli e tornò in cucina. Non aveva bisogno di stare in cucina. Ci tornò solo per prendere la bottiglia, poi corse al cesso e si organizzò per le tre cose che doveva fare. Doveva bere, doveva leggere, e doveva… A questo punto si va per esclusione. A volte, per certe cose, occorre parecchio tempo. Lui riuscì a bere e a leggere tutte quelle pagine fino all’ultima parola, The End. E per liberarsi di una parte di sé si prese tutto il tempo necessario.

Era la storia di tre uomini. Uno vecchio, uno giovane e uno di mezzo. Man mano che leggeva, Humphrey Bogart entrava nei panni di quello di mezzo. Intanto, poteva avere la sua età, e poi fumava Camel senza filtro. Non che nel libro si dicesse questo esattamente, però erano senza filtro, e allora perché non Camel? E poi era uno sbevazzone, e poi c’era un’altra cosa, che gli si insinuava dentro man mano che la storia procedeva. Era una specie di follia paranoica. Ma andiamo per gradi. Perché Humphrey Bogart sedeva sulla tazza, e la terza cosa a cui si applicava con slancio aveva tutte le intenzioni di andare per le lunghe. Allora: tre uomini, tre poveracci, tre balordi, tre vagabondi, partono alla ricerca dell’oro, nella Sierra Madre. A dire la verità, quello vecchio era un vecchio buono e saggio. Non era cinico, come lo sono i vecchi. Non era acido come ricotta acida. Non era invidioso della gioventù altrui, come lo sono i vecchi. Giovane lo era stato una volta, e gli bastava. I giovani li incoraggiava e non li deprimeva, come fanno i vecchi. Insomma, non era un grande vecchio. Era un piccolo e modesto vecchio che ne aveva viste tante, e tollerava perché sapeva che il tempo passa per tutti. Ad ogni modo, ci arrivano alla Sierra Madre, e cominciano a scavare una miniera perché l’oro c’è davvero. Polvere d’oro. Ma a quello di mezzo cominciava a venire un pensiero fisso in testa, una paranoia mortale. Aveva paura di essere ucciso e derubato dagli altri due. Aveva tanta paura che li uccise entrambi. E ricco, sulla strada del ritorno, incontrò un gruppo di banditi che gli tagliarono la testa, e credendo che quella polvere d’oro fosse sabbia, la lasciarono volare via nel vento.

«È proprio così, l’avidità ti fa perdere la testa», abbaiò Humphrey Bogart credendo di ridere. «L’ho scritto io», disse. «Lo so».

Si pulì per bene e tirò la catena dello sciacquone.

«Certo che questo B. Traven proprio non mi torna».

Tirò su mutande e pantaloni e tornò in cucina. Depose il dattiloscritto sul tavolo. La bottiglia invece non la depose sul tavolo. La portò alla bocca e lappò una sorsata.

«Coma alcolico. Ma ci saranno pure dei documenti da qualche parte».

E così Humphrey Bogart cominciò a cercare. Trovò una scatola, e nella scatola c’erano un po’ di soldi e tanti passaporti. La stessa fotografia ma nomi diversi. Un passaporto britannico portava il nome di Hal Croves, uno tedesco, invece, Maximilian Feige, uno americano Ret Marut, e poi Torsvan in quello messicano, Kraus in quello austriaco, e ancora Ziegelbrenner, Arnold, Barker.

«Jason Bourn aveva meno identità», disse. «Dannato Matt Damon!».

Ad ogni modo di una cosa era certo: lui era B. Traven. Cosa significasse la B, proprio non lo immaginava.

Fu allora che Humphrey Bogart sentì suonare il telefono, insistente. Impossibile. A casa sua non c’era il telefono. C’era un cesso, una cucina e una camera da letto. Eppure un dannato telefono ce la metteva tutta da qualche parte.

Humphrey Bogart uscì di casa. Si guardò intorno, e c’era una vecchia cabina sotto un vecchio lampione. E nella vecchia cabina un vecchio telefono ci dava dentro da matti. Humphrey Bogart attraversò la strada, una strada non asfaltata, una strada bianca di polvere. La polvere si alzò al suo passaggio.

«Una strada da qualche parte in Messico», disse. Chissà perché, quel posto gli ricordava il Messico.

Sollevò la cornetta, Humphrey Bogart. Esitò un momento.

«Pronto?», disse.

«Devi scappare, subito!».

«E chi lo dice?».

«Sono Traven, B. Traven».

«Impossibile, B. Traven sono io! Per cosa sta la B?».

«Bevazzone. Devi scappare, subito! Loro credono che tu sia me. Scappa!».

Humphrey Bogart riagganciò con stizza. Humphrey Bogart si accese una Camel senza filtro e rientrò in casa. Humphrey Bogart chiuse la porta e fece scorrere il catenaccio, non si sa mai.

«B per Bevazzone», disse. «Bevazzone Traven».

Bussarono piano. Poi più forte, poi più forte ancora.

«Vogliamo parlarti».

«Quando?», rispose lui dall’altra parte della porta.

«Adesso».

«Non prendo impegni a lunga scadenza», rispose lui.

«Sappiamo che B. Traven ti ha telefonato».

«Quando?».

«Poco fa».

«È passato troppo tempo, non ricordo».

«Smettila di fare il furbo, chiunque tu sia».

«Io sono B. Traven e non conosco nessun altro con questo nome. Andate via».

Li sentì sfondare la porta. Erano dentro

«Non mi avrete, B come Bastardi!», urlò. E si lanciò nel cesso. Salì sulla tazza e si tirò sul davanzale della finestra, poi scivolò fuori, nella notte calda e polverosa del Messico, presumibilmente. Li sentì imprecare. Allora cominciò a correre, una gara tra lui e la forza di gravità.

Humphrey Bogart correva come in un sogno tiepido e umido, le gambe molli che non volevano staccarsi dal terreno e parevano di gomma, una gomma elastica e fangosa, un sogno umido e tiepido, umido e tiepido. Umido. Tiepido. Come il sangue.

Crollò a terra, morto. Il colpo lo aveva centrato al cuore. Aveva vinto la civilizzazione. La forza di gravità aveva vinto. Giaceva bocconi, la faccia nella polvere di un paese che poteva essere il Messico. Un uomo piccolo che fumava Camel senza filtro e amava le donne.

Humphrey Bogart era entrato talmente nella parte da sentirsi veramente B. Traven, anzi, Bevazzone Traven. Ed era morto al suo posto. Beloved Traven.

(*) Come sa chi frequenta codesto blog ogni giorno – per due anni, cioè dall’11 gennaio 2013 all’11 gennaio 2015 – la piccola redazione ha offerto (salvo un paio di volte per contrattempi quasi catastrofici) una «scor-data» che in alcune occasioni raddoppiava o triplicava: appariva dopo la mezzanotte, postata con 24 ore di anticipo sull’anniversario. Per «scor-data» si intende il rimando a una persona o a un evento che per qualche ragione il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; ma qualche volta i temi erano più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi.
Tanti i temi. Molte le firme (non abbastanza probabilmente per un simile impegno quotidiano). Assai diversi gli stili e le scelte; a volte post brevi e magari solo una citazione, una foto, un disegno… Ovviamente non sempre siamo stati soddisfatti a pieno del nostro lavoro. Se non si vuole copiare Wikipedia – e noi lo abbiamo evitato 99 volte su 100 – c’è un lavoro (duro pur se piacevole) da fare e talora ci sono mancate le competenze, le fantasie o le ore necessarie.

Abbiamo deciso – dall’11 gennaio 2015 che coincide con altri cambiamenti del blog, ora “bottega” – di prenderci un anno “sabbatico”, insomma un poco di riposo, per le «scor-date». Se però qualche “stakanovista” (fra noi o all’esterno) sentirà il bisogno di proporre una nuova «scor-data» ovviamente troverà posto in blog, come oggi con Antonio Fantozzi; la redazione però non le programmerà.

Nell’anno di intervallo magari cercheremo di realizzare il primo libro (sia e-book che cartaceo?) delle nostre «scor-date», un progetto al quale abbiamo lavorato fra parecchie difficoltà che per ora non siamo riusciti a superare. Ma su questa impresa vi aggiorneremo.

Però…

(c’è quasi sempre un però)

visto il “buco” e viste le proteste (la più bella: «e io che faccio a mezzanotte e dintorni?» simpaticamente firmata Thelonius Monk) abbiamo deciso di offrire comunque un piccolo servizio, cioè di linkare le due – o più – «scor-date» del giorno, già apparse in blog.

Speriamo siano di gradimento a chi passa di qui: buone letture o riletture

La redazione (in ordine alfabetico): Alessandro, Alexik, Andrea, Barbara, Clelia, Daniela, Daniele, David, Donata, Energu, Fabio 1 e Fabio 2, Fabrizio, Francesco, Franco, Gianluca, Giorgio, Giulia, Ignazio, Karim, Luca, Marco, Mariuccia, Massimo, Mauro Antonio, Pabuda, Remo, “Rom Vunner”, Santa e Valentina.

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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