Una roulotte di nonne verso il Messico

Grannies Respond / Abuelas Responden, le “Nonne Reagiscono”, è il nome di un movimento di donne statunitensi. Per ribellarsi contro la politica di tolleranza zero dell’amministrazione Trump nei riguardi dei migranti e richiedenti asilo, dal 31 luglio al 6 agosto alcune di loro saranno su una grande roulotte che viaggerà per più di tremila chilometri, facendo salire a bordo altre “nonne” lungo il percorso: promuoveranno proteste creative in diverse città città.

di Lornett Turnbull (*)

Foto tratta da laopinion.com

Tina Bernstein ricorda il bombardamento sulla chiesa di Birmingham nel 1963 che uccise quattro scolare. Ricorda la paura che provò durante la Crisi dei missili di Cuba. “Mi ricordo gli incubi perché ero stata separata dalla mia famiglia e ero incapace di raggiungerla” racconta un’abitante della cittadina di Beacon, nello Stato di New York. “Nei mesi scorsi questi incubi sono ritornati… sono gli incubi di perdere i miei figli e mia nipote”. Quando ha saputo di una  roulotte  di nonne preoccupate che si dirigeva verso il confine messicano per dare il loro affetto di nonne alle famiglie di migranti, ha visto un’occasione di affrontare questo incubo.

Grannies Respond/Abuelas Responden – Le Nonne Reagiscono (granniesrespond.org) è il nome di un movimento di nonne e di loro alleate che sono state ugualmente spronate a entrare in azione dalla crisi umanitaria che si sta verificando sul confine meridionale degli Usa. Per sei giorni, a partire dal 31 luglio, la loro roulotte viaggerà per più di duemila miglia (3.219 chilometri), facendo salire a bordo altre “nonne” lungo il percorso. Ospiteranno delle dimostrazioni in distretti politici strategici delle città lungo la strada, per protestare contro la politica di tolleranza zero dell’amministrazione Trump nei riguardi dei migranti e dei richiedenti asilo. Cominciando con una dimostrazione a New York City, Grannies Respond si fermeranno a Reading e a Pittsburgh, in Pennsylvania; a Louisville, in Kentucky; a Montgomery in Alabama; a New Orleans in  Louisiana; e a  Houston in Texas, prima di raggiungere infine una struttura di detenzione o a McAllen o a Brownsville, in Texas.

“Volevamo fare qualcosa per differenziarci – ha detto Dan Aymar-Blair, l’organizzatore che è direttore esecutivo e cofondatore di The Article 20 Network (l’articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che propugna la libertà di  pacifica assemblea) – Volevamo diffondere il messaggio che si trattava di qualcosa di più che soltanto la sinistra contro la destra. È oltre la politica. Si tratta di elementare buon senso e di umanità e di cose che sono molto profondamente nei nostri cuori, non nelle nostre menti”.

Aymar-Blair ha detto che, dopo aver saputo della separazione e carcerazione preventiva delle famiglie di immigrati, messe in atto dalla nuova politica di Trump, un gruppo di attivisti che la pensano allo stesso modo, ha cominciato a parlare di modi efficaci di reagire. Hanno rapidamente escluso le tradizionali manifestazioni con cartelloni di protesta. “Nulla li spaventa di più che le persone che non hanno nulla in mano”. Qualcuno ha suggerito di mettere l’idea della preoccupazione delle nonne come prima cosa del movimento. L’idea del viaggio che attraversa il paese si è diffusa in gran parte nel modo in cui l’hanno fatto altri movimenti, radicandosi sui social media e da lì crescendo.

“Può essere come un libro di Richard Scarry: chiunque può unirsi a noi con qualsiasi veicolo – ha aggiunto Aymar-Blair – Che portino il loro bus, il loro furgone, la loro macchina”. Stanno incoraggiando coloro che arrivano da altre parti del paese a mettere in moto i  loro mezzi e a incontrarsi il 6 agosto alla loro destinazione finale.

All’inizio, per noi, questo era soltanto un bus pieno  di nonne dirette verso il confine. C’è, però, il potenziale, se vogliamo che diventi virale, che un sacco di gente ne faccia parte. Sarebbe una proteste estiva molto potente“.

Tina Bernstein ha detto che le c’è voluto un po’ di tempo per riconsiderare l’idea. Si preoccupava che sembrasse semplicemente un gesto di persona pietista. Poi, però, la realtà di ciò che avviene alle famiglie fuggite dalla violenza nei loro paesi soltanto per essere poi separati o perseguiti come criminali una volta arrivati qui, ha toccato un nervo scoperto, ha detto. “In quanto ebrea laica, mi è stata instillata l’idea che la mia libertà non è garantita se le altre persone non sono libere – ha detto – Se non sostengo gli altri, chi mi sosterrà? Quel principio è molto forte… Non voglio pensare che il mio unico ruolo sia quello di sostenere ciò che qualcun altro sta facendo. Ho un ruolo da attivista da svolgere”. Per questo Tina sta facendo il viaggio verso il confine del Texas, non soltanto come alleata, ma perché crede che il futuro di suo nipote e di altri che ama sia inestricabilmente legato a un tessuto vario e interconnesso di persone in questo paese.

Gli organizzatori immaginano che la carovana crescerà lungo il percorso, mentre lo slancio aumenterà a ogni nuova sosta. “Ci sono persone in tutto il paese che sono sdegnate per quello che accade. Dobbiamo sostenerci reciprocamente e raccontare perché questa situazione non va bene” ha detto la Bernstein. “Non è che il nostro movimento o quello che stiamo facendo, individuerà i bambini che mancano” ha detto. “L’intenzione è di motivare altre persone… di rafforzare l’idea che ciò che sta accadendo è ingiusto e di incoraggiarle ad appoggiare coloro che operano per la giustizia. Non sono sicura che saremo in grado di avere un impatto sulle politiche, ma forse possiamo avere un effetto duraturo sulle persone che incontriamo lungo la strada”.

(*) tratto da Comune-Info

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