Una vita meno ordinaria

di Maria G. Di Rienzo (*)

«Quando sai di avere un posto dove andare, puoi percorrere enormi distanze per arrivarci» dice Baby Halder. Questa donna indiana di 38 anni è l’autrice di un bestseller del 2006 chiamato «Una vita meno ordinaria» e sta lavorando al suo terzo libro. Generalmente scrive la sera, dopo aver finito di occuparsi della casa in cui continua a lavorare come domestica nonostante la sua fama di scrittrice, i record di vendite e gli inviti ai festival letterari in India e all’estero.

La vita di Baby Halder è stata “ordinaria” in modo orribile per un lungo periodo: povera, un padre violento e una madre che l’ha abbandonata da bambina, a 13 anni era sposata a un uomo che la batteva più del padre e a 14 era madre. A 30, stanca delle umiliazioni e dei pestaggi e preoccupata perché le mani del marito cominciano ad alzarsi un po’ troppo sui loro tre figli, Baby fugge con loro a Delhi. Qui trova lavoro in casa di Prabodh Kumar, un anziano professore di antropologia in pensione, l’uomo che lei oggi vede come un padre e un maestro. E’ il professor Kumar a notare che la sua domestica non si limita a spolverare gli scaffali pieni di libri ma ha verso di loro un’attrazione magnetica, un desiderio bruciante. Intuitivamente, le mette in mano l’autobiografia di Taslima Nasrin: «Leggi» le dice: «Leggi e scrivi».

Quel libro diventa la chiave magica che schiude il talento letterario di Baby Halder e la porta alla stesura della propria autobiografia, quel «Una vita meno ordinaria» che è molto di più della storia di una vita vissuta, è il resoconto del risveglio di una donna che arriva infine a dare riconoscimento a se stessa. All’inizio il tono della narrazione tenta di attenuare la ferita sotterranea, profonda, che percorre il senso dell’esistenza nell’autrice e si rifugia nella terza persona, ma mano a mano che Baby acquista fiducia in se stessa il linguaggio cambia, il dolore non ottunde più tutte le altre sensazioni, la ferita può arrivare alla superficie ed essere trasformata. In un passaggio particolarmente significativo, Baby descrive un incontro casuale con la propria madre: «Rabbia, tristezza, felicità: non provava nulla di queste cose nel vedere i suoi figli dopo così tanti anni? Ricordava per caso il modo in cui si era disfatta della sua bambina, Baby, dandole una moneta da dieci paise (un paisaè un centesimo di rupia, ndt) come se fosse una bustarella, il giorno in cui se n’era andata da casa? Ricordava di non essersi girata indietro neppure una volta? Se lo avesse fatto, avrebbe visto Baby starsene in piedi a guardarla, sino a che divenne un mero puntolino all’orizzonte, sino a che gli occhi non riuscirono a vederla più. Si fosse girata e avesse visto sua figlia ferma là, non sarebbe forse tornata indietro ad abbracciarla, non l’avrebbe stretta a sé ed amata? Forse Mamma neppure sapeva che quella bambina, ora, era madre di tre figli».

Con i guadagni derivanti dalla scrittura, Baby Halder si sta costruendo una casa a Kolkata, il luogo da cui proviene, ma ritiene di aver ottenuto risultati ben più importanti: i suoi figli sono orgogliosi di lei e vanno a scuola; gente che neppure la badava o la disprezzava ora le mostra del rispetto; e soprattutto «Scrivere è stato come uscire da una conchiglia. Prima in qualche modo ero sola e isolata, adesso mi sento un membro della società in cui vivo». Questo è il vero, lungo viaggio che Baby Halder ha compiuto. Per sé e per noi tutte.

(*) Gli articoli di Maria G. Di Rienzo sono ripresi – come le sue traduzioni – dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/

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