Salute pubblica, limiti della scienza e …

… e altre “cosucce” su cui purtroppo poco ragioniamo: interventi di Rob Wallace, Ugo Bardi, Chiara Giorgi, Ernesto Burgio

interventi di Rob Wallace, Ugo Bardi, Chiara Giorgi,  Ernesto Burgio

Un’intervista al biologo Rob Wallace (di Mike Pappas)

Pubblichiamo qui la traduzione di un nuovo intervento sulla pandemia da covid-19 dell’epidemiologo evoluzionista, e militante, Rob Wallace. Questa lunga intervista, rilasciata a Left Voice, è un contributo utile anche per provare ad uscire dalla sterile coazione a ripetere che caratterizza ormai il dibattito su green pass e vaccini, interamente concentrato sulla sola gestione capitalistica-statale della pandemia (per noi ad un tempo criminale e caotica), e per tornare a ragionare sulle cause sociali dello sciame di agenti patogeni che da un trentennio ormai è in affioramento, fino al SARS-Cov-2 compreso.

Ed è appunto quello che fa Wallace occupandosi di devastazione ambientale e agribusiness – una tematica del tutto scomparsa nel suddetto dibattito anche sul versante critico, aspetto non secondario della sua sterilità. Data la competenza di Wallace in materia, francamente sarebbe stata possibile un’analisi più approfondita delle radici della pandemia in corso. L’approccio scientifico del suo gruppo di ricerca resta comunque cruciale perché, come mostra il caso di Ebola, solo un’analisi a tutto tondo delle epidemie, che vada dalla genetica fino allo studio del contesto ambientale – l’ambiente del necro-capitalismo – può dar conto dell’emersione e dell’impatto di nuovi patogeni sugli esseri umani con cui siamo alle prese già da decenni; ed è questo un monito per il futuro.

Wallace denuncia poi, giustamente, la gestione criminale della distribuzione dei vaccini da parte di Big Pharma, con gli Stati al seguito. Spiega come il monopolio della produzione e la sperequazione nella distribuzione dei vaccini tra Nord e Sud del mondo favoriscano l’insorgere di varianti, perché permettono al virus di circolare ed evolvere nella sterminata massa della popolazione mondiale non vaccinata. Sarebbe stato tuttavia auspicabile, a nostro avviso, ragionare anche sulle caratteristiche degli attuali vaccini.

Quanto alle soluzioni, lo scenario delineato da Wallace, un presente ed un futuro cronicamente segnati dal fenomeno delle epidemie, lo porta a denunciare l’incuria criminale con cui, Stati Uniti in testa, sono gestiti in Occidente i sistemi sanitari, totalmente asserviti agli interessi capitalistici; e a sostenere con forza la medicina preventiva e di comunità per rendere anzitutto possibile quel genere di intervento “tetris” (testing, tracciamento, isolamento) che è stato senza tanti complimenti gettato nel cestino. Ma la sua proposta di inviare tra la gente, per prendersene cura, schiere di operatori sanitari di comunità, pecca, a nostro avviso, di una certa astrattezza, per quanto voglia essere una risposta al problema della terribile vulnerabilità, dell’isolamento e del disorientamento ideologico in cui versa una quota rilevante del proletariato statunitense. Una situazione rilevabile anche in Europa, in particolare in Italia, dove la contesa superficiale ed essenzialmente diversiva tra vaccinismo di Stato e ideologia No Vax sta dividendo, se non avvelenando, il corpo dei lavoratori.

Specifichiamo infine che, a differenza di Wallace, noi non rinveniamo nel mondo di oggi paesi non capitalisti. Precisazione ad uso di certi sfaccendati che impiegano le loro giornate a cercare su questo sito cosa criticare per sentirsi vivi.

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L’epidemiologo evoluzionista Rob Wallace parla con gli operatori sanitari di Left Voice Mike Pappas, Tre Kwon e Cliff Willmeng sulle origini del Covid e sull’incapacità del capitalismo di rispondere alla crisi.

Mike Pappas: Da dove viene il Covid e come ci siamo arrivati?

Per formazione sono un epidemiologo evoluzionista. Sono abituato a prendere sequenze genetiche, come l’influenza aviaria, o l’H5N1, la prima rock star virale del secolo, ed osservare tali sequenze presso le varie località della Cina e dell’Eurasia per poi costruire degli alberi filogenetici. Si tratta di alberi evolutivi che mostrano come i vari ceppi siano tra loro collegati. E poiché conosciamo le località in cui campioniamo questi ceppi, possiamo dedurre mediante l’albero quali sono state le località interessate in precedenza da un ceppo virale. Siamo in grado, in altre parole, di costruire una mappa dei diversi ceppi basandoci sulle sole sequenze genetiche. Lo abbiamo fatto per l’H5N1 (l’aviaria). Abbiamo identificato una provincia sud-orientale della Cina chiamata Guangdong, che sembra essere l’area di origine dell’H5N1 prima che si riversasse ad Hong Kong.

Il problema è che ho commesso un errore nella mia carriera. Qualcosa ha suscitato la mia curiosità. Non sempre è una buona mossa se vuoi far carriera nella scienza. La scienza è largamente legata alle convinzioni dell’establishment circa la natura del capitalismo e dell’impero. E la curiosità è costretta entro specifici percorsi di indagine. Ci sono persone incredibilmente intelligenti che spesso devono lavorare restando entro i limiti davvero ristretti di ciò che è lecito esplorare. La mia curiosità mi ha messo nei guai perché volevo sapere perché l’H5N1 è emerso nel Guangdong nel 1997. Non era possibile trovare la risposta nelle sequenze genetiche. Mi sono quindi addentrato nella storia dell’agricoltura della regione e nell’economia politica dell’agribusiness globale per capire come i diversi settori agricoli si sono evoluti in Cina e altrove, trovando che l’agribusiness è probabilmente il peggior modello – o il migliore – che vi possa essere per selezionare agenti patogeni tra i più mortali.

Vedi via via emergere, in tempo reale e quasi annualmente, tutta una varietà di agenti patogeni: hai altre influenze aviarie; l’otto, la sette e la nove, che emergono nel 2013; hai l’H5N1, emerso un paio di anni dopo in tutta Europa. Negli Stati Uniti l’H5N1 ha ucciso 50 milioni di polli. Ma non c’è solo l’influenza aviaria. L’influenza suina, H1N1, è emersa fuori da Città del Messico nei suini per poi diventare una vera pandemia. Vi sono Zika e SARS. Quasi ogni anno emerge ogni tipo di agenti patogeni. Stanno anzi iniziando ad emergere in parallelo. In molti abbiamo seguito da vicino la vicenda di un virus chiamato peste suina africana che ha avuto origine in Africa tra i maiali selvatici, ma anche domestici; si è riversato in Europa e più di recente in Europa orientale, ed infine è arrivato in Cina, nel 2018, dove ha ucciso metà della popolazione di suini. Il sistema immunitario del maiale è molto simile a quello umano, quindi eravamo molto preoccupati. Tutto ciò che circola nei maiali domestici potrebbe fare danni piuttosto seri agli umani.

Il nostro team, composto da biologi evoluzionisti, ecologi, geografi e scienziati sociali di vario genere, ha così iniziato a chiedersi come e perché questi virus stiano emergendo in rapida sequenza. Si dedicano solitamente molto tempo e attenzioni agli agenti patogeni e in particolare ai virus perché ci si concentra sull’oggetto del meccanismo causale, vale a dire il virus o il vaccino. La ricerca delle cause va però chiaramente oltre ciò che è sotto la lente del microscopio: dev’essere ricerca sul campo, bisogna uscire nel mondo. Abbiamo perciò preso l’abitudine di denominare alcuni di questi patogeni con nomi di movimenti politici o anche di singole personalità politiche.

Al di là dell’ironia, abbiamo in mente qualcosa di estremamente serio: le decisioni assunte dai governi e dalle economie più forti, che definiscono determinati modi di relazionarsi al mondo e hanno un effetto profondo sull’emersione degli agenti patogeni.

Per esempio, chiamiamo “influenza NAFTA” l’influenza suina H1N1 emersa nel 2009, dall’accordo di libero scambio nordamericano. Tale accordo, stipulato nel 1994, ha rimosso ogni barriera consentendo alle multinazionali di riversare carne sul mercato interno messicano e distruggendo così quel settore dell’economia locale. A quel punto gli agricoltori messicani potevano, o vendere perché non erano in grado di competere, o consolidare le proprie aziende e renderle abbastanza grandi da poter competere con le nuove filiali create dalle multinazionali americane, tra cui Smithfield. Questo ha cambiato profondamente l’agricoltura messicana e l’allevamento di suini. Il mosaico di piccole fattorie tipico del paesaggio messicano si è trasformato in qualcosa di molto più americano.

Puoi tracciare la sequenze genetica del nuovo H1N1 e scoprire che il genoma dell’influenza è segmentato. Quando due diverse influenze infettano un singolo ospite, possono infatti scambiarsi i loro segmenti, proprio come fanno dei giocatori con le proprie carte il sabato sera. Con l’H1N1, gran parte del lavoro svolto in campo genetico dimostra che alcuni di quei segmenti sono emersi da maiali degli Stati Uniti e del Canada, e che altri provenivano dall’Eurasia. Come mai stanno insieme? A differenza dell’influenza aviaria, non puoi dar la colpa agli uccelli acquatici selvatici, che volano da un continente all’altro; i maiali in genere non volano, a meno che non vengano esportati da un paese all’altro. In concomitanza con il rivoluzionamento dell’allevamento industriale, tradottosi in una crescente concentrazione degli allevamenti e in una perdita di biodiversità – ce ne occuperemo a tempo debito – si è avuto un aumento delle esportazioni di suini da una parte all’altra del mondo; anche gli agenti patogeni, e le relative influenze, sono stati dunque trasportati da una parte all’altra del mondo. Per tornare al NAFTA, in questo caso l’accordo ha permesso di abbattere le barriere permettendo alle multinazionali di entrare; ma sono così entrate anche le varie influenze, che si sono tra loro ricombinate fino all’emersione nel 2009 di un nuovo agente patogeno nei dintorni di Città del Messico – patogeno che ha poi cominciato a passare da uomo a uomo causando una pandemia.

Un altro caso da noi rinominato è stata l’epidemia di ebola che nel 2013 colpì l’Africa occidentale. L’abbiamo chiamata “Ebola neoliberista”, in parte a causa dei programmi di aggiustamento strutturale imposti ai paesi dell’Africa occidentale. Per ottenere prestiti dalla Banca Mondiale e dal FMI questi paesi devono spesso ristrutturare le loro economie per consentire alle multinazionali di entrare, e devono tagliare i budget di spesa per la salute pubblica e quella degli animali. Nel caso dell’Africa occidentale abbiamo un crescente movimento nell’ultima delle aree forestali lì rimaste per allontanare le popolazioni locali dall’agroforestazione contadina e consentire l’emergere di un diverso tipo di imprese nazionali e multinazionali basata su piantagioni a monocoltura, che distruggono le foreste locali. Cosa ha a che fare tutto ciò con ebola? Ebbene, le foreste sono luoghi molto complessi. Se ne attraversi una, sarà difficile tener traccia di tutto ciò che vi sta accadendo. C’è così tanta complessità, e quella complessità svolge un lavoro in nostro favore. Si tratta di una proprietà scoperta recentemente, secondo la quale la complessità delle foreste e dei sistemi ecologici in genere è tale che nessun patogeno presente in un organismo ospitante può da lì attecchire su di una serie di ospiti diversi, proiettandosi fuori dalla foresta e dall’ambiente locale fino a raggiungere una città vicina.

Tuttavia, che si tratti di piantagioni, disboscamento o estrazione mineraria, quando permetti alle multinazionali di entrare, distruggi di fatto la foresta. La maggior parte delle specie ospiti, riserve naturali per molti agenti patogeni, si estingueranno, ma altre non lo faranno. Molti animali e specie non si estinguono così facilmente. Sono plastici sul piano del comportamento. I pipistrelli dimostrano questo genere di plasticità e si spostano proprio nelle monocolture. Voglio dire, non sono affatto male: hanno molto spazio per volare dalle tane e dai luoghi di foraggiamento. Non ci sono concorrenti o predatori. E c’è un’interfaccia crescente tra le persone del posto assunte da aziende nazionali e multinazionali per aiutare a gestire queste piantagioni. E anche per via della proletarizzazione in atto, si tratta di persone che non riescono a pagare tutte le bollette. Molti sono emigrati verso i capoluoghi regionali, da cui ritornano durante il periodo vegetativo; ed ecco qui il cerchio, il ciclo, per così dire. Qualsiasi agente patogeno, o ebola, che faccia il salto dai pipistrelli o dagli insetti attecchisce sui lavoratori locali addetti al bestiame o alle piantagioni, o sui taglialegna, o sui minatori, e quei lavoratori poi emigrano nelle città della zona.

La salute pubblica è in declino a causa dei programmi di aggiustamento strutturale. Le infezioni da ebola sono sempre difficili da riconoscere. Poi il virus passa da uomo a uomo e si comincia a ballare. Ecco perché c’è un virus ebola che geneticamente non è così diverso dai precedenti ebola emersi a partire dalla metà degli anni Settanta. L’ebola, in genere, si riverserebbe in un villaggio o due portando i tassi di mortalità al 90% – davvero qualcosa di terribile. Potrebbe eliminare un gruppo di gorilla, e chiusa lì. Non andrebbe oltre. Ma quando sfoltisci il paesaggio periurbano dalla foresta profonda fino alla città, fornisci al virus una traiettoria perfetta che va dalla foresta direttamente dentro la città più vicina. Il virus di per sé non è cambiato, ma abbiamo dovuto distinguere tra l’oggetto in sé del virus e dei vaccini, e la profilassi e l’ambiente, vale a dire le più ampie relazioni ecologiche e sociologiche tra l’uomo e gli animali, gli animali selvatici, il bestiame, i raccolti etc. E’ il cambiamento del contesto ad aver guidato il virus, non il virus stesso. Il virus causa l’epidemia, ma lo fa insieme ad un’economia globale in evoluzione, che ha investito l’Africa occidentale così a fondo da permettere al virus di farsi strada, arrivando ad infettare 35.000 persone e ucciderne 11.000, con i corpi lasciati nelle strade dei capoluoghi di regione.

Ora, cosa ha a che fare tutto ciò con il Covid-19? È il circolo della produzione che dal capoluogo regionale passa per lo spazio periurbano fino alla foresta profonda, e ritorno. I diversi patogeni emergono in diverse parti di questo circuito di produzione. Ebola, come abbiamo detto, emerge dalle foreste remote con i pipistrelli locali, e si riversa sui lavoratori, che poi migrando lo portano nei capoluoghi di regione. E’ in gran parte alla fine del circuito che si crea quindi una situazione di emergenza. Poi ci sono virus come SARS-2, che causa il Covid-19. Questi stanno emergendo in tutta l’area interessata dai circuiti della produzione. La valutazione del nostro gruppo di ricerca rispetto alle ipotesi circa un’origine “sul campo” del Covid-19, è che il virus sia emerso nella Cina meridionale o centrale.

Non mi addentrerò nella storia della Cina. In generale voglio solo dire che dopo Mao c’è una Cina che decide di seguire la via BRICS dello sviluppo capitalista. Non discuto ora se sia stato un bene o un male; si può dire che milioni di cinesi sono stati tirati fuori dalla povertà e milioni sono rimasti indietro. Ma per lo più i cinesi hanno deciso di basarsi sull’autosfruttamento delle proprie risorse per lo sviluppo economico, piuttosto che seguire il modello coloniale tradizionale del Nord globale, che semplicemente sfrutta il Sud globale. Così facendo, i cinesi hanno eroso la loro stessa foresta, come è successo con ebola in Africa. Hai l’erosione dell’ultima delle foreste causata dall’allevamento di bestiame tradizionale, ma c’è anche un altro settore, che non interessa solo la Cina, ed è il settore in crescita del cibo selvatico: il pangolino, lo zibetto e simili, che vengono sempre più trattati come bestiame tradizionale – è un cibo sempre più integrato nell’economia alimentare capitalista. Entrambi i settori – bestiame tradizionale e monocolture, ed il settore alimentare più selvatico – hanno iniziato a dettar legge sulle foreste meridionali e centrali della Cina. È stato documentato che l’aumento dell’interfaccia con i pipistrelli costituisce un serbatoio per una varietà di coronavirus. SARS-1 emerge nel 2002, un periodo in cui l’uso di pesticidi in Cina è andato aumentando anche più che negli Stati Uniti, riducendo la popolazione di insetti e privando molti pipistrelli del proprio nutrimento; ciò li ha costretti a volare per un’area più ampia, per procacciarsi del cibo, aumentando anche per questa via l’interfaccia.

Ho notato, Mike, che mi hai chiesto dell’ipotesi circa l’origine ambientale della pandemia, in parte perché sospetto tu voglia evitare di discutere l’ipotesi della produzione del virus in laboratorio, in parte perché ci sono così tanti pazzi che la stanno sostenendo. Vorrei però dire che potrebbe essere accaduto. Nel 2013, un gruppo dell’Università di Princeton ha pubblicato un rapporto secondo cui, dopo l’H5N1 e dopo l’11 settembre, i paesi di tutto il mondo hanno iniziato a costruire laboratori di biosicurezza con livelli di biosicurezza (BSL) 3 e 4, dove vengono gestiti i patogeni peggiori, i più pericolosi. Sono stati costruiti a migliaia in tutto il mondo. Una perdita di laboratorio è rara, ma se un evento raro ha sufficienti possibilità di manifestarsi, esso inclina verso l’inevitabile, tanto che si tratta di un’ipotesi ancora sul tavolo. Insomma, ci son voluti 15 anni per capire come è emersa la SARS-1, non basteranno 19 mesi per capire come è emersa la SARS 2; quindi entrambe le opzioni sono possibili, anche se sono più incline a sostenere la teoria dell’origine ambientale della pandemia, alla luce delle possibilità che i coronavirus hanno di fare esperimenti con il sistema immunitario umano. Alcuni dati genetici indicano che con ogni probabilità la SARS-2 circolava nelle popolazioni umane anni prima che esplodesse a Wuhan, con grande dispiacere per i sostenitori della tesi della fuga di laboratorio. Ecco come, a nostro avviso, il Covid-19 ha avuto un’origine ambientale. Che è fondamentalmente legata alle decisioni e alla governance in fatto di interventi di salute pubblica.

Mike Pappas: Ora che sempre più persone sono vaccinate, c’è questa retorica sul fatto che esiste una soluzione per la pandemia. “Semplicemente: o prendi il vaccino, o sei parte del problema”. Naturalmente, noi vogliamo che le persone ricevano il vaccino. Ma tu hai parlato di come le vaccinazioni di per sé non siano la bacchetta magica. Puoi spiegarlo meglio?

Innanzitutto, come stiamo scoprendo proprio ora, l’idea che solo chi può pagare per i vaccini debba avervi accesso, consente al virus di continuare a diffondersi ed evolversi, comprese le varianti che possono sfuggire al vaccino. Così non funziona. Il modello capitalista di produzione, che permette la profilassi solo a chi può pagare, è pessimo in termini di salute pubblica.

La seconda cosa da capire è che queste innovazioni mediche non sono mai sufficienti. La salute va al di là del corpo individuale. E’ un qualcosa che condividiamo nel corpo sociale. La salute pubblica è una qualità che connota l’economia politica e i modelli di governance adottati da ciascun paese. Ci sono cose che vanno oltre la portata dell’intervento umano. Questa non è una di quelle. Il che significa che anche una pandemia che tutto d’un tratto è ovunque, è determinata dalle decisioni prese dai governi in tutto il mondo. O, come in questo caso – un vero shock per molti – è determinata dalla decisione di fare o non fare qualcosa.

Possiamo parlare della differenza tra i paesi capitalisti e gli altri; dovremo farlo a tempo debito. Ma non è solo questo. Un governo dovrebbe dire: “Sai che c’è? La nostra ragion d’essere è aiutare la popolazione con i beni comuni e soddisfare i bisogni delle persone, che dobbiamo evidentemente rappresentare quale che sia il modello di governance”.

Ci sono paesi che si sono impegnati in questo senso. Lo stato cinese ha inizialmente fallito nell’affrontare l’emergenza Covid. Ma per quanto riguarda la sua gente, se c’è un focolaio di Covid-19, inondano la tal provincia o la tal città con migliaia di operatori sanitari pubblici per l’intervento detto Tetris – test, tracciamento, isolamento – necessario per rintracciare chi è stato infettato e isolarlo prima che infetti qualcun altro. E assicurarsi che chi vive isolato o viene obbligato a restare a casa, possa sopravvivere. Ricordo le prime foto di New York City nel marzo 2020 quando c’erano principalmente lavoratori neri e marroni in giro sulle metropolitane che andavano al lavoro, indipendentemente dal fatto che fossero o meno dei cosiddetti lavoratori essenziali, erano in giro perché dovevano pagare le bollette. Non c’era altro modo di guadagnare quanto gli serviva per l’affitto o per procurarsi del cibo se non uscire e girare per lavorare. È così che il Covid li ha presi a New York, ed è esploso perché ai governi non importava nulla di loro.

Quindi è stata davvero straordinaria la dichiarazione di Trump, un totale buffone, un disastro totale, quando ha detto che avrebbero dato parecchio denaro per sviluppare dei vaccini. È notevole. Non pensavo che l’avrebbero fatto. Di solito i vaccini impiegano anni prima di essere sviluppati, e non era mai stato sviluppato un vaccino contro il coronavirus; e così alla fine lo hanno consegnato. Ma non si tratta di una vaccinazione sterilizzante, nel senso che chi è vaccinato può ancora contagiare. Tuttavia, fornisce immunità contro la malattia. Impedirà sostanzialmente che tu venga ucciso dal virus, o comunque ricoverato in ospedale. E all’altezza di giugno, negli Stati Uniti, il 99% delle persone uccise dal Covid-19 non erano state vaccinate. Ma il vaccino non basta. Perché [sic] l’incapacità di dar seguito agli interventi non farmaceutici di cui abbiamo parlato – gli ordini di stare a casa, la necessità di isolare le persone malate; non siamo stati affatto in grado di farlo. Ci siamo rifiutati di farlo. Abbiamo perso la nozione stessa di salute pubblica, che avrebbe significato assumere centinaia di migliaia, se non milioni di operatori sanitari pubblici e di comunità, per farli scendere in strada ad aiutare la gente. Avrebbe significato fare quel che hanno fatto altri paesi, ovvero pagare le persone per stare a casa piuttosto che costringere i lavoratori a uscire per pagarsi le bollette. È ridicolo. Quei paesi (Nuova Zelanda, Vietnam, Taiwan, Islanda, per esempio) si sono occupati della questione in quattro mesi. Qui siamo al 17° mese e non abbiamo ancora il controllo di una pandemia. Non abbiamo neanche più idea di cosa sia un intervento di salute pubblica. Questo è il risultato della mercificazione spinta degli interventi medici, riguardanti sia la medicina che la sua messa in opera. Quindi ogni minuto al pronto soccorso o nello studio di un medico è fatturabile. Questa non è salute pubblica.

Devi collegare la scala dell’epidemia a quella dell’intervento, e degli ospedali sotto-finanziati non sono la scala a cui opera Covid-19. L’azione di contrasto funziona molto di più a un livello che richiede interventi comunitari fuori dagli ospedali e all’estero, e non soltanto nei punti di intervento medico. Se non hai le strutture per adottare interventi non farmaceutici alla maniera di paesi come il piccolo Vietnam, in grado di reagire in breve tempo impedendo all’epidemia di prendere piede – se il paese più ricco nella storia dell’umanità non è in grado di fare nemmeno quello, allora è chiaro che qui [negli Stati Uniti] un sistema sanitario pubblico ancora non esiste realmente, ma ne hai comunque bisogno per distribuire i vaccini e far sì che la gente esca e vada in giro.

Qui negli Stati Uniti abbiamo trasformato la salute pubblica in un affare individuale. E ciò non riguarda solo Trump, ma anche Biden. Intervenendo sui vaccini, Biden ha detto: “La responsabilità è tua, se non ti vaccini, perché tutti noi vogliamo fare grigliate entro il 4 luglio, e se non ti vaccini rovinerai tutto”. Ha anche detto: “Oh, chi di voi è vaccinato può togliersi la mascherina perché non infetterà nessuno”, quando già allora eravamo in tanti a sapere che non era vero. Entrambe queste cose hanno inviato un segnale all’intero paese, che tu fossi vaccinato o meno, che potevi toglierti la mascherina. Le mascherine come strumento di intervento sono state così gettate sotto l’autobus. Gli interventi non farmaceutici sono stati accantonati in un momento in cui dovevamo continuare a guadagnare la fiducia delle persone in tali azioni, per poterle attuare tutte nello stesso tempo.

Esiste un modello di intervento di sanità pubblica assimilabile al formaggio svizzero. I vaccini fanno molto, ma non impediscono alle persone di essere contagiate. Ci sono dei buchi in quella fetta di formaggio. Ecco perché dovevi metterci sopra un’altra fetta. Potrebbe anche avere buchi, ma sono in punti diversi. Se sovrapponi diversi strati di formaggio, tutti i buchi vengono riempiti in virtù di una sorta di modello olistico di intervento, secondo il quale ricorri a mezzi svariati per liberarti dell’influenza e impedire che si diffonda nella comunità: test di vaccinazione, tracciare le persone in isolamento, pagarle per stare a casa, rendere disponibili trasporti alimentari per sfamarle, municipalizzare i ristoranti, e così via. Paghi i ristoranti per preparare del cibo per la gente del posto. Questo sarebbe un programma di governo. Ma tutto ciò viene rifiutato come una violazione dell’ideologia capitalista che richiede che tutti gli interventi fruttino soldi.

Mike Pappas: Nei paesi in cui abbiamo dei tassi di vaccinazione davvero alti, anche in quelli presi ad esempio come Israele, stiamo assistendo ad un nuovo aumento del numero dei casi e dei ricoveri ospedalieri. Volevo porti domande su questo perché ho visto un sacco di teorie diverse sul perché ciò può accadere. Si parla di qualsiasi cosa, dalla fuga immunitaria al possibile declino dell’immunità, alle teorie del potenziamento dipendente dall’anticorpo (ADE) e quel tipo di cose. Mi chiedo cosa ne pensi e cosa stiamo vedendo in quei paesi.

Direi che sono tutte possibilità sono in gioco. Se si torna all’indietro per puntare il dito, ai liberali piace mettere sotto accusa Trump e gli antivaccinisti per non averlo fatto. E c’è un elemento, tipo: “Beh, dovresti andare a morire”, che è ridicolo perché per quanto orribile possiamo considerare la politica di certa gente, deve davvero esserci una nozione di destino condiviso, e la comprensione che la salute e il benessere del mio prossimo sono fondamentalmente legati ai miei. Gli agenti patogeni sono strani, perché sono nel contempo troppo piccoli e troppo grandi per essere visti, dal momento che le ondate di epidemie investono interi stati e paesi. E per noi è difficile coglierlo in tempo reale. Quindi il benessere delle persone che non ci piacciono è integralmente correlato al nostro benessere. Non è una faccenda etica; non mi piacciono i nazisti, non mi piacciono i trumpisti, e ho i miei sentimenti sul loro destino. Tuttavia, il benessere in termini di salute pubblica va oltre, e dobbiamo capire che anche coloro che non si vaccinano, sono di fatto i nostri fratelli e sorelle epidemiologici, e il loro benessere è legato al nostro.

Il New York Times ha pubblicato un articolo in cui è stato fatto un sondaggio. Non si tratta soltanto di anti-vaccinisti duri e puri, entra in gioco la divisione per classi. Molte persone al di sotto di un certo livello di reddito non sono vaccinate. Chi non ha cibo a sufficienza, chi ha problemi con l’affitto. Questo è correlato ed è insieme la dimostrazione di una governance fallimentare a livello sia statale che federale, rispetto alla capacità di andare là fuori, parlare con le persone, trovarle. E ciò richiederebbe che gli operatori sanitari di comunità andassero per le strade, a decine di migliaia. L’amministrazione Biden non è riuscita a fare ciò. E’ una sua colpa. Non è solo qualcosa che riguarda Trump. È una questione di governo capitalista.

È nostro dovere aiutare la gente, e ci vuole un duro lavoro, è ridicolo. Ecco perché assumi migliaia e decine di migliaia di operatori sanitari di comunità, che cammineranno nei quartieri, in cui spesso vivono, e parleranno con le persone. Devi lavorare sulle persone: ogni settimana, ogni mese e anche ogni giorno, per far loro riflettere su cosa sia il vaccino, ascoltandole. Non si tratta solo di parlare con il medico, non è abbastanza. Si tratta di parlare, in prima persona, alle persone che sono i tuoi vicini. E se qualcuno continua a presentarsi ed è gentile con te e rispettoso, puoi avere quella conversazione in un modo che spingerà le persone a capire che il vaccino ha senso.

A proposito dei vaccini stessi. Sì, voglio dire, tutto ciò che descrivi è in atto. Hai la variante Delta, tra le altre, che emerge in un modo che i dati arrivati anche pochi mesi fa indicavano che i vari vaccini di qualunque azienda, Pfizer, Moderna, o tutti in genere, stanno iniziando lentamente a perdere forza. Abbiamo appreso prima in Inghilterra che una dose di Pfizer non era sufficiente, ed ecco che abbiamo la doppia dose. Ora parlano di richiami perché le varianti si stanno evolvendo. Questa è una fase di evoluzione, gli agenti patogeni si stanno evolvendo. E più permetti ai virus di diffondersi nel mondo, più permetti alle varianti di emergere e sconfiggere i tuoi vaccini.

La radice di ciò è negli interventi di tipo liberista. Se hai intenzione di rimproverare gli anti-vaccinisti trumpisti per non aver fatto il vaccino, come diavolo fai a sostenere gli sforzi della Fondazione Gates contro la medicina aperta? La Fondazione Gates e le aziende farmaceutiche hanno sostanzialmente detto all’OMS: non lo farai in questo modo. COVAX, che stava cercando di vaccinare il 20% della popolazione nei paesi a basso reddito con vaccini scontati, ha ampiamente fallito, in parte proprio a causa di questi diritti di proprietà intellettuale, che impediscono che la produzione di vaccini avvenga in tutto il mondo.

Se lasci che la maggior parte del mondo non venga vaccinata, allora, in sostanza, consenti al virus di fare milioni di esperimenti per capire come evolvere in risposta alle varie cose che gli stiamo lanciando contro. Quindi è del tutto controproducente. Questo è ciò che fa il capitalismo. È il suo modo di fare soldi. Stanno andando avanti in un modo che è perfetto per distruggere la terra, che si tratti del cambiamento climatico o di queste pandemie – l’unica cosa che conta è che un pugno di miliardari continuino a fare un sacco di soldi.

Le aziende farmaceutiche hanno davvero guidato la salute pubblica globale orientandola verso la produzione esclusiva di incentivi per coloro che possono pagare, piuttosto che impegnarsi nell’intervento condiviso di salute pubblica, in una governance globale basata sul principio secondo cui: “La salute dei miei vicini è importante per me, vacciniamo il mondo intero e faremo del nostro meglio per ridurre il Covid abbastanza da impedirgli di scatenarsi per lungo tempo”.

I primi modelli che ho visto nel marzo 2020 prevedevano che, negli scenari peggiori, l’epidemia sarebbe continuata fino al 2024. Ora c’è chi parla del 2025. Sei nel settore della salute, pensa a quanto sia stato estenuante anche solo un anno e mezzo. Potrebbero esserci più ondate all’anno perché chi è al potere si è rifiutato di prendere la cosa abbastanza sul serio.

Milioni di persone sono morte, ma è un tasso di mortalità appena dall’1 al 2%. Cosa succederà se avremo l’emergere annuale di virus con tassi di mortalità del 5%, 25%, 30%? Questo, in sostanza, era una specie di softball per un sistema di governance globale. E molti paesi hanno fallito perché sono vincolati alla classe capitalista.

Mike Pappas: Al di là delle aziende farmaceutiche, in che modo i vari settori della classe capitalista hanno cercato di sfruttare la pandemia a proprio vantaggio?

Come sapete, ho esaminato il settore agricolo. Mi sono dedicato all’agricoltura perché mi sono reso conto che non puoi limitarti a gestire le epidemie una volta che un virus passa da uomo a uomo. Il cavallo ha lasciato la stalla. Voglio dire: abbiamo parlato di tutti i modi in cui un corretto intervento di sanità pubblica ridurrebbe al minimo i danni e ci consentirebbe di emergere indenni, o relativamente meno feriti, in modo da poter tornare ad una vita senza pandemia. E mi sono reso conto che per farlo, dobbiamo cambiare le nostre pratiche agricole e intervenire a quel livello per ridurre al minimo la possibilità che nuovi agenti patogeni emergano dal bestiame e dal pollame.

Quindi, ho tenuto d’occhio il settore agricolo. E ora qui negli Stati Uniti c’è stato l’ormai famigerato intervento, il Defence Production Act (DPA) di Trump, che non ha prodotto più dispositivi di protezione individuale (DPI), di cui avevano bisogno gli infermieri, i medici e le persone che lavorano nel pubblico. Ma ha consentito ai vari impianti di lavorazione del pollame e del bestiame di continuare a produrre, mentre migliaia di lavoratori degli impianti sono stati infettati e sono morti. E’ la cosa più ovvia, la volontà di far andare le cose come prima. In apparenza serviva a sfamare l’America, ma non era affatto così. Voglio dire, c’è un calo del consumo di carne tra gli americani, e ce n’era in abbondanza a disposizione. Quella decisione aveva invece più a che fare con l’intento di soddisfare la domanda dall’estero. I cinesi avevano subito un calo della produzione suina a causa della peste suina africana. Anche se il consumo di carne americano era diminuito, lo spazio costruito per la lavorazione stava aumentando di milioni di piedi quadrati, in molti stati. Quindi l’intervento di Trump riguardava più i mercati esteri, più che rispondere ad un appello nazionalistico per l’approvvigionamento alimentare statunitense. Naturalmente c’è stata una smentita da parte del settore della carne circa la sua pericolosità. L’amministrazione Trump ha permesso agli impianti di trasformazione di accelerare le loro operazioni tanto da costringere i lavoratori alla catena di montaggio ad ammassarsi gli uni sugli altri, e ciò ha aumentato la probabilità di diffusione dell’infezione. In altre parole, l’intero settore è stato consacrato all’adozione di pratiche che diffondono il virus.

Oggi siamo all’ipocrisia, con il settore alimentare che, dal momento che è stato prodotto il vaccino, richiede che i suoi operai vengano prima vaccinati. E dovrebbero esserlo, ma questo dimostra la totale ipocrisia dell’industria della carne, che cerca ora di vaccinare quei lavoratori che ha gettato sotto l’autobus durante il primo anno dell’epidemia. Una pericolosa infezione si è infatti diffusa a partire da questi impianti rurali di confezionamento della carne fino a raggiungere le comunità locali, infettando migliaia di persone che con tutta evidenza non erano vicine a nessuna delle città costiere in cui l’epidemia è iniziata qui negli Stati Uniti. A causa del carattere industrializzato e globalizzato delle linee di approvvigionamento della carne ci sono contee situate nelle aree più interne e rurali del paese che sono state colpite piuttosto duramente dall’epidemia, anche se non erano collegate a nessuna città. Una simile diffusione del virus ha a che fare con i modi, i più svariati, con cui le comunità rurali sono state trattate riducendole a zone da sacrificare, nelle quali l’agricoltura industriale spazza via non solo il paesaggio, ma anche la capacità degli agricoltori locali e di chi processa la carne di controllare un processo decisionale che va ad incidere su ciò che accade alle loro comunità.

Cliff Willmeng: Come percepisce il tuo lavoro la comunità scientifica, e come ne stai discutendo?

Sono stato per un po’ all’Università del Minnesota come docente di geografia. Non molto a lungo. Ho detto la mia quando è emerso l’H1N1. Ho parlato criticamente dell’influenza, ma il Minnesota è una città-azienda, uno stato agroalimentare. Voglio dire, non è che ti lascino una testa di un maiale ai piedi del tuo letto. Succede molto più in stile Minnesota. Non fanno uscire nuovi bandi di concorso, non ti rinnovano il contratto, cose del genere. E’ così che fanno. Ma il processo di filtraggio è reale. Il realismo capitalista è davvero reale. E’ qualcosa che si insinua in profondità, nel tessuto stesso della pratica scientifica, fino ai formalismi matematici. Gran parte della modellazione scientifica – i modelli di suscettibilità, e quelli infettivi e di guarigione in epidemiologia – sono così concentrati sui singoli individui infetti e sul virus stesso da tralasciare i termini stocastici che determinano se una pandemia esplode o si contrae.

In altre parole, tutto ciò che abbiamo appena descritto qui in termini molto politici, in termini di economia politica e storia mondiale, è fondamentale per il modo in cui gli scienziati affrontano il problema, ma è anche alla base della loro crescita come scienziati, a cominciare da come sono stati formati fin dall’inizio. Prendi Richard Lewontin, il famoso biologo dialettico, genetista evoluzionista di grande fama che ha lavorato con Richard Levins per molti anni. Non è l’unico ad averlo detto, ma ricordo la sua visione, secondo cui gli scienziati fanno parte della società prima ancora di diventare scienziati. Sono imbevuti degli istinti della loro classe sociale e hanno insegnato quegli istinti mentre diventavano parte di quelle che spesso sono istituzioni d’élite che non si dedicano soltanto alle questioni specifiche della biologia molecolare o della computazione evolutiva, ma anche come destreggiarsi nella vita lavorativa. Quanto a chi paga per la scienza, a livello di governo, NIH e NSF – i finanziamenti stanno riducendosi. L’età media di chi ottiene borse di studio è salita alle stelle. Quindi, sì, i giovani docenti sono soggetti alla disciplina del lavoro. Le università statali sono sempre più sotto finanziate. Quindi devono rivolgersi al settore privato per i finanziamenti in ricerca e sviluppo. Così qui nel Midwest le università che hanno finanziamenti pubblici devono rivolgersi all’agribusiness per avere i soldi necessari per andare avanti. La scienza non si riduce ad un metodo. Non è solo: “Oh, ho una domanda. Raccoglierò dei dati, li testerò e vedrò se posso rifiutare l’ipotesi, o la versione bayesiana consistente nell’assegnare delle probabilità a posteriori a ciascuna di queste ipotesi”, e tutto il resto. Hai un sacco di menti brillanti a cui è assegnato il compito di cercare risposte a domande che non sono state poste da loro.

Quindi, quando una pandemia bussa alla tua porta, non sai cosa cazzo fare perché hai speso miliardi di dollari per rispondere a domande che non avevano nulla a che fare con essa, o a domande su come monetizzare questa cosa. Questi sono fallimenti istituzionali. Questo è ciò che il nostro gruppo di ricerca chiama fallimenti della cognizione istituzionale. Quello a cui assistiamo qui è la putrefazione della classe dirigente americana, una classe politica che comprende anche la sfera della scienza. Quando ti trovi di fronte a un problema che richiede che diverse unità di governo e della società interagiscano e lavorino insieme, e riflettano sulla natura del problema e sulle risposte da dare, devi avere una macchina ben oliata che sia aperta a comprendere la vera natura delle cose.

I cinesi hanno prodotto la loro versione, i Kiwi neozelandesi anche; erano versioni leggermente diverse tra loro, ma la loro cognizione istituzionale è entrata in azione. Sono arrivati a delle risposte. E hanno agito di conseguenza. Cosa stanno facendo gli Stati Uniti? Nient’altro che esitare, non riuscire a trovare una risposta o tornare alla risposta sbagliata. Insomma, a gennaio 2020, il Covid-19 sta emergendo in Cina. Negli Stati Uniti facciamo finta che non stia succedendo nulla, arriva sulle nostre coste, e facciamo ancora finta che non stia succedendo nulla; ok, quindi abbiamo perso quella scommessa. Abbiamo sbagliato. E cosa succede a gennaio 2021? Hai la variante Delta. Cosa facciamo? Torniamo indietro. Oh, abbiamo i vaccini. Toglieremo la mascherina. Torneremo a ripetere esattamente il primo errore, e fingere che non ci accadrà nulla in caso di pericolo. Ne veniamo fuori con la stessa cosa, anche perché la nostra classe politica si identifica solo con il riflesso allo specchio delle sue stesse presunzioni. L’idea di investire nei beni comuni è completamente fuori discussione. Sei alle corde, strutturalmente. Tutti i politici, di qualunque partito si tratti, sono letteralmente incapaci di pensare a delle soluzioni. E questo vale anche per i nostri scienziati, incapaci di pensare a delle soluzioni che richiedano cambiamenti profondi nella natura politica della nostra società.

Qualcuno dice: “Rob, dovremmo avere te al potere, amico. Tu sei quello della salute pubblica. Se potessi gestire le cose, cosa faresti?”. E direi, beh, posso indicarti capitolo e versetto, ma ciò che farei richiede che arrivi una società completamente diversa; solo così Rob Wallace o altri molto più intelligenti di me saranno in grado di prendere simili decisioni. Alla fine degli anni Sessanta avevi un gruppo di scienziati radicali in una molteplicità di campi, nelle scienze naturali, con un tocco di medicina sociale latinoamericana qui negli Stati Uniti. Jack Geiger, Levins e Lewontin: sono stati tutti spazzati via. Si dice spesso che la scienza progredisca un funerale alla volta. Ma in questo caso, non che tutto andasse negli anni Settanta, ma almeno c’era ancora il senso di una connessione con una svolta sociale. Quando il programma neoliberista è arrivato nelle università, quelle persone erano state tutte eliminate. Sono stati licenziati. Sono stati neutralizzati. Quindi, quanto alle persone come me, troviamo le nostre strade ai margini perché veniamo scremati. D’altra parte, il mondo si trova di fronte a problemi per risolvere i quali i radicali hanno molto da dire. Quando è emerso l’H5N1, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, che per molti agricoltori è come la Morte nera, all’improvviso ha ricevuto un sacco di soldi. E mi hanno fatto un contratto per lavorare sull’H5N1. Ho potuto fare degli interventi che, almeno a livello scientifico, contenevano degli interessanti passi in avanti. Ma poi l’H5N1 è stato risolto politicamente, anche se è ancora un problema in termini di epidemiologia.

Questo è il problema. Quando risolvi qualcosa sul piano politico, il che significa – ed è un modo elegante per dirlo – mettere il problema sotto il tappeto, il problema rimane. Emergono nuovi agenti patogeni e tu continui a tirare i dadi anno dopo anno, a fare le cose a casaccio; ora lo facciamo un paio di volte all’anno. Devi tornare alla nostra prima domanda. Ci sono tanti nuovi patogeni che stanno emergendo. E invariabilmente uno finisce con il far centro, perché è contagioso e virulento, e si infila nel traffico globale, che è in aumento e molto più integrato, nel commercio, ma anche nei viaggi, tanto che penso avrebbe dovuto far parte di quel modello dei circuiti di produzione. Una volta raggiunta la capitale regionale, sale su un aereo e in un paio d’ore il virus sta bevendo Martini a Miami Beach. Non trova ostacoli. Ecco perché è fondamentale orientarsi verso dei nuovi modelli di solidarietà umana, se non altro perché le forme di produzione e il nostro modello di civiltà ci hanno portato ad una situazione in cui un patogeno può emergere nell’area più remota che si possa immaginare, ed arrivare fino all’altro capo del mondo in breve tempo.

I fratelli nemici in competizione tra loro – come Marx chiamava i capitalisti – lavorano insieme per imporre la disciplina del lavoro, o addirittura commettono omicidi di massa per proteggere i loro interessi. Ma sono quanto mai distanti da ciò che noi tutti condividiamo. Noi siamo ancora strettamente legati alla matrice ecologica da cui dipende la nostra specie. Quando vedi una foresta, non è solo qualcosa da distruggere con il disboscamento. Funge da barriera contro agli agenti patogeni, e fornisce anche acqua pulita, e l’aria: l’intera matrice ecologica da cui dipendiamo, tutti gli animali, gli insetti, le piante e la diversità. Questo è in definitiva il motivo per cui l’alternativa è ecosocialismo o barbarie.

Cliff Willmeng: Quale sarebbe il tuo messaggio per gli operatori sanitari? E quale sarebbe un modello decisionale migliore nell’assistenza sanitaria?

Non voglio sembrare il Dr. Doom [personaggio dei fumetti statunitensi], va bene? Perché siamo nella merda, di brutto. Non lo negherò. Tracciare tutto ciò è un contributo importante, equivale a dire: “Oh, questo è il livello a cui avvengono le cose, è una faccenda seria. Dobbiamo attirare l’attenzione su questo”. Non sono nel campo medico. Non sono un’infermiera, né un medico. Mi rimetto a chi ne sa molto di più su questi temi.

Direi però un paio di cose. La prima è questa. Volendo tracciare un’analogia con quanto avviene in agricoltura, ho parlato del problema della privazione di agricoltori e comunità rurali del diritto di prendere decisioni a livello locale. Ciò conduce a un modello estrattivista che distrugge le comunità locali, le quali finiscono con l’inviare tutto il denaro via oleodotto per esempio al quartier generale della Monsanto a St. Louis, o simili. Questo aspetto del controllo locale è incredibilmente importante. E non importa quale modello si intenda adottare – anarchico, socialista o comunista, imperniato sulla pianificazione centrale. Deve comunque esservi un qualche elemento di controllo del processo decisionale a livello locale, è estremamente importante che chi fa parte delle comunità locali sappia cosa sta succedendo; questo anche se dobbiamo impegnarci pure nella costruzione di una solidarietà tra comunità che vada da una contea ad un’altra situata all’altro capo del mondo. Le infermiere e alcuni medici sono stati molto in prima linea su questo punto. Quando il CDC ha emanato l’obbligo della mascherina a maggio, hanno detto che se sei vaccinato, non hai bisogno della tua mascherina. Ed è notevole per dei dirigenti della sanità pubblica, che come specie tendono ad essere piuttosto codardi, il fatto che erano così sbalorditi da scrivere un editoriale feroce. Tanto di cappello. Chiaramente, molti sindacati degli infermieri erano molto d’accordo. Alcuni dei sindacati nazionali erano fermamente convinti che si trattasse di una stronzata e hanno fornito spiegazioni dettagliate sul perché. Gli infermieri hanno una certa autorità morale tra molti membri della comunità.

Direi che va supportato un programma che vada molto al di là dei soli vaccini. Molte persone devono essere vaccinate, ma non si tratta solo di parlare con qualcuno in una clinica o in un ambulatorio. Se si vuol davvero andare avanti, dobbiamo spingere in modo molto pragmatico sulla nozione di operatore sanitario di comunità, e avere migliaia, decine di migliaia di operatori, che possano visitare la gente, verificare come stanno, quali sono le loro esigenze. Anche persone che sarebbero fondamentalmente in disaccordo, e non vorrebbero vedere un tale lavoratore. Una visita ripetuta svilupperebbe realmente la fiducia necessaria per avere quelle conversazioni difficili.

Alla fine potrei sostenere il rovesciamento del capitalismo. E questo è un buon punto di partenza. Ma come primo passo pragmatico, parlando di cacciare anzitutto il covid-19 dagli ospedali, dove operano gli infermieri, lo sforzo di salute pubblica deve estendersi fino a comprendere le comunità, per ridurre il livello di infezione della comunità stessa, e far sì che gli ospedali non vengano invasi dai malati di covid. Ciò significa costringere i politici in varie giurisdizioni a finanziare il genere di interventi Tetris che sono stati in gran parte abbandonati, o non sono mai stati adottati. E comporta l’assunzione di molte persone con buoni salari e garanzie, perché non è un lavoro facile o alla scala necessaria.

Ma dobbiamo poi arrivare a chiederci come possiamo anzitutto impedire a questi patogeni di emergere. Il settore medico deve intervenire sull’agricoltura, se non si vuole ripetere l’esperienza. Ciò significa intervenire, dire che non si può più fare agricoltura a questo modo, dobbiamo farlo in un modo nuovo, che promuova la salute rurale a livello individuale e comunitario. Dobbiamo restituire alle persone la capacità di controllare le cose. E’ una storia molto lunga, che riguarda i benefici per la salute pubblica del controllo comunitario. Il danno alla salute della comunità e il settore agricolo sono strettamente connessi.

Altri paesi hanno risolto la faccenda. C’è stato un recente focolaio in una città cinese, e hanno inviato lì 70.000 operatori sanitari pubblici, di corsa. Sono molto attenti a quanto accade negli ospedali e nella comunità. Questo non fa parte dell’istinto americano, perché qui ci si vorrebbe sbarazzare dei problemi sul nascere per non doversene occupare. Si parlava di appiattire la curva e tutto il resto. Ne hai sentito parlare ultimamente? No. È tutto finito. Abbiamo fallito. Vogliamo solo aprire i luoghi di produzione. Prendi i tuoi fottuti vaccini. Se non lo fai, è colpa tua. E se muori, beh è sfortuna, amico. E, sai, bisogna servire l’economia, amico.

In che modo un ospedale basato sul modello aziendale può adottare un modello di operatori sanitari di comunità? Cosa faranno? Vuoi sbattere una banconota in faccia a chi incontri per strada e dirgli: “Ehi, dovresti fare il vaccino. A proposito, ecco i soldi”. E’ un lavoro senza profitto. Se hai intenzione di dire: “Non faremo nulla con profitto e lasceremo che il governo paghi per questo”, i governi diranno: “Noi non lo facciamo” perché “la base imponibile si è ristretta”, o perché’ “non vogliamo, vogliamo gestire il governo come un’azienda”, e tutta quell’ideologia, allora, per definizione, gli ospedali non possono farlo. Ci sono infermieri di comunità. Ci sono, a quanto ho capito, persone che effettivamente scendono in strada e fanno quel genere di lavoro.

Ma come si fa ad andare più in profondità? So che il modello cubano è più sul pezzo; la loro nozione di salute comprende tutti i luoghi in cui la gente vive effettivamente, senza limitarsi alla loro casa. Non si tratta solo di visite domiciliari. Si tratta di vedere come la salute della comunità dipenda organicamente dalla possibilità di agire a tutti i livelli. Che si tratti di un uragano che si abbatte o di un’epidemia. Si tratta anche di sostenere l’auto-organizzazione in modo che la cognizione istituzionale possa penetrare nella vita comunitaria – la capacità della comunità di decidere cosa fare e come intervenire.

Penso di averlo scritto su Dead Epidemiologists. Quando mi è stato diagnosticato il Covid, non c’era con me nessun operatore sanitario di comunità. Nessuno ha bussato alla mia porta. Ho avuto la diagnosi per via telematica, da un’infermiera che non mi ha visto né tonsille né narici. E non era colpa dell’infermiera. Riguarda la decisione presa dalla società, di gestire un pericoloso focolaio, in un momento in cui non sapevamo nulla di Covid, con la telemedicina e nient’altro. Questo è profondamente inquietante. Ha davvero mostrato qual è lo stato della salute pubblica in questo paese ad un livello molto personale.

da qui

 

I Limiti della Scienza: Come Dimostrare che le Mascherine Funzionano (oppure no?) – Ugo Bardi

Una discussione dei limiti della scienza quando si tratta di valutare sistemi complessi che non si prestano a un approccio “Galileiano” di misure in condizioni controllate. Per quanto riguarda le mascherine protettive, con tutta la buona volontà, la scienza non ci può dare risultati certi e validi ovunque, nonostante le affermazioni dei virologi televisivi (vedi anche questo articolo di Scorrano e altri)

Per anni ho seguito il blog di Paolo Attivissimo, “Il Disinformatico” trovandolo spesso utile e informativo. Ho smesso di seguirlo quando Attivissimo se n’è uscito con una frase particolarmente infelice. “La stessa scienza che manda sonde su Marte ci dice di indossare le mascherine antivirus.” (cito a memoria).

Sono quelle cose che ti fanno dubitare della logica dell’intero universo. La scienza che manda sonde su Marte non è — enfaticamente NON è — la stessa scienza che valuta l’efficacia delle mascherine. Nemmeno per idea. Non ci siamo proprio.

Quando si parla di “Scienza” (quella con la “S” maiuscola) di solito ci si riferisce alle affermazioni dei virologi televisivi i quali, a loro volta, tendono a parlare di una cosa che si chiama “metodo scientifico,” quello di Galileo.

Ma Galileo si occupava di astronomia e di vari aggeggi meccanici. Non aveva gli strumenti per analizzare quelli che oggi chiamiamo “sistemi complessi.” Sono due mondi completamente diversi.

Per dare un’idea della confusione che regna anche fra gente che dovrebbe saperne di più, all’inizio della pandemia sono apparse delle riprese al rallentatore delle goccioline di saliva (dette da taluni “sputazzi”) emesse quando uno parla. Si vede, come vi aspettereste, che la mascherina intercetta un buon numero di goccioline. Da qui, alcuni (anche miei colleghi) hanno dedotto che la mascherina funziona, concludendo con una frase che oggi è di moda, “serve altro?”

Si. Serve altro. Molto altro.

Non c’è modo di misurare direttamente la trasmissione di un virus da una persona a un’altra, tantomeno usando una telecamera. Al massimo lo può stimare con metodi di tracciamento, ma con enormi incertezze. Per studiare sistemi complessi di questo tipo ci vogliono metodi statistici. Già questo non è un concetto facile da passare in un mondo in cui ci si aspetta che dalla TV arrivi una risposta “si o no” a tutte le domande. Ma gli studi statistici, anche se fatti bene (e non sempre è il caso) hanno dei grossi limiti.

Un buon esempio è quello delle mascherine anti-virus. Sono efficaci oppure no? I virologi televisivi ci dicono di si perché loro, i virologi, sono “La Scienza.” (serve altro?). Ma se vai a vedere i risultati degli studi, le cose non sono affatto chiare. Ve lo raccontano, per esempio, Luca Scorrano e i suoi collaboratori in un recente review dei dati disponibili dove vi dicono chiaramente che “i dati disponibili non suggeriscono l’uso universale, spesso improprio, di mascherine facciali per la popolazione come misura protettiva contro il COVID-19”

Allora, come mai in TV vi dicono una cosa mentre altri scienziati ne dicono un’altra? Ha a che vedere con l’incertezza dei risultati statistici, per cui se uno vuole trovare dei dati che confermano la sua opinione, riesce di solito a trovarli. Vi faccio un esempio. Si è letto ultimamente di un lavoro che arriva dal Bangladesh che è stato presentato sui media (e persino sulle riviste scientifiche, tipo “Nature”) come una conferma dell’efficacia delle mascherine (serve altro?).

Ma è vero? Premetto che è uno studio ben fatto, per quanto possibile. Ma, anche così, i risultati sono incerti e difficili da interpretare. Andiamo brevemente a esaminarlo.

Nello studio, I ricercatori hanno preso in esame un gran numero di villaggi nel Bangladesh. In alcuni si distribuivano mascherine gratis e gli abitanti venivano incoraggiati a indossarle, come pure a mantenere il distanziamento. In altri, non si faceva niente del genere, per cui quasi nessuno indossava mascherine o si teneva a distanza. Dopodiché, i ricercatori hanno analizzato la presenza di anticorpi nel sangue delle persone sintomatiche.

L’approccio è quello giusto e il lavoro ha esaminato oltre 300.000 persone. Una statistica senza dubbio significativa. E i risultati? In buona sostanza sono:

  1. Il distanziamento non ha nessun effetto sulla trasmissione del virus
  2. Le mascherine in stoffa non hanno nessun effetto nel ridurre la trasmissione del virus
  3. Le mascherine chirurgiche riducono di circa l’11% la trasmissione del virus

Diciamo che sono risultati abbastanza sensati a parte certi dettagli un po’ strani: per esempio che i villaggi dove si portavano le mascherine hanno avuto lievemente PIU’ persone con sintomi di quelli dove non si portavano (lo dicevo che queste cose non sono mai semplici!).

Comunque, se non altro i risultati provano che le “goccioline” (ovvero gli “sputazzi”) NON trasmettono il virus, altrimenti le mascherine di stoffa le avrebbero fermate, almeno in parte. Invece, le mascherine chirurgiche hanno dei pori più piccoli e bloccano una frazione le particelle submicrometriche dell’aerosol che trasmette il virus. Era una cosa che si sapeva già da un pezzo, questa è una conferma (serve altro?).

Fin qui, bene. Ma che cosa ne deduciamo nella pratica? Eh, beh, la faccenda si fa complicata.

Per prima cosa, c’è un problema di fondo con questo e tanti altri studi. Gli autori stessi dichiarano che erano partiti con l’idea di provare che le mascherine funzionano. E’ chiaro che ne erano convinti fin dall’inizio. Ora, domandatevi cosa sarebbe successo se non avessero trovato nessun effetto. Avrebbero pubblicato l’articolo lo stesso? Sarebbe stato citato sui media? Immaginatevi quelli che hanno finanziato lo studio arrabbiatissimi con i ricercatori e che gli dicono, “avete sprecato un sacco di soldi per non trovare nulla!”

E se qualcun altro avesse fatto uno studio simile dove non trova nessun’effetto, sarebbe stato pubblicato e citato? Questo è un problema ben noto nella scienza medica: uno studio che non riesce a provare un’ipotesi viene lasciato di solito in un cassetto. Il fatto che un medicinale NON funziona non porta vantaggi a nessuno, quindi non c’è interesse a farlo sapere in giro. Il risultato è che si pubblicano solo articoli dove si prova qualcosa, oppure, peggio, si interrompono i test quando i dati disponibili sembrano dimostrare qualcosa. Non si sa mai: facendo altre misure l’effetto trovato potrebbe sparire!

Seconda cosa: lo studio ha il limite di essere stato fatto su dei villaggi del Bangladesh dove, con tutta la buona volontà, le condizioni di vita, le distanze sociali, l’areazione degli spazi interni, e tantissime altre cose, non sono le stesse che in Europa. Basti dire che quando uno si prova a comparare i risultati della Svezia (dove non si portano mascherine) con quelli dell’Italia (dove le si portano quasi ovunque) ti arriva la critica “ma la Svezia è diversa dall’Italia” — figuriamoci allora il Bangladesh!

Ma la cosa fondamentale è cosa fare con questo dato dell’11% in meno di infezioni, assumendo che sia vero. E’ una questione di bilanciamento costi/benefici: vale la pena costringere un’intera popolazione a portare mascherine per ottenere un beneficio di questa entità? I ricercatori che hanno scritto l’articolo ci hanno ragionato sopra arrivando alla conclusione che, si, l’effetto delle mascherine è piccolo, ma che può valere la pena indossarle se sono prodotte su larga scala per ridurre i costi.

Forse è vero, ma qui c’è un problema tipico dei sistemi complessi che si esprime dicendo “in un sistema complesso, non puoi fare una cosa soltanto.” Al momento in cui cominci a parlare di mettere su un’industria intera per fabbricare mascherine chirurgiche che poi tutti devono indossare, poi ti trovi il problema di cosa fare quando le cose cambiano. Il calcolo del rapporto costi/benefici è stato fatto per quattro mesi di dati, ma si sa che l’epidemia va su e giù e le cose cambiano sempre. E se nuovi dati ti dicono che la mascherina non serve, cosa fai del sistema di produzione che hai costruito? E cosa fai di quelli che ci lavorano? E dei soldi che ci hai speso sopra? Capite il problema.

E poi, quali sono gli effetti a lungo termine delle mascherine chirurgiche su persone che hanno difficoltà respiratorie? Nessuno lo sa e nemmeno si può sapere perché sono, appunto, a lungo termine. Per non parlare poi degli effetti psicologici, che sono difficilmente quantificabili, ma ci sono, specialmente sui bambini e sui giovani. Tutte cose di cui nell’articolo non si parla, ma che sono importanti.

E l’inquinamento causato dalle mascherine usate? Nell’articolo, se la cavano dicendo che fino ad ora è stato circa “un terzo di quello causato dalle borse di polietilene” come per dire, “non è poi così tanto”. Ma vi sembra poco aver aumentato l’inquinamento da microparticelle del 30%? E questo è per una situazione in cui indossare mascherine era una cosa ancora rara in Bangladesh. Cosa succederebbe se tutti se la mettessero? Anche qui, nessuno sa quantificare i danni a lungo termine causati dalle microparticelle delle mascherine sparpagliate in giro. Eppure è un altro parametro fondamentale che dovremmo considerare per prendere delle decisioni.

Insomma, vedete come sono complicate e difficili le cose. In confronto, mandare una sonda su Marte è cosa molto semplice per “La Scienza,” nella sua forma Galileiana. Ma quando si tratta di quantificare effetti deboli tipo le mascherine come mezzo contro la diffusione di un virus, beh, la Scienza è in grossa difficoltà. Al massimo, ti da delle indicazioni. E non si dovrebbero usare queste indicazioni per terrorizzare la gente. E invece…..

https://www.sinistrainrete.info/articoli-brevi/21324-ugo-bardi-i-limiti-della-scienza-come-dimostrare-che-le-mascherine-funzionano-oppure-no.html

Lo stato di salute del Servizio sanitario nazionale – Chiara Giorgi

Si parla tanto di Green pass e terza dose ma poco di sanità territoriale e di rilancio del Ssn. Quando pro capite l’Italia spende la metà della Germania e in totale il 15% in meno rispetto alla media Ue. Lo dice il report di “Associazione Salute Diritto fondamentale”.

I prossimi mesi dovrebbero essere occupati da una riflessione e soprattutto da un impegno politico e culturale volti a difendere e rilanciare il ruolo imprescindibile della sanità pubblica. Ciò che infatti rischia di essere smarrita, nel tanto parlare di Green pass e di terza dose del vaccino, è la priorità di un’analisi critica sullo stato di salute del nostro Servizio sanitario nazionale (SSN). Strumento quest’ultimo che garantisce a tutti e tutte, indistintamente, la tutela della salute, a partire dall’assistenza territoriale e dalla prevenzione, volto a perseguire gli obiettivi di uguaglianza, universalismo, omogeneità territoriale, globalità delle cure.

L’impressione è che, viceversa, le continue polemiche che occupano la scena quotidiana della comunicazione sull’estensione o meno del Green pass, oscurino la “vera partita” oggi in corso: il rilancio e la riqualificazione del sistema sanitario pubblico, la centralità di una concezione della salute non capitalizzata, la responsabilità pubblica della gestione della sanità, l’urgenza di una politica radicale che metta al centro il diritto alla salute, come diritto fondamentale e forma essenziale di giustizia sociale e liberazione umana.

Il SSN, è noto ma giova ribadirlo, venne istituito negli anni Settanta (legge 833/78) e fu l’effetto di quanto prodotto e agito in quel periodo storico, nel quale si diede vita a esperienze, sperimentazioni, pratiche di lotte, conflitti, elaborazioni teoriche che non hanno eguali nella storia dell’Italia repubblicana. Il SSN rispose a una visione unitaria della salute, fisica e psichica, individuale e collettiva, come fatto sociale e politico (sociale nella genesi e politico nella risoluzione). Esso fu sin da subito caratterizzato da un’impostazione integrata dell’intervento sanitario e di quello sociale, dalla centralità del momento preventivo e dell’approccio epidemiologico, da una organizzazione territoriale, da un impegno diffuso capace di investire le questioni legate alle condizioni di lavoro e alla tutela dell’ambiente.

Rimettere al centro dell’attenzione i caratteri costitutivi e i principi ispiratori del SSN può allora aiutarci a comprendere le preoccupazioni di quanti sono intenti nel rafforzarlo e sottrarlo a pericolosi e sventati tentativi di drastico indebolimento. Negli ultimi tempi più segnali indicano che è sempre più vicino un disegno di privatizzazione della sanità italiana, incentrato sul rafforzamento del privato, dei meccanismi e delle logiche del mercato. Proprio contro questa deriva si è espressa l’Associazione Salute Diritto fondamentale, la quale ha promosso un documento critico delle attuali politiche sanitarie ed è impegnata a elaborare risposte che possano consentire di rafforzare il servizio sanitario pubblico.

Come si è reso evidente in questi lunghi e tragici mesi, il SSN è giunto impreparato ad affrontare il Covid-19: i limiti che si sono manifestati a fronte dell’impatto dell’emergenza sono derivati dal suo progressivo de-finanziamento, dai tagli dei posti letto e del personale, dallo spazio lasciato alla sanità privata, dall’indebolimento della medicina territoriale e dei servizi di prevenzione, che avevano invece informato la fisionomia dell’istituzione del SSN. A pesare nella vicenda della pandemia sono state le conseguenze di politiche di privatizzazione e mercificazione della sanità (e del welfare) effettuate negli ultimi decenni nel contesto della riorganizzazione neoliberale del capitalismo.

Se consideriamo la spesa sanitaria pubblica, essa è di fatto rimasta ferma tra il 2017 e il 2020 a poco più del 6,5% del PIL, ben distante dai livelli di spesa di paesi come la Germania e la Francia. In termini pro capite il SSN spende la metà della Germania e la spesa sanitaria totale per abitante è del 15% in meno rispetto alla media UE.

Calcolando la spesa in termini reali, al netto dell’inflazione, dopo un aumento in linea con gli altri paesi sino al 2009, le risorse pro capite per la sanità pubblica italiana nel 2018 sono cadute del 10%, mentre in Francia e in Germania sono aumentate del 20%. Questi dati fotografano l’entità della riduzione delle risorse pubbliche particolarmente grave in un paese ad alto invecchiamento della popolazione e un decisivo disinvestimento dalla sanità pubblica che si è palesato soprattutto in termini di riduzione dei servizi e del personale, con l’effetto di uno spostamento della domanda verso il mercato privato.

Ma ancor più preoccupanti sono le previsioni di spesa in questo campo per i prossimi tempi, i quali mostrano, secondo quanto emerge dai documenti del governo, una riduzione continua dal 2022 al 2024 (6,7% nel 2022, 6,6% nel 2023 e addirittura 6,3% nel 2024). Un «pessimo segnale», come si afferma nel documento dell’Associazione Salute Diritto fondamentale, che indica come la cosiddetta lezione della pandemia non sia servita a rafforzare il SSN e anzi come la direzione intrapresa sia quella di una sua ulteriore penalizzazione, di contro all’espansione dell’offerta privata, «trainata anche dalla diffusione di varie forme di assicurazioni integrative e aziendali».

I segnali allarmanti che rischiano di indebolire ulteriormente il SSN non finiscono qui e nel documento dell’Associazione se ne individuano ben altri quattro.

Il primo riguarda il fronte del personale, già drasticamente ridotto nel numero dei medici, degli infermieri e in generale degli addetti alle professioni sanitarie. Allo stato attuale, dati i limiti previsti nella spesa corrente e nella mancata rimozione dei vincoli che limitano le assunzioni a tempo indeterminato, non si registrano inversioni di tendenza, mentre continua la fuga all’estero del personale sanitario italiano ed è carente la programmazione della formazione universitaria (negli ultimi dieci anni si contano 10 mila medici italiani migrati altrove). È bene ricordare a questo proposito che tra gli elementi di criticità della sanità italiana degli ultimi anni, palesatisi proprio durante l’emergenza sanitaria, vi sono oltre il menzionato sotto-finanziamento della spesa sanitaria: diseguaglianze nell’accesso ai servizi (sia in termini territoriali, sia sociali); un fortissimo carico di lavoro che grava sulle spalle degli operatori sanitari (poco gratificati in termini di remunerazione e condizioni di svolgimento della propria professione); un’alta quota di risorse economiche assorbite dalla sanità privata (significativo è anche l’aumento della compartecipazione degli utenti ai costi delle prestazioni). Elementi questi che dovrebbero essere subito affrontati in un’agenda di rinnovamento della sanità pubblica.

Il secondo indizio concerne la lentezza nella ripresa dell’attività ordinaria, con il rischio che i cittadini si rivolgano sempre più al privato – che avendo partecipato solo marginalmente alle attività emergenziali non richiede riorganizzazione e ristrutturazione –, evitando le strutture pubbliche in affanno. Qui si nasconde uno dei pericoli più gravi, altrettanto presente rispetto alla destinazione delle risorse del PNRR. I 500 milioni stanziati per smaltire le liste di attesa e i fondi del Piano per l’assistenza domiciliare integrata rischiano infatti di essere destinati ad erogatori privati, anziché «rafforzare la presa in carico globale e integrata da parte dei servizi pubblici». Con il risultato che mentre va indebolendosi l’offerta pubblica, aumenta il potere di mercato di molti soggetti privati.

Un’ulteriore spia allarmante proviene dalle proposte di riforma per aumentare la concorrenza nel settore, avanzate al Governo dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato nel marzo scorso, le quali sollecitano maggiore apertura “all’accesso delle strutture private all’esercizio di attività sanitarie non convenzionate” e l’eliminazione del “vincolo della verifica del fabbisogno regionale di servizi sanitari”.

Su tutto, ciò che rischia di imporsi con grande rapidità e nel vuoto della politica, di una cultura politica capace di opporsi a concezioni privatistiche, è il modello sanitario lombardo. Un modello che da anni ha cancellato la rete dei servizi territoriali pubblici e ha messo in campo una concorrenza tra pubblico e privato sleale, squilibrata e a favore di quest’ultimo.

Proprio alla vigilia della legge di bilancio 2022 e delle annunciate misure sulla concorrenza, si rende più che mai necessario «correggere questi indizi» – afferma l’Associazione. Serve rilanciare mobilitazioni per la tutela e la promozione universale della salute, individuale e collettiva; porre al centro dell’attenzione pubblica e dell’agenda politica il ruolo imprescindibile della sanità pubblica.

Il rilancio di un servizio sanitario pubblico, universalista, egualitario, senza discriminazioni di accesso e finanziato dalla fiscalità generale dovrebbe collocarsi in una più ampia espansione di tutti quei servizi collettivi di welfare che sono stati colpiti o riconfigurati in funzione del profitto dalle politiche neoliberali, ma che rimangono terreni cruciali per una combinazione delle lotte. Un rilancio e una riqualificazione legati alla rimessa in campo del principio dell’integrazione socio-sanitaria, a una programmazione nazionale dei servizi coordinata a livello regionale, e soprattutto al più complessivo ruolo della politica (una politica del cambiamento) nella promozione del benessere, di istanze di égaliberté, nella riscrittura universale e democratica del welfare.

Questo articolo è uscito in forma ridotta su “Il Manifesto”, 15 settembre 2021 e in forma estesa anche su Crs

https://sbilanciamoci.info/lo-stato-di-salute-del-servizio-sanitario-nazionale/

 

Il legame tra cancro e ambiente negli studi di epigenetica. Un’intervista a Ernesto Burgio (con aggiunte segnalazioni dei lettori su Terra dei fuochi e Pfas)

https://pungolorosso.wordpress.com/2021/09/29/il-legame-tra-cancro-e-ambiente-negli-studi-di-epigenetica-unintervista-a-ernesto-burgio/

LE VIGNETTE – scelte dalla “bottega” – SONO DI MASSIMO GOLFIERI

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

4 commenti

  • bruno vitale

    rob wallace imperversa di nuovo; ha certo una certa esperienza, e competenza; ma è anche un cialtrone (le cose non sono incompatibili!); per presentare con grancassa un suo libro, internet ha messo in evidenza alcune frasi del libro, con un errore genetico troppo grossolano per non essere voluto: scrivere una idiozia genetica per far rumore, per eccitare i poveri ignari ma affamati di scandali psedoscientifici; che tristezza! parecchi tentativi di fargli correggere questo errore (cosciente!) per eccitare il lettore ad acquistare il libro sono stati vani
    (il libro è stato raccomandato e diffuso duranti anni dalla Montly Review)

    leggete uno dei miei tentativi senza risposta:

    – R.Wallace (rob)

    R.Wallace: Big farms make big flu; Dispatches on infectiuos disease, agribusiness and the nature of science. New York: NYU Press (distributes Montly Review P.), 2016.

    “Thanks to breakthroughs in production and food science, agribusiness has been able to devise new ways to grow more food and get it more places more quickly. There is no shortage of news items on hundreds of thousands of hybrid poultry – each animal genetically identical to the next – packed together in megabarns, grown out in a matter of months, then slaughtered, processed and shipped to the other side of the globe. Less well known are the deadly pathogens mutating in, and emerging out of, these specialized agro-environments. In fact, many of the most dangerous new diseases in humans can be traced back to such food systems, among them Campylobacter, Nipah virus, Q fever, hepatitis E, and a variety of novel influenza variants.” (presentation of the book on internet)

    ora, “– each animal genetically identical to the next – ” significa ‘clone’ (come la famosa pecora di anni fa) e wallace sa perfettamente che i ‘clones’ nascono solo da difficili gestationi ‘non sessuali’ (se si mescola parte del genoma del padre con quello della madre in un “packed together megabarn” , come si potranno mai avere centinaia di figli tutti ‘genetically identical’?)

    è una panzana di uno scienziato cialtrone, per fare un grande ‘bhuum!!’, ed infatti la frase è stata citata – evidentemente ‘con l’orrore dovuto’ – e il libro letto e citato ‘con l’onore dovuto’

    – nella mia ignoranza di cosa sia (geneticamente) una ‘gallina ibrida’, mi sono rivolto a internet:

    wikipedia: “There are additionally a few hybrid strains which are common in the poultry world, especially in large poultry farms. These types are first generation crosses of true breeds. Hybrids do not reliably pass on their features to their offspring, but are highly valued for their producing abilities.”

    quindi, addio al ‘genetically identical’!

    bruno – aprile 2020

  • Mariano Rampini

    Allora…non voglio spaventare gli amici che mi leggeranno ma credo proprio che la carne messa al fuoco in queste pagine sia tantissima. Una sorta di banchetto di Trimalcione in cui sulla tavola appare di tutto e di più…Comincio con Wallace (figura magari discutibile secondo un precedente commento) ma che ha messo il dito su uno degli elementi cruciali per lo studio e la prevenzione di queste malattie (ricordare l’Hiv presente in alcune famiglie di primati prima di fare il salto animale-uomo, non mi sembra inopportuno). Che la progressiva presenza umana in zone che vengono deforestate mette a contatto (soprattutto nei Paesi dove c’è un’idea di agricoltura arcaica e non guidata da principi di sostenibilità ambientale) virus latenti in numerose specie animali (i pipistrelli, gli uccelli e via dicendo) che prima dell’arrivo delle popolazioni, vivevano nel loro ambiente senza fuoriuscirne. Il passaggio dall’animale all’uomo, sempre possibile per organismi che hanno forti capacità di adattamento e mutazione, è pressoché inevitabile senza una vigilanza attenta e continua e, soprattutto, un’azione di profilassi la più immediata possibile. In questo non so dar torto alle molte teorie di Wallace che spaziano in ambiti assai diversi ma tutti collegabili. E non so neanche quale possa essere il ruolo reale delle multinazionali agroalimentari nel promuovere forme di sfruttamento dei suoli e degli ambienti senza nessuna attenzione alle conseguenze a lungo termine delle loro azioni. In questo senso credo che le tesi di Wallace non siano molto lontane dal vero. Vengo ora all’intervento di Ugo Bardi di cui non mi permetto di mettere in dubbio i saperi e le capacità. Da lettore semplice quale sono però c’è qualcosa di “stonato” nel suo post. Cioè la sensazione che si voglia fare una critica tout cour senza però accompagnarvi una soluzione: una sorta di “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” di bartaliana memoria che, alla fine, lascia il tempo che trova. E che, comunque, non mi induce affatto a non usare la mascherina, anzi, mi spinge ancor di più a farlo. E’ – come ho premesso – una mia personalissima impressione corroborata però dai commenti dei colleghi universitari di Bardi che è possibile leggere accedendo al link che correda il suo intervento. Resto quindi con i miei dubbi e con la mia mascherina (sempre e comunque nei locali chiusi, non sempre all’aperto: ci tengo a precisarlo). Resta il bell’intervento dell’amica Chiara Giorgi (me lo consenta). Il tema della privatizzazione “sommersa” ma sempre più pervasiva della sanità pubblica è problema sentito e discusso da almeno una ventina d’anni. Da quando cioè prese piede l’idea dell’aziendalizzazione del Ssn e l’introduzione di parametri aziendalistici nella conduzione e gestione delle sue strutture. Non fu una scelta felice quella del ’92 e trovò da subito non pochi detrattori. Che però non riuscirono a fermare un processo che finì con l’erodere – e non di poco – la già scossa fiducia dei cittadini verso la sanità pubblica spingendola inesorabilmente verso quella privata. Che sostanzialmente aveva le stesse finalità: quelle di produrre profitti. Un obiettivo da subito apparso irraggiungibile e non solo per gli sprechi che pure ci sono stati e ci sono in sanità. La riduzione dei centri di acquisto regionali, ad esempio, ha finito con l’evidenziare le differenze tra una Regione e l’altra rendendo sempre più evidente l’esistenza di Regioni “virtuose” (capaci cioè di risparmi consistenti ma a volte a scapito della qualità del servizio) e Regioni che non lo sono o non lo sono state. Il discorso come Giorgi saprà bene è lunghissimo e anche tedioso visto che quelle critiche e quanto è accaduto nel frattempo (con una trasformazione in corso d’opera: il ministero della Sanità è diventato della Salute) poco hanno modificato le molte storture del sistema pubblico (contrapposte a zone d’eccellenza che vanno comunque citate). Il Covid però qualcosa di buono ha fatto: non solo ha dimostrato la capacità (portata all’eccesso) di tenuta del Ssn ma ha anche sottolineato i molti mali della sanità privata che mai e poi mai potrà avere a suo obiettivo la prevenzione delle malattie. Perché la parola magica continua da sempre a essere quella: prevenzione. Ancora un grazie a La bottega dei barbieri per averci fornito idee e concetti sui quali confrontarci…

  • Vitale mette un “dito in una piaga” e fa bene…Rampini è filogovernativo ed anche un po’ sfuocato…
    Il fatto vero è che gli interessi economici e la finanza hanno annientato la sostenibilità del pianeta e la “polis” si è genuflessa invece di porre argini al disastro globale da tempo in atto.
    Ricordo che, nelle terre ancora presunte vergini del pianeta, le popolazioni native si nutrono e cacciano, da sempre, di ciò che serve loro giorno per giorno, nulla più!!!
    Qui sta’ la grande differenza tra loro, oramai pochi, e noi occidentali: “accaparratori, arraffatori, accumulatori, inquinatori, devastatori, egoisti e finti filantropi”.
    Arriverà il tempo in cui sarà “madre terra a metterci tutti in quarantena” e non sapremo più cosa fare; lo affermo con un senso di ironia misto a sconforto….poi magari, qualche filantropo ci? proporrà che sarà possibile andare a vivere su Marte, facendo scalo sulla Luna.
    Corrado Seletti
    Perilfuturodellenostrevalli
    Ambiente – Salute e Vita
    Sinergie Positive

    • Mariano Rampini

      Perdonami ma non comprendo l’idea del filo-governativo: sostenere che Wallace (al di là della critica di Vitale che mi pare si riferisca ad altre cose rispetto all’intervista segnalata e su cui non metto bocca perché non conosco il libro a cui si riferisce) sostenga tesi contrarie alle multinazionali agro-alimentari è filo-governativo? Ricordare che l’urbanizzazione delle foreste e la deforestazione operata per favorire gli interessi delle stesse multinazionali agroalimentari, è filo-governativo? Ricordare ancora che molti virus (non solo l’Hiv ma anche Ebola, solo per citarne due) sono emersi allo scoperto a causa dei cacciatori di scimmie (che non lo facevano per sopravvivere ma per il mercato delle pelli) è filo-governativo? Apprezzare l’intervento di Giorgi per un’idea di Servizio sanitario che sappia prestare più attenzione alla prevenzione e contestare la scelta della sua aziendalizzazione è filo-governativo? Le critiche le accetto ben volentieri ma sarei più felice se fossero motivate. Detto questo vorrei osservare che l’immagine che proponi di una politica che si genuflette agli interessi economici non è – ahimè – cosa di oggi. E’ un processo in atto fin da quando qualcuno è riuscito a guadagnare sulla pelle degli altri, spingendo al potere (torno al discorso dell’inesistenza di poteri buoni) chi sosteneva i suoi interessi. Mi sembra che un certo Carl Marx abbia scritto qualcosa in proposito. Infine: che possa giungere il tempo in cui madre Terra ci metterà in quarantena tutti (e non ci lascerà più uscire) è altamente probabile se si continua a seguire i modelli di sviluppo attuali. Lo scrivo anche perché sono assolutamente consapevole che per attuare un’inversione di tendenza saranno necessari molti decenni: nulla può cambiare dall’oggi al domani. Quindi preferisco pensare che ci siano ancora uomini di buona volontà che possano fare qualcosa almeno per avviare un processo di cambiamento. Che poi raggiungano ciò che si prefiggono è altra cosa.

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