«Uomini contro»: ingiustamente esaltato dai pacifisti

Nell’anniversario della cosiddetta vittoria – con milioni di morti – Chief Joseph esamina le ambiguità del film di Francesco Rosi

UOMINI CONTRO – 1970 – Regia – Francesco Rosi – Durata: 100’ – Soggetto dal libro: “Un anno sull’ altipiano” di Emilio Lussu – Sceneggiatura: Tonino Guerra – Fotografia: Pasqualino De Santis – Musica: Piero Piccioni – Interpreti: Mark Frechette, Alain Cuny, Gian Maria Volonté, Mario Feliciani, Franco Graziosi, Pier Paolo Capponi – Produzione: Prima Cinemat-Jadran – Origine: Italia.

TRAMA

Durante la Prima Guerra Mondiale i soldati del generale Leone dopo aver conquistato una cima, lasciando sul territorio tremila caduti, ricevono l’ordine di abbandonarla. Poi l’ordine cambia: occorre che la cima venga di nuovo tolta al nemico. Gli inutili assalti si susseguono provocando una strage. Stanchi di essere mandati al massacro, alcuni soldati inscenano una protesta: il generale Leone ordina di punirli con la decimazione. Costretti a uccidere o essere uccisi, i soldati italiani rivolgono la loro fiducia ai tenenti Ottolenghi e Sassu. Ma il primo muore, nel tentativo di impedire il massacro dei suoi uomini mentre Sassu viene condannato alla fucilazione per essersi opposto all’ordine iniquo.

COMMENTO

Per troppo tempo «Uomini contro» è stato la bandiera della non violenza, il nucleo fondamentale attorno al quale ruotavano i cineforum con vendita di pacifismo a buon mercato, l’esemplificazione storica del modo in cui il cinema italiano si impegnava contro la guerra. Occorre allora smantellare gli equivoci di fondo e dichiarare a chiare lettere che Uomini Contro, di Francesco Rosi non è sicuramente più pacifista di Prima Linea di Robert Aldrich. Si dovrebbe infatti dimostrare qual è la sostanziale differenza tra un film che dichiara esplicitamente la necessità della guerra e uno invece che non prende assolutamente posizione sul massacro di migliaia di soldati, limitandosi a raccontare la storia di un ufficiale pazzo e invasato, il generale Leone, e di due ufficiali che dopo aver dimostrato tutto il loro valore, hanno una crisi di coscienza, finendo crivellati rispettivamente dai colpi del nemico e del plotone di esecuzione. Francesco Rosi sviluppa in questo film la logica della fiction made in USA, all’interno dei quali l’avvocato, il poliziotto o qualsivoglia altra figura sociale non prendono mai posizione in merito ai problemi che il contesto offre, ma adeguano la loro professionalità alla situazione, realizzando in questo modo la commercializzazione del prodotto e la non discriminazione del potenziale pubblico. Alla possibile obiezione secondo la quale i due tenenti prendono alla fine posizione contro il conflitto sacrificando la loro vita, occorre rispondere che essi si limitano a opporsi ai loro ufficiali: il maggiore e il generale Leone. In questa direzione risulta significativo il fatto che Gian Maria Volonté, esasperato dagli ordini dei superiori, si butti allo sbaraglio, offrendo la sua vita di eroe e di valoroso; ed è importante sottolineare questo aspetto perché nella prima parte del film egli accetta, di fatto, la condanna a morte di un soldato che aveva disertato… anche se con un trucco riesce a salvare una “vedetta” dalla fucilazione decisa dal generale Leone.

E non valgono molto le sue crisi di coscienza, il suo tentativo di evitare l’esecuzione perché proprio in quella fase che Rosi, rifacendosi al feuilleton ottocentesco, ci sottopone ad una scena strappalacrime, nella quale il condannato a morte chiede di essere giustiziato dal suo tenente che accetta per potergli salvare la vita con un sotterfugio. Questa generosa azione del tenente fornisce una precisa idea dell’ideologia del film; infatti Volontè mai si era opposto all’esecuzione di massa di disertori e solamente di fronte a un proprio subalterno, che si era dimostrato precedentemente valoroso, usa clemenza. La causa che lo fa agire, anche in questo caso, non è la guerra in sé ma i demenziali ordini del generale Leone che sono anche la causa del deferimento alla corte marziale dell’altro tenente. Questi due ufficiali non hanno come valore il rifiuto della logica militare, germe endemico di ogni guerra, bensì l’idea di un conflitto più umano all’interno del quale ci sia spazio per un po’ di clemenza. La logica militarista sta alla base delle loro azioni: infatti Ottolenghi, anche quando si trova di fronte alla corte marziale, non smette mai di essere ufficiale e la sua linea di difesa viene impostata a partire dalla accettazione di essere militare e di aver semplicemente messo in discussione ordini ritenuti disumani. In questo solco si inserisce l’ambiguità di fondo che contraddistingue l’opera di Rosi: «Uomini contro» al pari di tanti altri film di guerra nega e nello stesso tempo afferma. Da un lato vengono esaltati, con la logica quasi del romanzo rosa, vari rapporti interpersonali e comportamenti generosi puntualmente frustrati dalla guerra; dall’altro si mostrano, assieme a grandi atrocità, azioni di eroismo che per esprimersi hanno come fondamentale necessità la presenza della guerra.

NOTA DELLA “BOTTEGA”

Sui film di guerra e sulle ambiguità del filone “pacifista” Chief Joseph aveva già scritto in “bottega”: qui Lo schermo delle guerre e qui «Non uccidere»: due processi, un film scandalo e… Come si vede dai commenti (anche abbastanza discordanti) a quei post il tema ha appassionato chi passa da qui. Ovviamente la riflessione resta aperta. Sui disertori e sulle decimazioni la “bottega” ha scritto più volte dando anche notizia di una contronarrazione – «Ancora prigionieri della guerra» – su atrocità, bugie, infamie del massacro mondiale ’14-18.

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

7 commenti

  • Pierluigi Pedretti

    Il Capo avrebbe dovuto anche ragguagliarci sul libro ispiratore del film. Epoche diverse, la prima, la seconda, e infine la terza. Quella attuale.

  • angela dogliotti

    il commento a “Uomini contro” sembra dimenticare che il film si ispira a “Un anno sull’altipiano” di Lussu, non è una storia inventata dal regista

  • Credo di aver spiegato le ragioni delle mie critiche al film. Naturalmente si può essere in disaccordo. In questo caso sarebbe bello e soprattutto proficuo usufruire di un altro punto di vista. Il fatto che il film sia ispirato da un libro, quindi per questo salvo e inattaccabile, mi sembra un atto di fede non una analisi storico-sociologica. Infatti seguendo tale logica nessuno, per i credenti, dovrebbe avere la possibilità di criticare e mettere in discussione un film che si ispiri alla Bibbia.

  • domenico stimolo

    Giusto per non dimenticare il valore della memoria, nell’intreccio dei fatti nelle contraddizioni dell’essere….nel percorso del tempo, è fondamentale ricordare che il film è tratto dal libro di Emilio Lussu “ Un anno sull’altopiano”.

    Interventista in quel contesto storico, marcato a vita dagli orrori della guerra. Antifascista in prima linea, già deputato nel 1921 e nel 1924. Confinato a Lipari per cinque anni. Fuggito dall’isola nel marzo del 1929 con Carlo Rosselli e Fausto Nitti. Rifugiato a Parigi, tra i fondatori di “ Giustizia e Libertà”. Poi, dopo l’ 8 settembre, tra i comandanti della Resistenza a Roma.

    Il libro, scritto durante l’esilio parigino tra il 1936/37, fu pubblicato in Francia nel 1938.
    Uno dei più importanti libri italiani contro la guerra.
    Chi non ha letto e visto, come importante atto di formazione e profonda riflessione, “ Un anno sull’altopiano” e “Uomini contro”?

  • Ho un profondo rispetto e ammirazione per Emilio Lussu, per il suo libro, per il suo percorso umano e politico, ma questa non può essere la ragione in grado di convincermi che “Uomini contro” sia un film contro la guerra.

  • Francesco Masala

    direi così: film tratto da un libro di Emilio Lussu, un guerriero, che ha dimostrato l’assurdità della guerra, se ce n’era bisogno, e ha convinto tanti al pacifismo, se ce n’era bisogno.

  • Giuliano Spagnul

    Il film e il libro da cui è tratto sono SEMPRE due discorsi diversi, si possono fare dei confronti, ma una critica a un film non ha nulla a che vedere col libro. Concordo con l’analisi del film e con l’invito di DB a tenere aperta una riflessione così importante. Occorrerà tornarci sopra…

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