«Usi e costumi del popolo siciliano»

Il 10 aprile 1916 muore Giuseppe Pitrè: scrittore, medico ed “etnologo”. Lella Di Marco lo ricorda… partendo da sé.

«Io sono nato in Sicilia e lì l’uomo nasce isola nell’isola e rimane tale fino alla morte, anche vivendo lontano dall’aspra terra natìa circondata dal mare immenso e geloso» – Luigi Pirandello

Io sono nata in Sicilia … sono donna però mi ritrovo perfettamente nel pensiero del grande scrittore siciliano. Una donna che, da oltre mezzo secolo vive fuori dalla sua terra natia, e non può più accettare il maschile “generale” (cioè anche quando ci si riferisce al genere femminile).

Allora – come dalla pratica femminista da decenni ormai consolidata – anche nel ricordare il celebre medico siciliano Giuseppe Pitrè parto da me. Dal mio vissuto in Sicilia, dalle esperienze che hanno segnato la infanzia e giovinezza, come parti essenziali nella costruzione della mia identità, anche di genere. Comincio avendo sotto gli occhi un libro che contiene quella parte della mia vita. Indelebile. Un libro che è anche la mia storia unica e irripetibile. Cioè «Usi e costumi del popolo siciliano» di Giuseppe Pitrè. Un ritratto veritiero della Sicilia con parole che evocano subito immagini della vita popolare, nella sua profondità. Adesso molto è cambiato, ma quanto (in apparenza sostituito dal nuovo) è rimasto nelle coscienze che come nascondigli celano una complessa civiltà di abitudini, usanze e superstizioni le quali, nel bene e nel male, continuano a condizionare il presente… con le sue lunghe radici di civiltà.

Pitrè fu anzitutto un amato “medico dei poveri” così da venire subito a contatto con la complessa vita popolare, le pratiche, i rimedi di medicina popolare in tutte le fasi della vita, dalla nascita alla morte. La gente del popolo era la sua fonte di informazioni come i racconti della mamma o dei marinai (come il padre): gente di mare che custodisce segreti enormi. Così Pitrè sospeso tra mare cielo e terra, scendendo nei bassifondi della società, passando di casa in casa con la sua carrozza, fin da giovanissimo non ha trascorso giorno senza annotare appunti. Come preso da una frenesia inarrestabile nel collezionare notizie e cercare collegamenti con altri medici e intellettuali dell’isola, alla fine riempì venticinque volumi che – assieme a particolari oggetti ritrovati nelle case dei pazienti – oggi costituiscono il patrimonio del museo a Palermo che porta il suo nome.

Strano ma anche le mie nonne, le zie, mia madre mi hanno educata a quei costumi: non soltanto con la pratica nelle ricorrenze ma anche con doni “parlanti” dal battesimo al matrimonio. E forse anche prima .

E’ ovvio che si muta all’interno dei tempi che cambiano ma gli archetipi rimangono. Pitrè, il medico che sapeva vedere e sentire, inconsapevolmente nella sua frenetica ricerca-studio dà origine a discipline non ancora nate come la demo-etno-antropologia. Di fatto avrebbe voluto soltanto usare i risultati raggiunti come inchiesta veritiera e spingere politicamente per leggi e riforme di cui il popolo siciliano aveva bisogno. Ma chi ha responsabilità politica quasi mai vede e provvede… Fra i palermitani “che contavano” Pitrè ha avuto molti nemici che l’hanno ignorato emarginandolo, costringendolo ad agire silenziosamente da “isola nell’isola”.

 

Alla “Conca d’oro”: una poesia inedita di Pitrè alla sua Palermo

Ci sono alcune lettere scritte dal Pitrè al suo amico Di Martino. Una in particolare colpiva per la durezza usata contro i suoi nemici palermitani: nella lettera datata 22 novembre 1866 – la prima, forse, da lui scritta all’amico –  c’è una poesia assolutamente inedita che lo studioso indirizzò con la consegna del silenzio. Si intitola “Conca d’oro”.

«Non mi chiamate più la Conca d’oro

se non volete darmi la berlina,

poi che coprirmi volle di disdoro

gente affamata di sangue e di rapina

una gentaglia che, discesa in coro,

venne a portarmi il lutto e la ruina.

No ch’io non sono più d’oro la conca,

sono di ladri fatta una spelonca;

non sono più né conca né conchiglia,

sono un sepolcro pieno di mondiglia;

son diventata una vera baracca:

chiamatemi la conca della cacca». 

Perché tanta durezza? con chi ce l’aveva il grande studioso? nomi non ne fa, ma in una lettera del 1869 scrisse: «Io non ho voluto accettare nessun posto sotto un governo d’Iloti e di vandali come questo. N. m’ha fatto promettere il posto che avevo, e una promozione vantaggiosissima in Palermo stesso a mio piacimento, testimoni l’Acri, il Di Giovanni e l’Amico. Io rifiuto il beneficio che mi venga da un brigante e da un assassino!».

É un momentaccio nella vita del Pitrè: la frenesia della raccolta del materiale etnografico, la passione per gli studi e la cultura popolare siciliana, si scontrano con il lavoro di medico, messo a dura prova dal colera scoppiato nel 1865 e che nel 1867 aveva ripreso vigore.

La pagina di sfogo sul colera e il modo di approcciarlo da parte delle autorità sembra la politica oggi: «e nessuna terra d’Italia è tanto sciagurata quanto questa nostra, dove l’ira di Dio  pare siasi scatenata tremenda […]. E vedi mentre nelle altre parti peninsulari il colera si affaccia    appena, qui rimane ospite molesto e ci danneggia […]. Meglio morire che continuare così pieni di   miserie, di afflizioni, di dolori, di affanni!».

Cambiato il clima politico e non rappresentando più un “pericolo”… Pitrè verrà riconosciuto, osannato e considerato (con onorificenze e incarichi) uno degli uomini che rendono famosa la Sicilia nel mondo. Intanto si vanno affermando discipline come l’etnologia e l’antropologia con la comparsa di nuovi studiosi che con metodi diversi continuano il suo lavoro onorandone anche la memoria. Il mio pensiero va ad Antonino Buttitta che pone anche il problema dei musei etnografici in particolare con il rapporto fra memoria e storia culturale nelle sue diverse espressioni di forme materiali e immateriali nel territorio: perché la memoria è l’orizzonte di senso che sconfigge la morte salvando le parole e gli atti di ciascuno di noi. La memoria è la vita.

«Riappropriazione che è possibile – scrive ancora il compianto studioso palermitano – se non si risolve nella mera raccolta e mitizzazione museografica e archivistica di forme materiali o orali di cultura, ma si dispone all’assunzione, senza compiacimenti estetizzanti e senza snobistico distacco, di tali fatti nel proprio orizzonte ideologico. Di riconoscerli insomma come momenti della nostra storia individuale e collettiva, dunque tratti distintivi della nostra identità.

Gli strumenti di cui si serve il pastore per il suo lavoro quotidiano, di memoria millenaria, il battito ritmico del telaio della donna, per riferirci solo a due immagini di questo mondo perduto, non sono l’altro da noi: sono il fondo segreto di noi stessi, spesso la nostra infanzia, in ogni caso il nostro passato culturale che giorno dopo giorno ci siamo imposti di rinnegare a noi stessi e agli altri, non per scrivere la nostra storia, ma la cronaca quotidiana del grigio percorso lungo cui abbiamo consumato la nostra vita»

TESTI CONSULTATI

Giuseppe Pitré «Usi e Costumi del Popolo Siciliano», universale Cappelli 1971

«Spettacoli e feste popolari in Sicilia» a cura di Aurelio Rigoli con prefazione di Alessandro Falassi, Il VESPRO 1978

«Dialoghi Mediterranei» bimensile  dell’Istituto euro-arabo di Mazara del Vallo

tutti gli articoli curati dall’antropologo Antonino Cusumano e da altri collaboratori – collaboratrici che assieme all’antropologo Antonino Buttitta sono fra gli studiosi più attenti nell’aver recuperato e diffuso documenti inediti e preziosi di Pitrè, contribuendo enormemente a onorarne la memoria, a tratteggiare le linee della storiografia museale e della moderna gestione del museo Pitrè di Palermo,

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

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