Vecchie e nuove aliene

di Fiorella Iacono

“Le vecchie tesi culturali sono molto eloquenti riguardo alla posizione delle donne nella fantascienza. L’uomo viene visto come un individuo aggressivo e spinto sempre più lontano nelle sue esplorazioni e la donna lo segue, un satellite nella sua ombra, raramente capace di intraprendere un’azione per proprio conto. Certamente vi sono altre alternative…”. Così scriveva Pamela Sargent in “Donne del futuro” (Savelli, 1979) e sicuramente per molto tempo le storie di fantascienza hanno visto le donne ricoprire il ruolo di “fragile ombra” di antica tradizione. Basti pensare alla letteratura fantastica e soprattutto alle fiabe: principesse smarrite, da conquistare, alle prese con azioni avventate a cui l’uomo dovrà rimediare, o avvenenti ammaliatrici con abiti succinti baciatrici di eroi al ritorno da mirabolanti imprese spaziali…

Questo è più o meno il ruolo che da secoli la donna ha incarnato nella letteratura scritta dagli uomini. Eppure, anche se meno “conosciuti” nel panorama della fantascienza, esistono mondi creati da scrittrici , in gran parte americane, che da anni pubblicano romanzi di sf . Esse hanno compiuto una piccola rivoluzione nei contenuti classici del genere toccando tematiche e immaginando scenari di cui la fantascienza scritta dagli uomini si è poco occupata: viene in mente, ad esempio, per tracciare una breve storia tutta femminile, oltre al Frankenstein di Mary Shelley, il romanzo di Charlotte Perkins Gilman “Terradilei”, scritto nel 1915, in cui si ipotizza un mondo popolato di sole donne.

Ursula K. Le Guin, Alice Sheldon (che per molto tempo ha dovuto-voluto nascondere la sua identità femminile sotto lo pseudonimo di James Tiptree jr. beffando così editori e pubblico), Joanna Russ, le italiane Roberta Rambelli , Nicoletta Vallorani, Daniela Piegai, Gilda Musa, Leigh Brackett, Octavia Butler, Marion Zimmer Bradley (più nota per la sua produzione fantasy) sono alcune delle scrittrici più conosciute di quella rivoluzione. Incredibile pensare che molte di loro, per pubblicare romanzi, abbiano dovuto utilizzare pseudonimi maschili o le iniziali del loro nome e cognome.

Ciò che accomuna scrittrici di fantascienza assai differenti fra loro è il fatto che il perno attorno al quale ruotano le loro storie non è il cosiddetto immaginario tecnologico ma la costruzione di mondi in cui il rapporto uomo/donna si distacca dai modelli tradizionali cui siamo abituati. I conflitti riguardano soprattutto la sfera della sessualità e della maternità. L’attenzione è più rivolta verso la psicologia dei personaggi che verso le “guerre stellari”. C’è lo sforzo di creare nuovi linguaggi del futuro: la direzione , dunque, è quella della fantascienza antropologica.

Tre esempi possono essere illuminanti. Ursula Le Guin in “La mano sinistra delle tenebre” (Editrice Nord, poi anche Tea) costruisce una società di esseri asessuati che soltanto per un breve periodo della loro vita possono sviluppare indifferentemente l’uno o l’altro sesso, essere madri o padri. Questo espediente serve alla Le Guin per caratterizzare una società priva di ruoli sessuali e quindi basata su canoni totalmente differenti dalla nostra realtà/abitudine. Ursula Le Guin è forse una delle scrittrici più conosciute in Italia e molti dei suoi libri (da molti anni più “fantasy) continuano a essere pubblicati dalla Nord.

Alice Sheldon, più nota come James Tiptree jr., in “La via delle stelle”, si basa sulle sue conoscenze di psicologa per ipotizzare una società aliena dove si comunica attraverso telepatia-sensazioni-colori. Nel suo mondo, i maschi allevano i figli e le donne aspirano alla maternità loro negata: un utopico ribaltamento di ruoli, in cui alla fantascienza si mescola l’attenzione ai rapporti sociali, descritti tenendo conto di trasformazioni linguistiche che diventano così specchio delle utopie. Mondadori pubblicò anche il suo romanzo “E sarà la luce”: la sua produzione in Italia è per lo più fuori dai cataloghi, i racconti dispersi in riviste introvabili.

Infine Joanna Russ: nata nel 1937, dichiaratamente femminista e lesbica, ha da sempre lottato per pubblicare i suoi racconti. Nei suoi mondi l’uomo non esiste più. In “Quando cambiò”, pubblicato dalla rivista Robot (21 del 1977), il genere maschile è stato sterminato da un virus. Nella collana Urania uscì “Picnic su Paradiso”, in cui disegna la sua eroina autonoma e indipendente. Una complessa e articolata società di sole donne è descritta in “The female man” (Nord, 1989). Gli intrecci della Russ esprimono l’idea di un femminismo radicale che si evidenzia anche nell’uso di un linguaggio sperimentale, nel tentativo di aderire alla prevalenza di esperienze interiori proprie delle donne.

Di Octavia Butler si è già parlato in questo blog: è davvero un peccato che molti suoi romanzi siano introvabili.

In Italia le scrittrici di fantascienza sono abbastanza “rare” da “ri -trovare”, un dato sconsolante. A parte Le Guin, da noi nessuno ristampa Sheldon-Tiptree o Johanna Russ. Eppure ai premi Nebula Award 2009 ha trionfato Ursula Le Guin e molti riconoscimenti sono andati a scrittrici quali Catherine Asaro (“The Spacetime Pool”) e Nina Kiriki Hoffman (per il miglior racconto breve).

Un grande merito che queste scrittrici hanno è sicuramente aver proposto un’ alternativa alla fantascienza classica (di immaginario “maschile”) creando mondi fondati su un diverso concetto di sessualità e di rapporto con “l’altro” con l’alieno in senso lato.

Da rileggere, ritrovare, ricercare.

 

UNA PICCOLA NOTA

Ringrazio Fiorella per questo intervento che aiuta – soprattutto chi ha meno anni e/o solo ora si accosta alla tanto denigrata (in Italia) fantascienza – a capire come la visione maschio-centrica abbia tentato (invano) di ingabbiare persino questa letteratura.

Alle sue considerazioni aggiungo che fuori dall’Italia la situazione è senz’altro migliore. Un’ondata di fantascienza “femminista” continua a smuovere i Paesi anglofoni anche se ben poche autrici statunitensi o canadesi vengono tradotte da noi.

Non dovrei dirlo (dunque lo faccio) ma nel non esaltante panorama italiano, il capitolo “Amore, sesso e X” nel volume “Di futuri ce n’è tanti”, resta pieno di informazioni e riflessioni utili anche rispetto alla fantascienza “femminista” pur se… lo hanno scritto due maschi (il sottoscritto e Riccardo Mancini).

Altre info veloci. Su codesto blog ho parlato di Octavia Butler l’11 gennaio e ho più volte nominato Connie Willis (piacevole e a volte geniale anche se meno dirompente delle altre citate da Fiorella Iacono). Soprattutto ho avuto il gran piacere di presentare 2 autrici italiane che, in forme molto diverse ma entrambe muovendosi intorno alla fantascienza, hanno cercato di slacciare i cervelli in questi tempi più abbottonati che mai… onde evitare spifferi d’aria (cioè idee): parlo di Clelia Farris (vedi qui il 19 febbraio 2010) e di Maria G. Di Rienzo (30 novembre scorso).

Fra le scritture “non di genere” (aaaaaaaaaaaah le etichette) che talora sconfinano nella fantascienza e dintorni ha avuto scarsa attenzione in Italia “Una comunità perduta” che pure era a firma Doris Lessing: peccato. Se andate su www.carta.org trovate una mia recensione.

Quanto alla grandissima Ursula Le Guin continuo a sognare che, magari per il prossimo compleanno, codesto blog le dedicherà un “tributo” a più firme. Ehi, c’è qualcuna/o in ascolto? Chi si candida alzi subito il mouse. (db)

Redazione
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4 commenti

  • Marco Pacifici

    Sississi si alzo il muose ed anche l’ultimo che ho letto…Pietra(o Petra )nera.. e…non ce l’ho sotto gli occhi…due fanciulli…incantevole. Monellos Kanellos

  • Marco Pacifici

    Se vuoi DB te lo spedisco,ma credo tu abbia complete collescion…

  • Per un tributo alla Le Guin mi presento volontaria, ma abbiamo tempo, vero? Mi pare che il compleanno sia in ottobre…

    Clelia

  • Salve,
    recentemente ho letto la tesi di una studentessa della mia città (Bari) ma ora trasferitasi negli Usa, Silvia Tucci. Titolo: “Al di là del genere e della razza. Gli scrittori afroamericani e la fantascienza”. Ho trovato questo testo assolutamente inusuale e documentatissimo, almeno per quanto sia possibile documentare ricerche di questo tipo: uno studio sulla sf americana scritta dai neri. Originalissimo! Ma anche difficilissimo. Non son molti i nomi da citare, ma quei pochi sono spesso eccellenti – Delany in primis – e leggendo si fanno inattese scoperte. Fra cui alcune donne autrici: Octavia Butler (ovviamente), Nalo Hopkinson (idem), Tananarive Due, Pauline Hopkins e qualcun’altra, e le loro opere sono esaminate minuziosamente e con cura, facendo emergere risvolti di estremo interesse e originalità. Presto questa tesi diventerà un libro.
    Quanto alle donne come personaggi, nella sf classica e tradizionale, ci sarebbe tanto da dire. Rammento un romanzo (“Urania”) di uno scrittore non in prima linea ma abbastanza interessante, Jerry Sohl: il titolo (francamente orribile in italiano) era “Morbo orrendo”. I non più giovanissimi forse lo ricordano. In verità io lo ricordo anche perché in coda aveva un racconto con protagonisti gli zingari (come si diceva allora): “Gli zingari del cielo”. Racconto notevolissimo per l’epoca e scritto da un autore di stampo maistream, di cui ora non ricordo il nome. Comunque: il “morbo orrendo” del romanzo colpiva solo gli uomini, ed era stato diffuso da un gruppo di donne che avevano deciso di distruggere il maschio, erano capeggiate da una dottoressa geniale ma pazza (qui il bad doctor era insolitamente femmina) e la loro comunità si riproduceva per partenogenesi. Il problema era che all’epoca avevo quindici anni e comunque Sohl sapeva scrivere: il romanzo mi coinvolse enormemente.
    Saluti femministi 🙂
    Vittorio

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