Vecchio, grande Aldous Huxley e…

…una cocentissima delusione in edicola

Uno strano, affascinante libro del 1948, «La rivalsa delle scimmie» – ma i più vecchi lo ricorderanno come «La scimmia e l’essenza» – torna in libreria grazie a Gargoyle: 178 pagine per 16 euro, traduzione di Claudio Costanzo.
Il titolo originale («Ape and Essence») rimanda allo Shakespeare di «Misura per misura» alludendo all’essere umano che, compiendo azioni scellerate, si sente un dio eppure, come una scimmia, non fa che regredire e negare la sua essenza.
Mi impressionò molto quando (circa 50 anni fa) lo scoprii. Riletto oggi, con occhi certo meno ingenui di un quindicenne, mi sembra meriti di essere inserito fra i grandi romanzi che si mossero intorno all’incubo atomico ma sapendo guardare alle connessioni con un lungo prima e un difficile, auspicabile dopo.
Nel libro c’è una doppia trama o se preferite la storia è scritta come il soggetto per un film e avvolta in una sarcastica cornice hollywoodiana.
Così la vicenda vera e propria parte con «Titoli, personaggi» eccetera a scorrere sullo schermo. Poi un Narratore – ovvero la voce fuori campo – assai provocatorio (qua e là volutamente pomposo) ci fa sapere che è il 20 febbraio 2108 e una spedizione neozelandese si sta avventurando su quello che 100 anni prima era il territorio degli Usa. C’è stata una guerra nucleare che ha distrutto quasi tutto il pianeta. Lasciando radiazioni ovunque ma la Nuova Zelanda fu risparmiata e ora i suoi esploratori provano a capire com’è ridotta l’America.
Lo schermo mostra babuini umanizzati e un paio di «Einstein» al guinzaglio in un passaggio memorabile ma forse troppo veloce: «Il Reverendissimo Vescovo-Babbuino del Bronx avanza maestoso» poi «Grosse zampe drizzano in piedi i due Einstein e, in primo piano, li afferrano ai polsi. Guidate da scimmie quelle dita che hanno scritto equazioni e suonato melodie di Johan Sebastian Bach si chiudono sulle leve di comando e…». E la guerra fu. Nella presentazione del libro la bella nota dell’ufficio stampa sembra attribuire questa sequenza narrativa a un’altra zona dell’America dominata da babuini, oranghi e gorilla. A me invece pare un flashback simbolico. Ma si tratta di pignolerie, cambia ben poco.
Tornando al filo che regge la trama ecco lo sbarco: in California e più precisamente fra le macerie di Los Angeles (che il Narratore chiama «Puttanopoli»). Della spedizione neozelandese fa parte il botanico Alfred Poole che viene catturato da creature selvagge, esseri umani sì ma assai regrediti. Senza svelare troppo si può accennare che il timido – nonché «pedante» – Poole dovrà fare i conti con molte brutte faccende: il sapere umanistico e scientifico è perduto e anzi disprezzato: nascono pochissimi figli e perlopiù con mutazioni anche sconvolgenti; le donne sono considerate «vascelli del maligno»; ed è il Diavolo la nuova divinità (qui Huxley tocca il vertice di una raggelante, lucida ironia) grazie al prezioso aiuto che gli dettero i suoi alleati: «nazioni, Chiese, partiti politici». Fra quel che dicono i personaggi e i commenti del Narratore ci appare ben chiaro ciò che Aldous Huxley pensa sulle tappe del disastro: l’Occidente capitalista e l’Est socialista sanno sfidarsi e/o allearsi soltanto nel loro peggio mentre la catastrofe ecologica è già in marcia (nel 1948 davvero pochi se ne erano accorti e qui il libro sorprende davvero chi lo legga con un occhio alle date).
C’è un lieto fine (ironico anch’esso?) che senza dubbio è condizionato dalla cornice hollywoodiana e dunque ripartiamo dall’inizio: il “soggetto” del film cade dal cielo, cioè da un camion che, prendendo una curva troppo velocemente, sparge per terra una dozzina di manoscritti destinati al macero. A ritrovare quei testi sono – nel giorno dell’assassinio di Gandhi – il pensoso io narrante (senza nome) e il suo amico, il vanesio Bob. I quali vengono incuriositi da alcuni versi che aprono uno di quei testi: «Sono le scimmie a indicare la meta / sono umani solo i mezzi per giungervi». I due decidono di cercare William Tallis, l’autore del copione intitolato «La scimmia e l’essenza». Sarà bene ricordarsi questo inizio perché l’amore che trionfa nel finale ha davvero un sapore hollywoodiano con tanto di Poole che cerca l’innamorata spuntando «da dietro la tomba di Rodolfo Valentino». Nelle ultime pagine del romanzo incontriamo – «ricoperta d’erba» – un’altra tomba: quella del William Tallis, autore del copione, sulla quale i protagonisti sbucciano un uovo sodo mentre il botanico declama Shelley. Sublime presa per il culo.
Sfogliando la mia vecchia copia (cioè l’edizione Mondadori del 1949) mi colpisce una frase di Huxley che ho trascritto e un po’ di miei appunti. Ripresa da «Letteratura e scienza», ecco la citazione: «Radicate come sono nei fatti della vita contemporanea, le fantasie di un moderno scrittore di fantascienza, anche se di seconda categoria, sono incomparabilmente più ricche, coraggiose e strane delle immaginazioni utopistiche e millenarie del passato». Non posso che, 50 anni dopo, assentire. Aggirandomi fra i miei scarabocchi “d’epoca” vedo che mi aveva colpito la fede nella scienza di Huxley ma anche il suo spirito sarcastico. Mentre una parte di appunti riguardano le teorie di Julian Huxley, suo fratello. Poffarbacco, a scuola studiavo pochissimo ma fuori ero già quasi “un intellettuale” o almeno “un intelligente”. E al solito avevo condiviso queste mie “pensate” con Riccardo Mancini, un altro che come me avrebbe potuto assentire su qualche battuta del tipo «ringrazio la scuola che mi ha costretto a cercare fuori dalle aule tutto quello di importante che lei teneva nascosto».
Oggi in Italia la fama di Aldous Huxley resta legata soprattutto a «Il mondo nuovo», una delle più celebri distopie. Come ho raccontato qui in blog, io trovo ricchissimo e stimolante anche il successivo «L’isola». Fra i suoi libri non del genere fantastico salverei «Le porte della percezione» (sulla mescalina) e «I diavoli di Loudon» (appena ristampato da Cavallo di ferro e uno di questi giorni – non di martedì – ne parlerò in blog).
Il piacere di aver riletto questo romanzo di Huxley ha un po’ mitigato la cocente delusione per il nuovo numero del mensile «Fantasy and Science Fiction» che invece finora non mi aveva tradito, oscillando fra il buono e l’ottimo.
Questo numero 8 (al solito 5,90 euri per 160 pagine) è datato marzo ma in realtà arriva in edicola ai primi di aprile. Io bramavo soprattutto di leggere l’annunciato «Runesmith», un racconto scritto da Harlan Ellison e Theodore Sturgeon nel 1970 e a me ignoto. Una improbabile coppia: genialmente strafottente Ellison e dolcemente ammaliante Sturgeon. Un incontro così poteva tradursi in un trionfo o in un fiasco, senza vie di mezzo. Purtroppo è fiasco dove io ritrovo pochissimo del miglior Ellison e quasi nulla dello Sturgeon che amo.
Dopo questo brutto inizio – cioè la delusione di «Runesmith» – ho pensato che mi sarei consolato con qualcuno degli altri racconti nella rivista. Invece no, purtroppo. I quasi sempre bravi Henry Kuttner e Catherine Moore in «Rito di passaggio» allungano il brodo oltre ogni decenza e lo stesso fa il grintoso Jack Finney (sì, proprio quello che ispirò «L’invasione degli ultracorpi») con una bella idea troppo stiracchiata su una citazione shakespeariana. Il di solito spiritoso Paul Di Filippo qui toppa uno spunto interessante. Ben scritti ma esili gli altri di Rob Chilson, Dale Bailey e John Morressy. Si salva solo – una micro consolazione per aver speso i miei 5,90 euri – la brevissima storia di Jack Williamson. Come mai questo piccolo disastro? Escludendo che il mio umore fosse troppo basso (o le mie pretese troppo alte) devo prendere in considerazione una ipotesi surreale: senza accorgersene Armando Corridore, il curatore di «Fantasy and Science Fiction», si è fatto influenzare da quanto scritto nel racconto di Bailey: «Il primo principio diceva: In nessun luogo e mai si potranno raccontare storie».
Uh, avrete notato che ho scritto “delusione cocente”: sono quegli automatismi di “frasi fatte” che sarebbe bene evitare nella scrittura. Però “delusione scottante” mi faceva ridere e stavolta ho ceduto. Anche io ahimè mi faccio influenzare e non solo dai microbi. Cercherò di non farlo più.

 

Redazione
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3 commenti

  • Mi piace Huxley, ma quant’era moralista. A volte ho l’impressione che usasse la fantascienza per scrivere libelli contro l’umanità, che reputava folle e irrazionale.
    Nel caso servisse, voto sì sì sì alla recensione dei Diavoli di Loudun (un voto a parola).

    Clelia

    • grazie Clelia
      mi sa che sul moralismo c’hai pure ragione (però la mescalina?)
      epperò-peronporompamperoperon… sei sicura che gran parte dell’umanità sia razionale?
      Aldous e Clelia voi mi inquietate
      eppur vi amo

  • Sai che noia se fossimo tutti razionali! Rivendico i diritti (e anche i rovesci) degli irrazionali irridenti iridescenti.
    Oggi sono proprio in vena di lollori (come si dice qui negli Appalachi).
    Clelia

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