Quando adolescenza fa rima con violenza

di Ignazio Sanna

La serie su Netflix «Adolescence» (2025) ha suscitato molto interesse anche in Italia. Comprensibilmente, perché si occupa di un problema molto grave che caratterizza la società, in Italia come altrove. Di produzione britannica, la serie è stata ideata da Jack Thorne e Stephen Graham, per la regia di Philip Barantini. Fra i produttori spicca il nome di un certo Brad Pitt. Stephen Graham è anche l’attore che interpreta il ruolo del padre di Jamie, il tredicenne accusato dell’omicidio di una coetanea. Ed è un attore straordinario, che fornisce un’interpretazione eccellente, emotivamente molto coinvolgente.

Il tema centrale quindi è quello della violenza nella società contemporanea. Violenza che alcuni uomini esercitano su alcune donne, e che può giungere fino all’omicidio. La serie indaga in particolare ciò che accade nel mondo degli adolescenti, da cui il titolo. Ma la violenza è come una pandemia, capillarmente diffusa in diversi strati della società. Ecco dunque il crudo realismo della scena d’apertura, con la polizia che fa irruzione con violenza in un appartamento, dove vive una famiglia come tante altre, come se cercasse un pericoloso criminale incallito e non un ragazzino. In questo modo lo spettatore si ritrova trascinato dentro i fatti, e vi assiste come se fosse presente, sentendosi coinvolto. Nei polizieschi non si vede praticamente mai, come invece viene mostrata in questa serie, tutta la procedura che comincia con l’arresto e prosegue all’interno del posto di polizia, con la detenzione preventiva e tutto ciò che ne consegue, fredda burocrazia compresa. È come se autori e interpreti dicessero allo spettatore: non stai guardano «Il tenente Colombo», stai guardando la dura realtà dei fatti, che in questo caso non tiene nemmeno conto dell’età del sospettato. «Adolescence» non è un programma di intrattenimento ma la dolorosa esposizione di una tragedia, che è tale sia per la famiglia della vittima che per quella dell’assassino. Ciò che più dovrebbe scuotere le coscienze è che l’omicida è tale perché nessuna istituzione finora si è dimostrata adeguata al compito di formare la personalità e la coscienza degli esseri umani, che vengono al mondo come bambini innocenti e poi si ritrovano nelle più diverse situazioni di vita, comprese quelle in cui esercitano, o subiscono, la violenza verso altri esseri umani, venuti al mondo con le loro stesse caratteristiche naturali.

Uno dei momenti più drammatici di «Adolescence» è la conversazione tra Jamie (detto per inciso questo ragazzino, Owen Cooper, è un attore straordinario) e la psicologa (Erin Doherty). Lo scambio tra i due è emotivamente intenso, e la tensione, ancora una volta, arriva a coinvolgere lo spettatore. Le reazioni di Jamie non lasciano indifferente la donna, per quanto si sforzi di assumere un distacco professionale. Quella della/lo psicologa/o può essere una professione veramente molto impegnativa. Mettiamo da parte dunque i telegiornali e soprattutto gli inguardabili programmi di voyeurismo televisivo sui più raccapriccianti fatti di cronaca, che abbondano in RAI come su Mediaset. Qui si racconta la vita vera degli adolescenti, o di alcuni adolescenti, e di conseguenza delle loro famiglie, con oggettività ma con misurata partecipazione, senza indulgere al sensazionalismo o al cattivo gusto. La madre di Jamie è una casalinga, la sorella maggiore una studentessa e il padre un idraulico, pura working class. Britannica in questo caso, ma la classe lavoratrice è di fatto internazionale, mutatis mutandis. E il loro figlio e fratello, dall’equilibrio psichico precario, si ritrova a reagire in maniera drammaticamente sbagliata a quella che il poliziotto (l’attore e rapper Asher D) che conduce le indagini sospetta sia una forma di bullismo online. Infatti sulla pagina di Jamie in un social network la futura vittima allude alla sua condizione di presunto «incel», ovvero ‘single involontario’ (https://it.wikipedia.org/wiki/Incel) amplificando le sue insicurezze, tipiche dell’adolescenza, e innescando la sua reazione violenta.

Tenendo conto delle differenze di ambiente culturale, gli adolescenti inglesi non sono poi così diversi da quelli italiani o di altri luoghi del mondo. Gli esseri umani tendono ad agire e reagire in base agli stessi sentimenti e meccanismi. Ma esiste ciò che viene chiamato libero arbitrio, vale a dire la capacità di scegliere come comportarsi in ogni circostanza, nel bene e nel male. Quindi la responsabilità di ciascuno è personale. Infatti, checchè possano dirne leghisti o altri razzisti ignoranti, tutti gli esseri umani, di qualunque nazionalità, uomini e donne, a livello profondo sono molto simili, proprio perché soggetti agli stessi stimoli, compresi quelli di natura sessuale. Il punto è che senza uno sforzo di reciproca comprensione è estremamente difficile venire a capo del problema costituito dalla violenza sulle donne, così come ogni altra forma di violenza.

Senza accettazione – quindi comprensione e quindi rispetto – dell’altro da sé, la violenza, in tutte le sue forme, diventa una scelta possibile. E scelta è il termine fondamentale, perché è appunto il libero arbitrio ciò che ci dà la possibilità di scegliere come comportarci con gli altri e come reagire agli stimoli esterni, di qualunque natura possano essere.

Le istituzioni, e la scuola in primo luogo, hanno o dovrebbero avere il compito e la responsabilità di farsi carico della formazione e dell’educazione dei loro cittadini, fin dall’infanzia. Mentre in Italia assistiamo al proliferare di leggi liberticide, come quelle contro i rave parties o il diritto di manifestare il proprio dissenso, e all’asservimento di scuole e università a criteri pedagogici ottocenteschi o anche peggio, in Gran Bretagna almeno si sforzano di proporre soluzioni più o meno valide, ma almeno non insensate. In questo caso, vista la qualità della serie e della consapevolezza che cerca di promuovere, il governo britannico ha deciso di farla vedere gratuitamente agli studenti delle scuole di secondo grado (https://www.orizzontescuola.it/adolescence-arriva-nelle-aule-della-gran-bretagna-la-mini-serie-di-netflix-sara-trasmessa-gratis-nelle-scuole/). Invece in Italia, dato assolutamente sconfortante, si producono con grande successo serie discutibili, che in qualche caso sembrano attribuire onore e dignità a personaggi legati alle mafie. Un po’ come accaduto con il film «Hammamet» (2020), in cui un latitante ricco e potente viene fatto passare per un eroe romantico costretto a un doloroso esilio, quasi un incrocio tra il patriota Garibaldi e il poeta Leopardi. La speranza è che anche da noi si producano più film e più serie che possano avere effetti positivi sulla società in cui viviamo.

 

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2 commenti

  • Ottima recensione di Ignazio Sanna. Con analisi approfondite dentro e intorno a questa mini serie. C’è davvero uno sguardo inedito, come sottolinea Ignazio, sul percorso che può innescarsi dentro una famiglia di fronte all’implacabile protocollo giudiziario: l’irruzione in casa, lo smarrimento dei genitori e della sorella del ragazzo nella centrale di polizia, l’avvocato che fa il suo lavoro ma non può più di tanto, la tristezza e lo sgomento nello scoprire cosa mostrano le videocamere di sorveglianza. In questo la serie è realizzata molto bene, come ha scritto Ignazio, in particolare grazie alla strabiliante recitazione (specie se si pensa che il protagonista è un ragazzino di 13 anni senza alcuna esperienza attoriale alle spalle.) Aggiungo due annotazioni personali che la lettura della recensione di Ignazio mi hanno suscitato: ho trovato particolarmente potente il terzo episodio, com l’incontro tra Jamie e la psicologa (l’attrice Erin Doherty); non ho gradito invece la scelta del regista di non mostrare un minimo profilo della vittima dell’omicidio e il dolore della sua famiglia anche se immagino che l’economia dell’opera (4 puntate di 50-65 min ciascuna) richieda di focalizzare sui profili dei protagonisti. Grazie quindi a Ignazio Sanna per la sua analisi e al blog di Daniele Barbieri per lo spazio offerto a questo autore.

  • Grazie Andrea, purtroppo ho visto il tuo commento con molto ritardo, ma mi fa davvero piacere che abbia apprezzato ciò che ho scritto

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