Mettere in scena l’impensabile
di Vanja Buzzini e Massimiliano Filoni (*)
PROVE TECNICHE DI RESISTENZE POETICHE
OVVERO METTERE IN SCENA L’IMPENSABILE
Le resistenze poetiche e la pedagogia del sogno sono state l’ultima sfida artistica, pedagogica e sociale che, con Vanja Buzzini, abbiamo percorso prima di scoprire la sua malattia. Sfida e percorso che, adesso, continuo ad affrontare sostenuto e accompagnato, ancora, dall’intelligenza, dalla sensibilità, dalla profondità e dalla nitidezza intellettuale e artistica di Vanja.
Questo testo nasce quindi da un ideale, ma concreto e sincero, dialogo con lei che, a tutti gli effetti può esserne considerata co-autrice.
La cornice
Teatro dell’Oppresso (TdO) è il nome del metodo elaborato dal regista brasiliano Augusto Boal a partire dagli anni Sessanta del Novecento. L’obiettivo è quello di conoscere e analizzare la realtà per poi trasformarla. È un teatro fortemente collocato nella realtà sociale, politica e civile che si svolge nell’interazione tra cittadini e tra cittadini e istituzioni.
Si lavora per dare un nome alle oppressioni che si vivono, che si subiscono, che si attuano e di cui capita di essere complici. Si contestualizzano, si collegano ai meccanismi sociali, culturali, politici, economici dominanti e attraverso il teatro si cercano strategie, idee e soluzioni utili per contrastare oppressioni e ingiustizie; strategie utili per affrontare con piena consapevolezza i conflitti che caratterizzano le nostre interazioni, personali e sociali.
Il pubblico nel TdO non è passivo, è un pubblico di spetta-attori e di spetti-attrici che intervengono nelle scene proposte da attori e da attrici con l’obiettivo di cambiare la storia, di modificare le relazioni di potere tra i personaggi, di “rompere” le oppressioni, sperimentando atteggiamenti personali e strategie collettive che possano contribuire a rendere il mondo più giusto e più bello.
Anche nella esperienza italiana iniziata, in maniera strutturata e continuativa, dalla Cooperativa Giolli nel 1992, queste sono state tra le principali direttrici di applicazione del metodo sia che si presentassero spettacoli, sia che si proponessero laboratori e attività formative, sia che ci si impegnasse in progetti complessi e duraturi su tematiche specifiche (dal contrasto alle discriminazioni e alle violenze di genere al community organizing, ad esempio), sia che si entrasse in contesti fortemente connotati ( carceri, comunità psichiatriche, per fare altri esempi) o che si lavorasse con le scuole.
Avevamo confidenza e ci aspettavamo di lavorare con pubblici e con gruppi inclini a sciorinare dettagliatissime analisi teoriche così come con altri avvezzi a praticare un attivismo concreto e situato, ad altri ancora portati maggiormente alla sperimentazione corporea e alla riscoperta delle emozioni e su questo far leva per realizzare il cambiamento, ma!
Ma a un certo punto, ché un certo punto c’è in tutte le storie che si rispettino, cominciamo ad accorgerci con una frequenza sospetta, che le persone che incontriamo tendono a ripiegarsi in una dimensione più intima e ad affermare che, per quanto bella ed entusiasmante fosse stata, l’esperienza teatrale, purtroppo, lasciava una sensazione profonda di inadeguatezza e di impotenza rispetto alle sfide politiche e sociali che si volevano affrontare.
Sensazione che spesso emergeva in frasi tipiche: “è troppo complesso, noi che possiamo fare?” . “Noi non contiamo nulla”. “E poi è così che va il mondo”.
Si esplicitava ricorrentemente la sensazione da parte di molte e di molti che incontravamo di essere messi all’angolo da un sistema-mondo il cui funzionamento è sempre più sfuggente e incomprensibile e dotato di meccanismi sempre più efficienti e spietati da far apparire velleitario e inutile ogni tentativo di cambiamento.
Che fare, dunque? Accettare lo stato di cose e proporre attività ricreative, socializzanti, piacevoli, ma effimere o cercare qualcosa di nuovo, di diverso?
Eravamo tra il 2018 e il 2019.
Resistenze Poetiche e Pedagogia del Sogno
I sogni che cantavano
ora si son persi
nessuno sa su che sentiero,
nessuno lo sa.
Tornate, oh sogni miei,
cantate ancora all’ora del tramonto,
da quando il canto
in me è cessato
terra e cielo mi respingono.
Tornate, in me a cantare,
sogni miei,
sui campi rugiadosi e palpitanti,
finché la gioia dei risvegli
e la forza dei monti
mi sostengano ancora i sogni
dentro che mi cantano.
«Sogni», canto di Vanja Buzzini
Se il mondo sembra non offrirci possibilità di esistere pienamente, se a oppressioni e a ingiustizie sembra non possano esserci soluzioni, se quello che cerchiamo di fare ci appare insufficiente e inadeguato al cambiamento che auspichiamo, se la realtà sembra immodificabile e se tutte le strategie e gli strumenti di cui disponiamo non bastano, non serve rassegnarsi, non vale arrendersi. Serve e vale volgere altrove lo sguardo; serve e vale affacciarsi su scenari inediti. Vale e serve sognare. Sognare permette di concepire quel che non esiste. Il sogno ce lo mostra, lo mette davanti ai nostri occhi. Ci dice che è possibile, che si può fare.
Il sogno non segue percorsi lineari, logici, razionali. Non si fanno sogni ragionevoli. I sogni non si piegano ai meccanismi dominanti, seguono altri percorsi. I sogni non si conformano al già visto, al previsto, al consentito.
Come un fiume indifferente alle infrastrutture umane, il sogno travolge gli argini delle aspettative previste, del perbenismo, della ripetitività coatta, dell’omologazione, del piccolo tornaconto e dell’opportunismo personale e ci trascina in un tempo e in uno spazio inediti che dimostrano che cambiare si può.
Se nella realtà tutto assume i tratti della impenetrabilità e dell’immodificabilità, se ogni nostro tentativo di azione si risolve in un faticoso e fallimentare risultato, in un ipnotico girare a vuoto, serve e vale cercare fuori da questo mondo gli strumenti, le forme, le idee e le strategie per agire.
Il sogno nei laboratori e nelle performance assume la dimensione collettiva e concreta della parola che crea mondi e delle immagini corporee e delle improvvisazioni che permettono di incarnarlo e di toccarlo quel sogno.
Metodologicamente facciamo un piccolo salto.
Nei laboratori e negli spettacoli solitamente mettevamo in scena la realtà con l sue contraddizioni, i suoi conflitti, le ingiustizie, le oppressioni. Ci soffermavamo a studiare le dinamiche di potere per coglierne i meccanismi di funzionamento e per scoprire come, nella vita quotidiana, vengano incorporate negli atteggiamenti, nelle relazioni, nei ruoli in cui siamo chiamati ad interagire. E, dopo tutto questo, si provavano scenicamente, cioè interpretando personaggi inseriti in specifiche situazioni, le possibili vie di cambiamento.
Il problema che incontravamo, e che era la fonte da cui scaturivano le sensazioni di frustrazione e di impotenza a cui si accennava poco sopra, consisteva nel reagire alle oppressioni e alle ingiustizie utilizzando gli stessi strumenti, le stesse modalità, lo stesso linguaggio, si potrebbe aggiungere, lo stesso sguardo degli antagonisti, rimanendo intrappolati nella convinzione che è così va il mondo e che in fondo non ci sono alternative. Finendo per accettare come nostro il modo stesso di pensare e di provare emozioni, di interagire e di relazionarsi di quegli stessi antagonisti.
Il piccolo salto metodologico prevede di non cercare più un confronto diretto con gli antagonisti o gli oppressori sul loro stesso campo, ma di agire una piccola obiezione di coscienza: rifiutare le violenze e le ingiustizie, lo sfruttamento e la mercificazione delle vite e di organizzazione del pensiero, i linguaggi e le parole d’odio, per cercare i pertugi, gli spazi, gli spifferi attraverso cui far penetrare in quella rappresentazione della realtà il sogno, l’assurdo, l’impensabile.
Con le persone, nei laboratori e negli spettacoli, cominciamo col raccontarci i mondi e i futuri che sogniamo, cominciamo costruire dei testi collettivi che li raccontino, che li rappresentino.
Con giochi di improvvisazioni e di espressività corporea diamo corpo, gesto, movimento, suono, parola al futuro e al mondo sognato. Quei sogni divengono concreti e possono essere messi in situazione, cioè in contesti d’uso specifico. Ad esempio, un consiglio o un collegio docenti; o un’assemblea pubblica tra cittadini e istituzioni; il confronto tra lavoratori precari o non contrattualizzati e l’agenzia che procaccia lavoratori interinali. La situazione è quanto più possibile affine alla realtà, ma la interazione è particolare. I personaggi che incarnano il mondo così com’è e che quel mondo vogliono mantenere e consolidare non incontrano altri personaggi strutturati, ma incontrano l’impensato, l’impensabile, il sogno che, penetrando nella realtà, cerca di alterarne i meccanismi, di rallentarne il funzionamento, di contagiare il pensiero e il sentire di coloro che in quella realtà vivono. Non è un’interazione tradizionale, diretta è, piuttosto, un cambio di clima. È come se un venticello si levasse e inatteso facesse pulizia di nubi e di smog.
Il conformismo e l’adeguamento, l’abdicazione e la rassegnazione ad un pensiero unico e dominante come le nubi impediscono la vista del sole, del cielo; la foschia nasconde gli orizzonti. E lo smog, l’inquinamento intellettuale e psicologico, si appiccica alla pelle e di lì penetra in profondità alterando la nostra umanità.
Il lavoro si fa divertente: si ride, si scherza, si fanno commenti. E ci si accorge che quell’attimo di spiazzamento, di sorpresa, potrebbe essere il pertugio attraverso cui entrare nella macchina-mondo ed incepparne il meccanismo. A volte rompendo gli schemi: stando in silenzio o parlando a bassa voce dove tutti gridano. Altre volte accorgendosi che il nostro ruolo, la nostra posizione ci consentono molto più potere di quanto pensiamo e usandolo quel potere, usandolo bene, lasciando che a ispirarlo siano il sogno e l’inedito.
In alcune improvvisazioni il sogno è entrato nella realtà domandando, nell’attimo di spiazzamento, ai personaggi perché, con quale motivazione cioè, opprimessero, sfruttassero, umiliassero e se di questo fossero soddisfatti, se questo li rendesse felici. È capitato anche, che il sogno, che di soppiatto entra nella situazione, mandasse fuori giri la macchina del mondo, semplicemente per il fatto che il suo ingresso mandava in tilt tutti gli automatismi.
Si commenta, si scherza, si ride, si prova contentezza. Ridere scioglie le tensioni, dirada la nebbia, ripristina una buona circolazione delle energie e soprattutto fa divergere la postura del nostro sguardo rispetto al consueto. Ma questo da solo ancora non basta.
Ci occorre ancora qualcosa: la poesia.
Come il sogno ci permette di concepire quello che non esiste, così la poesia ci permette di creare quello che prima non c’era.
È un linguaggio universale la poesia. Conduce a conoscere le profondità marine, semplicemente leggendo le increspature delle onde. Permette di trovare le immagini per dire ciò per cui mancano le parole, ci permette di pronunciare quel che credevamo ineffabile.
Permette di cogliere nel nostro volto il riflesso delle altre vite e di rispecchiarci e scoprirci in loro.
Poesia e sogno si accompagnano naturalmente. Proporre a gruppi differenti nei laboratori e negli spettacoli di creare poesia collettivamente ed estemporaneamente, offre a quelle piccole, ma forse non effimere comunità, di dare un nome e una forma al mondo.
La poesia dà la vita a quello che prima non c’era, è il gesto creativo per eccellenza perché oltre a genere qualcosa che si può dire, che si può comunicare, ci innalza, ci eleva, ci fa, come diceva Paulo Freire, essere di più.
La poesia è esperienza diretta di bellezza e di felicità. Tante volte, facendo teatro nei luoghi del sociale, imbastendo e conducendo progetti su tematiche di grande rilevanza, si privilegiano gli aspetti pratici. Ci sono obiettivi da raggiungere, toolkit e manuali d’uso da scrivere e da diffondere, persone (molto spesso marginalizzate) da raggiungere e da coinvolgere, comunità da sensibilizzare, decisori politici da informare. Tante volte ci si concentra su questo, che è lavoro lodevole, apprezzabile e necessario. E si dimenticano la bellezza, la poesia e il sogno, veri motori del cambiamento perché spostano il nostro sguardo, arricchiscono il nostro sentire, creano dei legami, delle relazioni, trasformando tanti io in un unico noi.
E poi la poesia è gratis. Non fa reddito. Non si vende, non si spende. Non è utile né al progresso né all’economia né alla carriera.
Fare resistenze poetiche è una piccola luminosa rivoluzione. Ci prende per mano e ci porta in un mondo diverso. Un mondo di silenzio e di ascolto. Di attesa attenta e paziente, svincolato dalla frenesia e dal produttivismo che banalizzano, abbrutiscono e consumano vite. Un mondo dove le idee, anche quelle sbalorditive e apparentemente stravaganti trovano spazio e dignità per essere dette, per essere pronunciate, per essere apprezzate. Un mondo dove divergere dalla norma prevista è risorsa che apre all’inedito possibile, dove i modelli culturali e convenzionali vengono scardinati. A questo si aggiunge il fatto che la creazione collettiva ci fa percepire come parte di un corpo sociale forte, solidale e teneramente determinato.
Applicare le resistenze poetiche e la pedagogia del sogno nei laboratori e nelle performance in maniera sistematica è così una scelta di carattere politico e metodologico. Una scelta di carattere politico perché rappresentano l’occasione concreta per prendersi uno spazio di libertà nel quale poter percorre quei talenti sopiti e quei saperi tacitati perché non allineati con le richieste della società, perché dirompenti rispetto agli standard omologanti, perché ingestibili e non riconducibili a una supposta ragione e a un supposto interesse superiore.
Sono visioni, suggestioni e intuizioni che aprono a quello che Paulo Freire chiamava l’inedito possibile. Quello che ancora non è stato pensato e che una volta pensato può concretamente accadere.
Forse mai, come in questo momento storico, l’umanità ha avuto bisogno di donne e di uomini capaci di concepire l’impossibile, di immaginare altre forme di interazione tra esseri umani e tra esseri umani e pianeta. Ed è in questa direzione che il teatro (cosiddetto) sociale può assumere un ruolo diverso, un ruolo ulteriore che travalichi gli obiettivi specifici dei singoli progetti. Il sogno e la poesia si accompagnano. La poesia getta luce e fa risplendere quello che la vita ordinaria offusca, dimentica, degrada. La poesia ci fa alzare, ci solleva fisicamente, intellettualmente, spiritualmente. Ci rende resistenti e resilienti. Resistiamo alle ingiustizie senza perdere, mai, la connessione con la nostra identità. La poesia giunge per farci dire chi siamo e chi vogliamo essere. Per ricordarci chi non siamo e chi non vogliamo diventare.
Le resistenze poetiche e la pedagogia del sogno sono scelta di carattere metodologico perché estranee a qualsivoglia forma di classificazione. E per questo, forse, incontrano obiezioni.
La prima contestazione, riferita al lavoro nelle scuole, sottolinea che gli esterni che entrano nelle classi si prendono sempre il meglio da bambine, bambini, ragazzi e ragazze. E che tanto entusiasmo per le loro idee, per i loro pensieri, per le loro visioni e per la loro capacità di essere protagonisti, è fuori luogo perché, in realtà, c’è tanto disagio, tanta devianza. Questo è ovvio. È ovvio che ci sia del disagio e chi ci sia devianza. Viviamo in una società strutturalmente violenta, ingiusta, competitiva. Capace solo di giudicare, premiare ed escludere. Le difficoltà familiari, economiche, le condizioni dei contesti di vita sono spesso durissime, è ovvio che ci siano devianza e disagio. È naturalmente conseguente che i giovani mettano in atto, replicandoli dai modelli adulti e mediatici di riferimento, comportamenti violenti e atti di autolesionismo. Ma questo non giustifica la rinuncia a lavorare per far emergere e potenziare le parti sane, creative, vitali, sempre e comunque presenti nelle classi che si incontrano. Restituire ai e alle giovani fiducia in se stessi, apprezzare i loro talenti, credere in quello che dicono e credere in loro, è un passo essenziale per provare a recuperare e riparare quello che non funziona, per riattivare quelle competenze e quelle abilità di riflessione, pensiero e interazione sociale che si sono interrotte.
Alle volte viene il sospetto che sia più comodo per qualcuno classificare, con solerzia e rapidità eccessive, persone che stanno crescendo e cercando il proprio posto nel mondo, come devianti e disagiati. Se le nuove generazioni sono devianti siamo legittimati a controllarle, reprimerle, punirle. Se sono disagiate vanno curate; che è poi un altro modo per esercitare controllo e repressione. La cosa che conta sembra essere fare in modo che non disturbino. Che non disturbino il nostro piccolo potere di adulti; che non intacchino i nostri piccoli privilegi e le nostre piccole comodità, la cui conquista tanto ci è costata.
Quando i/le giovani, con coraggio e speranza, si ingaggiano e ci ingaggiano in percorsi dei quali sono protagonisti, ci chiedono sostegno, ci chiedono fiducia, ci chiedono di credere in loro. Anche nelle loro debolezze, nei loro difetti, nelle loro ingenuità, nelle loro avventatezze. Quando con coraggio e con speranza accolgono le nostre proposte a mettersi in gioco, si aspettano che lealmente si faccia, noi adulti, altrettanto. Ci chiamano a stare in una relazione e in una relazione ci sono dei conflitti. Punti di vista differenti, obiettivi differenti, principi etici che possono non collimare, emozioni che scoppiano. Le relazioni sono meravigliose, ci rendono felici, ma non sono facili. Non stanno in contenitori, orari, procedure; non rispettano i protocolli. Semplicemente per il fatto che le relazioni stanno nella vita. E la vita è di più, sempre. Per questo il sogno e la poesia funzionano, perché rappresentano uno spazio di libertà, dove poter cercare se stessi e se stesse con gli altri, senza paura di sbagliare perché nel sogno non ci sono errori e nella poesia gli errori sono licenze poetiche. Cioè permessi che ci prendiamo per fare quello che non è stato ancora fatto, per dire quello che ancora non è stato detto, per vedere e raccontare quello che nessuno ha mai visto.
Metodologicamente significa scegliere di non imporre ai gruppi obiettivi rigidi e predefiniti, sui quali, tra l’altro nessuno li ha interpellati, significa scegliere di non incentrare il percorso sulla realizzazione di “prodotti” stabiliti a tavolino. Metodologicamente significa costruire, passo dopo passo, il lavoro assieme, scoprendo, passo dopo passo, i tempi, le forme, i linguaggi, gli obiettivi che realmente appartengono ad ogni gruppo.
Una seconda obiezione, riguarda le performance, e suona più o meno così: «cos’è questa roba?».
Perché le performance interattive non sono propriamente uno spettacolo, ma nemmeno un laboratorio. Non sono classificabili, non ci sono cassetti ben etichettati in cui archiviarle, categorie nelle quali inserirle. E come fai a venderle? Non sono merce riconoscibile e il cliente vuol sapere se acquista un panettone o un ombrello. Così il pubblico vuole godersi uno spettacolo sapendo se farà ridere o piangere; se ci sarà un taglio di denuncia o un approfondimento psicologico, se sarà istruttivo o d’evasione, se metterà in piazza drammi personali o conflitti interiori.
Ma il pubblico non va accondisceso, va sorpreso, va accompagnato a cercare qualcosa di più. Oggi quel di più sta proprio nel riscoprirsi, attraverso il rito teatrale, parte di una comunità vivente, collegata profondamente con la propria storia e con il proprio futuro, che vuole vivere e scegliere come vivere il presente, accettandone e svolgendone le sfide. Dispiegando la propria umanità: la capacità di sentirsi, di riconoscersi e di essere con gli altri e con il mondo.
E poi i sogni, fragili e impalpabili nell’aspetto, lasciano tracce durature.
«L’oro del sogno è in grado di portarti in luoghi assoluti.
Solo le palpebre chiuse sono in grado di raccontare, attraverso il movimento, quello che gli occhi raccontano. La possibilità di incontrare chi ormai abita altre frequenze.
L’oro del sogno è una grazia che si consuma nel cercare di afferrare l’istante. Il sogno è assoluto, è un territorio che abita due mondi, è un tramite di profumi, movimenti e danze che nella realtà potranno non accadere mai.
Profumo d’incenso, accarezzo le tue mani.
Finalmente un abbraccio in cui fermarsi e riposare, dopo tanto tempo.
Ecco il rumore improvviso e il suono di una voce che vanifica tutto.
Trema l’oro.
Resta il profumo».
Vanja Buzzini
Vanja coglieva questa qualità del sogno: essere ponte tra mondi e frequenze diverse, per congiungerci o ricongiungerci con chi ora abita altrove.
Riconosceva la fragilità del sogno che soffre qualsiasi intrusione, ma ricordando che pur tremando, quando volgare il mondo materiale gli si sovrappone, il sogno permane sotto forma di profumo.
O di essenza. E questa è l’essenza di questo percorso.
Il fatto che l’esperienza teatrale, pur potendo svanire nella routine quotidiana, aleggia come un profumo e permane a ricordarci che il sogno c’è, si può vivere, si può raccontare, si può realizzare.
Le resistenze poetiche e la pedagogia del sogno sono, a loro volta, ponte. Collegano l’attivismo di un teatro sociale, politico e impegnato con il mistero ineffabile della vita.
Il lavoro di attrici e attori di teatro sociale è lodevole, sempre. Portare il teatro fuori dai teatri, lavorare in contesti problematici, con individui o gruppi marginalizzati, affrontare tematiche spinose, contraddittorie, ma di interesse collettivo, è un atto di giustizia e di riparazione sociale. Ma tante volte l’attenzione e lo sviluppo dei progetti si esaurisce nella rivendicazione dell’esercizio di alcuni diritti o nella ricerca di soluzioni pratiche a problemi concreti. Questo ci interpella, certo, ma solo per quelli che sono il nostro ruolo e la nostra funzione sociale, politica, professionale. Ma non basta. Occorre che il teatro sia l’occasione per cercare un cielo stellato a cui rivolgere insieme lo sguardo. La poesia e il sogno tengono insieme il sentire sociale e il sentire spirituale; le nostre aspirazioni etiche di giustizia e cambiamento sociale e le nostre domande esistenziali più profonde. Ci connettono ai nostri simili, al pianeta, al cosmo. Ci permettono di dare un nome a noi stessi, al mondo e di pronunciare con parole nuove quel mistero che tanto ci spaventa e tanto ci affascina.
(*) Vanja Buzzini è stata musicista, artista, poeta. Massimiliano Filoni, attore e regista, lavora con GiolliCoop dal 1992.
In “bottega” abbiamo scritto più volte del Tdo e di Giolli (o dato loro la parola), di Boal e di Freire oltrechè – è ovvio – di teatro sociale. Usando i TAG troverete facilmente gli articoli.





Un bellissimo testo che ci fa anche da guida in questi tempi di conformismo, violenza e barbarie. Bisogna davvero uscire dalla logica delle contrapposizioni frontali e trovare uno scarto, uno spiffero, una pratica di dialogo e di nonviolenza nella direzione di una trasformazione dello stato delle cose. La poesia e il teatro – un certo tipo di teatro – possono offrirci gli strumenti adeguati. Vanja, Massimiliano e la cooperativa Giolli ce lo hanno dimostrato coi fatti e oggi questo testo è una sintesi politico-poetica di un certo modo di fare arte e di mettersi in relazione. In tanti sentiamo l’inadeguatezza dei vecchi strumenti, dei modi consolidati di fare cultura, e dovremmo insieme avviare un percorso di cambiamento e trasformazione personale e collettiva. Questo testo è un punto di partenza, un avvio che a me pare fecondo
Grazie per questa visione profonda e poetica che dona speranza e riattiva un modo di stare al mondo impiegando la parte migliore di noi… grazie Vania e grazie Massimiliano ❤️
Collocare il testo di “Resistenze poetiche e Pedagogia del sogno” in questo mondo così ripiegato su se stesso, fa sì che il respiro sia più ampio, fa accedere alla concreta possibilità di un nuovo inizio.
“Resistenze poetiche” è la scintilla d’innesco per attuare un cambio di visione e gestione della politica. Potrebbe essere inserito nella didattica scolastica.
Grazie Vanja grazie Massimiliano e un grazie alla Coop. Giolli per l’immenso lavoro culturale.
Mi arricchisce sempre tanto leggere testi scritti così bene, capaci di farmi “vedere”, in questo caso, i sogni trasformati in ponti fisici su cui camminare per realizzarli e attraverso i quali utilizzando la poesia come strumento aggiunto, collegare cielo e terra, spirito e materia. Mediante questo tipo di teatro tutte le persone, ma proprio tutte possono contribuire attivamente e comprendere e sentire davvero la propria realtà e la possibilità vera di un cambiamento se lo si desidera…questo tipo di teatro spinge ad essere ottimisti e porta alla luce arte e cultura così come sono in modo semplice e amico. Grazie per il lavoro e l impegno che ci metti sempre Massimiliano e grazie a Vania per la sua delicata ma forte presenza.
È una impostazione nuova molto interessante e più profonda rispetto alla denuncia. Lavora sul valore dell’intimo umano e può creare una forma di cittadinanza più matura. A chi si interessa di politica il compito di raccogliere queste sensibiltà e cambiare le cose, in modo costruttivo .