Coop sociali: invisibili, sfruttati e…

… e malpagati quelli che lavorano nell’ igiene ambientale e della raccolta dei rifiuti

di Davide Fabbri

RACCOLTA RIFIUTI. LAVORATORI SFRUTTATI. SALARI BASSI. LE RESPONSABILITA’ DI HERA E DEL PD
Il giorno dopo la ricorrenza del primo maggio, il mio pensiero va ai lavoratori invisibili dell’igiene ambientale e della raccolta dei rifiuti, iper-sfruttati e con pochi diritti.
Sono gli addetti delle attività lavorative date in appalto e in subappalto da parte di HERA spa ed HERA ambiente, gestori del ciclo dei rifiuti per conto dei Comuni enti soci, a imprese concessionarie e soprattutto a cooperative sociali che operano nel settore dell’igiene ambientale (raccolta e trasporto rifiuti urbani, differenziata, spazzamento di strade e piazze).
Da diversi anni a questi lavoratori vengono applicati contratti collettivi nazionali sfavorevoli e non appropriati. A loro si applica infatti quello delle cooperative sociali, e non quello del FISE (federazione imprese servizi ambientali) – Federambiente (ora Utilitaria).
Questa inappropriata applicazione contrattuale si traduce in una differenza a sfavore dei lavoratori di circa 400/500 euro al mese, senza quattordicesima e con minori contributi previdenziali. Una penalizzazione pesante.
Come spero tutti sappiano, HERA è un fortino di potere in mano al Pd. Piace al PD sbandierare (in maniera ipocrita) di essere dalla parte dei lavoratori ma poi – quando è chiamato a passare dalle chiacchiere ai fatti eloquenti – agisce contro i diritti.
Un ruolo importante nella giusta rivendicazione dei diritti di chi lavora in questo settore lo sta svolgendo da anni USB (unione sindacale di base).
Esistono sentenze dei tribunali per dare ragione ai lavoratori che hanno avviato cause per il riconoscimento del contratto FISE e non quello delle cooperative sociali, decisamente più penalizzante. Sentenze che hanno condannato le cooperative sociali ed HERA a rifondere ai lavoratori il danno subìto.


E’ bene precisare che le attività delle cooperative sociali indubbiamente aggiungono valore al contesto economico-ambientale garantito da un adeguato servizio di igiene. La maggior parte dei lavoratori nell’igiene ambientale non sono inseribili nella cosiddetta categoria dei lavoratori “svantaggiati”: sono dipendenti di cooperativa o soci a cui spetta spesso l’onere di essere affiancati da persone inserite nelle categorie “svantaggiate” (pazienti in trattamento psichiatrico, disabili, invalidi civili, ex detenuti, ex alcolisti, ex tossicodipendenti). Tutto questo comporta ulteriori attenzioni e responsabilità che si aggiungono a mansioni pesanti e agli evidenti rischi legati alla sicurezza: eccessivi carichi di lavoro, turni di lavoro usuranti e stressanti, utilizzo di macchinari e attrezzature pericolose, disagio climatico e ambientale (operai che stanno in mezzo a una strada tutti i giorni dell’anno con pioggia, neve, ghiaccio, calure estive).
Disagi che le centrali cooperative si sono sempre rifiutate di riconoscere economicamente, quando si è trattato di rinnovare il contratto nazionale delle cooperative pur se si tratta di soggetti che – come è giusto sia – hanno goduto e godono (ai sensi delle normative di settore) di numerosi trattamenti agevolati. I percorsi specifici di integrazione e di inserimento lavorativo delle persone “svantaggiate” continuano a essere realizzati assieme ai Comuni e alle Aziende USL, sulla base di specifiche convenzioni.
Le difficoltà da parte delle centrali cooperative – legate al legittimo e giusto riconoscimento economico nei confronti dei lavoratori del settore di igiene ambientale – devono essere affrontate in sede di Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Non possono e non devono essere scaricate sui lavoratori, utilizzando strumentalmente (mi spiace dirlo ma è la verità) le persone “svantaggiate” nei percorsi progettuali di inserimento lavorativo per giustificare la riduzione del costo del lavoro attraverso una sorta di “dumping” contrattuale e salariale. Sono comportamenti lontanissimi dall’applicazione dei princìpi etici, inclusivi e solidali, propri della cooperazione sociale.
Con tutte le forze a nostra disposizione – anche azioni legali e giudiziarie – occorre battersi per l’applicazione del contratto nazionale FISE, ridando equità, dignità, tutela, diritti e sicurezza ai lavoratori dell’igiene ambientale.
Nella speranza che la politica istituzionale dei Consigli comunali – di maggioranza e di opposizione – si dia una svegliata.

Cesena, 2 maggio 2020

Davide Fabbri, blogger indipendente

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • Pingback: CILE: REPRESSIONE GIUDIZIARIA CONTRO I MOVIMENTI SOCIALI – DIARIO di viaggio di Daniele Dal Bon

  • Colgo la occasione di questa denuncia per socializzare una informazione che si riaggancia ad una questione vecchia di decenni; la cassazione con sentenza 33133 del 16.12.2019 ha respinto una sentenza di una corte d’appello che avrebbe dato agli operai del comparto raccolta rifiuti l’onere del lavaggio delle tute; i giudici di cassazione non si sono fatti ipnotizzare dai sofismi di chi cerca di fare un distinguo tra dispositivi di protezione individuale -diciamo salva vita- come e maschere per le vie respiratorie;
    la cassazione sostiene che ogni mezzo utile per la igiene del lavoro deve essere considerato un dispositivo di protezione individuale;
    la tuta quindi non va portata a casa ad appesantire il lavoro domestico ma va gestita-per la pulizia-dal datore di lavoro;
    ovviamente non è solo ragionevolezza pratica e giuridica; pesa su questa decisione la esperienza storica -certo non estranea ai giudici di cassazione-dei disastri che ha comportato portare le tute a casa fino agli eventi mortali legati a tute inquinate da amianto e eventi di malattia (persino a danno di bambini) per altri inquinanti (farmaci, pesticidi, ecc.);
    purtroppo in Italia i contenziosi si trascinano fino a “scomodare” la cassazione;
    sarebbe bastato (e si è ancora in tempo!) per emanare un decreto-MA BASTA UNA LINEA DI INDIRIZZO O ANCHE SOLO UNA CIRCOLARE, UNA PRESA DI POSIZIONE DELLA CONFERENZA STATO-REGIONI-per risolvere definitivamente la questione;
    peraltro la citata sentenza di cassazione rinvia alla corte d’appello per un nuovo pronunciamento e questa dinamica non esclude che alti tribunali in futuro si esprimano diversamente,
    è che il ceto politico e i governi sono sensibili agli interessi dei datori di lavoro anche a costo di negare la evidenza; quale sia a attenzione alla “igiene del lavoro” da parte di ceto politico e governo lo stiamoo vedendo anche oggi;
    INVECE I LAVORATORI DEVONO TORNARE A CASA PULITI NON SOLO SENZA TRASCINARSI DIETRO LA TUTA SPORCA (CHE “QUALCUNO…MAI A CASO…LAVA IN FAMIGLIA) MA ANCHE DOPO AVER FATTO LA DOCCIA IN ORARIO DI LAVORO con un pensiero a tutti i lavoratori ma anche a quelli iù disagiato, immigrati, ecc. che ” a casa” non sempre hanno occasioni ottimali.
    Parliamone a agiamo per i diritti dei lavoratori e dei loro familiari.

    Vito Totire, medico del lavoro

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