Censura a scuola e dappertutto

articoli di Francesco Cappello, Alessandro Marescotti e Daniele Novara (ripresi da monitor-italia.it, peacelink.it, www.rete-ambientalista.it e sinistrainrete.info)

Libri scolastici italiani accusati di raccontare la storia ucraina come vuole Putin – Alessandro Marescotti e Daniele Novara

Le accuse dell’ambasciatore ucraino appaiono come un’ingerenza. È fondamentale che i docenti italiani siano liberi di condurre le proprie ricerche e di scegliere i libri di testo senza pressioni esterne e che abbiano la libertà di adottare prospettive storiografiche diverse e critiche.

L’intervento dell’ambasciatore ucraino in Italia ha suscitato un acceso dibattito riguardo alla presunta manipolazione della storia dell’Ucraina in alcuni libri di testo scolastici italiani. Tuttavia, è importante considerare questa controversia da una prospettiva che valorizzi la libertà e il pluralismo di opinioni.

Accusare i libri scolastici italiani di raccontare la storia dell’Ucraina secondo le preferenze di Putin è una chiara intromissione nella scuola italiana. È compito dei docenti italiani e non dell’ambasciatore fornire agli studenti una visione equilibrata e accurata della storia, libera da qualsiasi forma di manipolazione politica o ideologica ma anche libera di esprimere un pluralismo storiografico.

In una società democratica, è essenziale che la ricerca storica sia indipendente e libera da interferenze politiche esterne.

Le accuse dell’ambasciatore ucraino appaiono come un’ingerenza indebita sul terreno della ricerca storica italiana. È fondamentale che i docenti italiani siano liberi di condurre le proprie ricerche e di scegliere i libri di testo senza pressioni esterne e che abbiano la libertà di adottare prospettive storiografiche diverse e critiche.

Nell’ambiente scolastico è importante che gli studenti siano abituati a diverse interpretazioni della storia, consentendo loro di sviluppare un pensiero critico e analitico.

La presenza di prospettive storiografiche diverse non solo arricchisce il dibattito storico, ma aiuta anche gli studenti a comprendere la complessità degli eventi e a sviluppare una visione più completa del passato.

E’ ovvio che la presenza di diverse prospettive non significa che tutte abbiano lo stesso peso o la stessa validità.

È compito dei docenti valutare criticamente le fonti storiche e fornire agli studenti gli strumenti necessari per discernere tra diverse interpretazioni e arrivare a una comprensione accurata dei fatti storici.

In conclusione, mentre la controversia sollevata dall’ambasciatore ucraino richiama l’attenzione sulla manipolazione politica della storia, è fondamentale difendere la libertà di insegnamento e di scelta dei libri di testo nonché il pluralismo di opinioni nell’ambito della ricerca storica. È compito dei docenti italiani garantire che gli studenti abbiano accesso a una visione equilibrata e accurata della storia, preservando al contempo la libertà di espressione e il diritto alla ricerca indipendente.

Alessandro Marescotti – docente e fondatore di PeaceLink

Daniele Novara – pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico per la Pace

da qui

 

 

Roma, censura per chi parla di Palestina a scuola

di Redazione Monitor Roma

A pochi giorni di distanza dalle manganellate sugli studenti pisani che manifestavano contro il genocidio in corso in Palestina, vale la pena riflettere sul clima di censura presente nelle scuole nei confronti di chi critica il colonialismo israeliano. Due casi in particolare hanno fatto discutere: il licenziamento di un assistente all’educazione algerino del liceo francese Chateaubriand di Roma, impiegato da più di dieci anni e adesso sotto accusa per aver pubblicato un post Instagram sgradito, e la vicenda di un insegnante di filosofia e storia del liceo scientifico Augusto Righi di Roma, che ha subito una serie di fortissimi attacchi a mezzo stampa, fondati su notizie false, e provvedimenti disciplinari che potrebbero portare a nuove sanzioni.

Il 30 ottobre scorso un articolo del Corriere della sera, ripreso acriticamente da altri giornali, ha sostenuto che il professore del Righi avesse assegnato a una classe un tema che chiedeva di commentare le posizioni su Israele e sul massacro in atto espresse da un alunno, cittadino italo-israeliano, durante la lezione. A detta del giornale il professore avrebbe messo in imbarazzo lo studente, ma la notizia è stata subito smentita pubblicamente da un documento degli alunni e delle alunne della classe.

Sulla scia delle polemiche, il professore è stato sottoposto ad alcuni provvedimenti disciplinari: una contestazione d’addebito da parte della dirigente scolastica (che si conclude con la sanzione “censura”), una visita a scuola di tre ispettori inviati dal ministero dell’istruzione e l’avvio di un altro procedimento disciplinare da parte del ministero, di cui ancora si attende l’esito e che annuncia gravi sanzioni.

L’intento evidente è di criminalizzare le attività didattiche finalizzate al racconto dell’oppressione del popolo palestinese. Il ministro dell’istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, ha un ruolo politico diretto in questa faccenda. Dal 7 ottobre, l’inizio della fase più recente del conflitto in Palestina, diverse sono state le ingerenze del ministero sulla libertà d’insegnamento e d’espressione: le ispezioni effettuate in due licei a Milano, per esempio, dopo alcune dichiarazioni degli studenti, e la circolare dell’Ufficio scolastico regionale del Lazio in previsione del 27 gennaio, Giornata della memoria, che invitava i dirigenti scolastici a controllare le opinioni degli studenti e degli insegnanti riguardo agli “scenari internazionali di crisi”, espressione criptica che si riferisce al genocidio in Palestina. Pubblichiamo di seguito un’intervista al professore del liceo Righi, per far luce sulla vicenda spiegandone i punti cruciali.

* * * *

Professore, ci racconta dei provvedimenti a cui è stato sottoposto?

Sono stato sottoposto a due procedimenti disciplinari: uno da parte della dirigente scolastica, l’altro da parte del ministero, seguito a un’ispezione con una specie d’interrogatorio a scuola. Il primo procedimento si è concluso con una sanzione del tipo “censura”. Attendo ancora l’esito del secondo.

 

Come si è arrivati al primo procedimento disciplinare?

La censura segue un incontro avvenuto a scuola tra la dirigente scolastica e i genitori di un alunno di cittadinanza italo-israeliana. Questi ultimi lamentavano la mia presunta faziosità sulla questione palestinese e la verbalizzazione nel registro di classe del nome del ragazzo e della sua cittadinanza italo-israeliana. La cosa in realtà era andata diversamente. A partire dalla seconda settimana di ottobre ho fornito alle mie classi alcuni spunti di riflessione sulla questione israelo-palestinese, con riferimento ai valori educativi dell’uguaglianza degli esseri umani e del ripudio della guerra. Durante una delle mie lezioni lo studente di cui sopra ha spiegato di essere di religione ebraica e cittadino italo-israeliano e ha chiesto di leggere un documento, da lui elaborato a casa, per illustrare il suo punto di vista sulla questione israelo-palestinese. Come di consuetudine, nel rispetto del diritto di parola di tutti e tutte, e della pluralità dei punti di vista, ho acconsentito alla richiesta del ragazzo. Al termine della lezione, come di norma, ho verbalizzato sul registro di classe le attività didattiche del giorno e ho annotato – come testimonianza di pluralismo – anche il lungo intervento, il nome del ragazzo e la sua cittadinanza. Successivamente sono stato convocato dalla dirigente e ho appreso del fraintendimento dei genitori del ragazzo riguardo un atto che, a parer loro, avrebbe leso la privacy del figlio. Così, d’intesa con la dirigente, abbiamo deciso di rimuovere il nome dell’alunno dalla verbalizzazione sul registro, pur non avendo mai pensato di aver causato danno a quest’ultimo, ma anzi di averne valorizzato il punto di vista. La cittadinanza del ragazzo era già nota alla classe.

 

Poi è arrivato il secondo procedimento…

Il secondo procedimento segue la visita di tre ispettori ministeriali a scuola, che mi hanno sottoposto a un interrogatorio di circa tre ore sulle mie attività didattiche. La contestazione mi accusa sostanzialmente di aver fatto “intravedere” il mio “orientamento di parte”, e di aver parlato per troppo tempo di Palestina durante le mie lezioni; di “mancanza di senso istituzionale”, perché avrei rivelato agli studenti la notizia dell’ispezione ministeriale in corso – un segreto di Pulcinella già di pubblico dominio sulla stampa – e l’assenza di dibattito nel collegio dei docenti sul rapporto tra educazione e genocidio in Palestina. Mi è sembrato di vivere una situazione kafkiana già durante l’interrogatorio degli ispettori. Mi è stato chiesto il perché svolgessi lezioni sulla Palestina a scuola e se, nel trattare, per esempio, un argomento come la prima guerra mondiale, citassi le diverse posizioni riguardo all’intervento nel conflitto. Hanno voluto che facessi loro un esempio di come ho collegato all’attualità i temi trattati in classe, e così via per tre ore…

 

Il suo caso ha avuto una forte eco mediatica. Perché, secondo lei, vari articoli di giornale hanno scritto il falso?

Anche le accuse e le falsità di certa stampa nei miei confronti, che hanno preceduto la sanzione inflitta dalla dirigente, sono state kafkiane. Il linciaggio mediatico è cominciato con una menzogna spudorata secondo cui avrei assegnato un compito discriminatorio alla classe, chiedendo di commentare le opinioni del ragazzo ebreo sulla situazione in Palestina. Non credevo ai miei occhi. Chi mi conosce sa che sono antifascista e che non discrimino nessuno. Non ho dovuto neppure smentire la notizia, perché immediatamente la stessa classe, di fronte alle assurdità pubblicate, lo ha fatto al mio posto, diffondendo un documento scritto in cui negava l’esistenza del compito.

Altri articoli hanno attaccato il contenuto delle mie lezioni. È diventato uno scandalo perfino proiettare a scuola un video di Amnesty International che denuncia l’apartheid in Israele, spiegare la differenza tra ebraismo e sionismo, esaminare le posizioni di un ex ambasciatore di Israele convinto della necessità di “distruggere Gaza”, riflettere sul bombardamento dell’ospedale Al-Ahli che ha causato la morte di più di cinquecento palestinesi… È stata usata una tecnica di comunicazione ingannevole. Si dà la sensazione al lettore di toccare con mano qualcosa di concreto, una prova inequivocabile alla quale non si può non credere, non una semplice opinione del giornalista. La stessa strategia usata da Colin Powell nel 2003, quando agitando una provetta di antrace, una presunta prova, per giustificare la guerra convinse il mondo con una bugia: la falsa notizia che l’Iraq possedeva armi di distruzione di massa.

Un altro motivo della facile diffusione del falso giornalistico è la cialtroneria con cui alcuni scrivono copiando e incollando dagli articoli dei colleghi di altre testate, senza verificare direttamente le fonti. Tutto, infatti, è cominciato con un articolo del Corriere della Sera, a cui gli altri giornali si sono accodati ciecamente. Si è scomodato anche Salvini. Ho letto diversi commenti violenti ad alcune sue dichiarazioni che mi insultavano e invocavano il mio licenziamento.

Di fronte alla smentita della classe che negava l’esistenza del fantomatico tema discriminatorio, la fabbrica del falso non si è fermata. Alcuni quotidiani hanno dato notizia di una dichiarazione sottoscritta da ventuno ex studenti ebrei del liceo che chiedeva alla dirigente di rimuovermi dall’incarico. Non ho mai conosciuto questi studenti, i quali, evidentemente, per motivi a me ignoti, hanno prestato il loro nome per questa squallida operazione. Invece, gli studenti e le studentesse che mi conoscono, quelli delle mie classi, hanno rilasciato spontaneamente dichiarazioni di solidarietà nei miei confronti contro questi attacchi meschini e infondati.

 

Come hanno reagito gli studenti e i colleghi?

Vari genitori e docenti si sono mostrati solidali. Come dicevo, tutte le mie classi hanno solidarizzato attraverso lettere inviate alla dirigente. Vari studenti e studentesse di altre classi hanno partecipato a sit-in davanti il liceo esprimendo solidarietà nei miei confronti e protestando contro gli attacchi alla libertà d’insegnamento e in sostegno del popolo palestinese. Alunni e alunne di altre scuole hanno protestato davanti ai locali del Corriere della Sera per denunciare la criminalizzazione dei docenti che aprono il dibattito sulla Palestina e per solidarizzare con me.

 

Quale logica si cela, secondo lei, dietro questi attacchi?

La favola e la retorica della neutralità. Queste incursioni nella mia libertà d’insegnamento si poggiano su luoghi comuni che presuppongono uno sfondo ideologico non democratico e che interpretano la figura del docente alla stregua di un acritico addetto alla riproduzione della narrazione dominante. Chi ci accusa d’essere “di parte”, ci sta dicendo che non siamo allineati e che per questo meritiamo una punizione pubblica. Vogliono fare dell’ignavia e del principio stupido e impossibile della neutralità i valori guida dell’educazione. La mia scuola si è dimostrata inadeguata nel resistere alle pressioni esterne, in quanto non è riuscita a tutelare i docenti nello svolgimento sereno dei loro programmi, secondo i loro metodi educativi. Questa grave carenza ha limitato anche le occasioni di confronto e apprendimento: una conferenza sulla questione palestinese, organizzata dagli alunni e dalle alunne, era stata in un primo momento autorizzata dalla dirigente. Tuttavia, dopo aver ricevuto pressioni di persone che reputavano “non obiettivo” il relatore di Amnesty invitato, la preside ha annullato l’incontro. Un anno fa il ministro Valditara rivolgeva la stessa accusa di faziosità alla dirigente del liceo Leonardo Da Vinci di Firenze, che aveva scritto una lettera ai suoi studenti condannando le violenze neofasciste compiute davanti al liceo Michelangiolo. E subito dopo il 7 ottobre 2023 il ministro ha ordinato ispezioni in due licei di Milano per scoraggiare la mobilitazione studentesca contro il massacro in Palestina.

 

In che modo si dovrebbe interpretare, secondo lei, la libertà di insegnamento?

Educare non significa presentare alla classe semplicemente un elenco di punti di vista. Educare è formare. Non possiamo considerare i punti di vista esistenti come equivalenti sul piano formativo. I professori non possono dire alle classi: “Considerate anche l’esistenza del punto di vista fascista e, se volete, sposatelo”. Abbiamo il dovere di entrare nel merito dei contenuti educativi per produrre una consapevolezza che metta in condizioni di discernere, per esempio, tra machismo e rispetto della donna, tra suprematismo bianco e antirazzismo, tra fascismo e antifascismo, tra classismo e rispetto del lavoratore e delle sue lotte, e così via. Ci lascino liberi di insegnare che ripudiamo la guerra e il colonialismo. Il senso critico non si raggiunge solo con l’acquisizione di forme. Il formalismo ci condanna all’equiparazione dei contenuti. Forma e contenuto vanno invece insieme. L’attività dei docenti è soggetta a una manipolazione istituzionale continua e sistematica. La Costituzione è di carta e non tutela nei fatti la libertà d’insegnamento. Ministri e dirigenti accolgono strumentalmente o acriticamente segnalazioni e pressioni di gruppi privati che soffocano la libertà di docenti e studenti.

 

Come giudica lo stato di salute della democrazia nella scuola?

Nelle scuole è sempre più difficile svolgere il mestiere del docente, perché la nostra funzione è sempre più allineata alla volontà dei dirigenti scolastici e dei governi. Lo spazio della riflessione critica è sempre più esiguo. Nei collegi dei docenti non si discute liberamente, siamo diventati un organo che ratifica scelte non nostre. I presidi assumono la fisionomia dei dirigenti d’azienda, non sono formati per promuovere l’educazione al pensiero critico. I docenti sembrano sempre più intimiditi da questa condizione. Al collegio dei docenti della mia scuola ho sentito il bisogno di comunicare il mio disagio nel continuare a lavorare nel frastuono delle bombe, come se nulla fosse. Ho cercato di trasmettere il mio malessere leggendo tra le “varie ed eventuali” un documento in cui m’interrogavo sul senso della funzione del docente nelle attuali condizioni, ma avvertivo che era già di per sé offensivo per la nostra dignità di insegnanti trattare questo tema cruciale nella fase residuale dell’ordine del giorno, l’unico in cui si riesce a deviare per qualche istante dal protocollo, quando si è già pronti a scappare per la stanchezza.

Ma il segno più importante della difficoltà del docente nella riflessione critica collettiva è il progressivo cedimento alla madre di tutte le intimidazioni, quella che ha trasformato la parola “politica” in un termine tabù. Così, nel tritacarne scolastico che tutto sterilizza, mentre portiamo Pericle agli alunni e alle alunne, ci rimproverano allorché lo applichiamo avventurandoci nel campo minato del dibattito politico. La cultura dell’equidistanza non può appartenere alle persone critiche. Se c’è un oppresso, occorre dire che c’è. Se c’è un oppressore, non dobbiamo aver paura di considerarlo tale. Non si possono mettere queste differenti realtà sullo stesso piano. Dobbiamo denunciare le radici della guerra e spiegare ai ragazzi e alle ragazze che cosa sono il colonialismo e l’imperialismo. L’educazione è intimamente legata a questo compito, è una funzione politica nel senso più alto del termine. Solo l’ignorante lo nega. In questo senso bisogna assolutamente parlare di politica a scuola rigettando ogni intimidazione. Questo bisogno del pensiero ci rimproverano di rivendicare.

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Un delirante studio dell’Istituto Germani contro i manuali (“filo Putin”) delle medie… preso sul serio dal governo Meloni! – Agata Iacono

Ebbene sì: i libri di storia su cui studiano gli studenti medi italiani sono colpevoli di non distorcere la Storia.

Scandaloso:  Wikipedia fa diventare la strage di Odessa un incidente di autocombustione e i libri di storia non si adeguano?

Si legge sul Sole24ore: “Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha avviato verifiche per appurare «se i contenuti dei manuali di storia e geografia presentino effettive criticità dopo la notizia della diffusione di libri di testo scolastici per le scuole secondarie di primo grado con un’impostazione faziosa e distorta della realtà storica, in favore della narrazione della Russia putiniana e dell’Unione Sovietica comunista». Lo ha reso noto il Ministero dell’Istruzione e del Merito.”

Cerchiamo di capire meglio.

“L’allarme – scrive Adnkrons – arriva da un gruppo di attiviste ucraine, che si è rivolto a Irina Cascei, giornalista ucraina che vive da molti anni a Roma e collabora con varie testate italiane. Cascei, dopo aver raccolto i libri e fotografato i capitoli dedicati a Russia e Ucraina, ha contattato Massimiliano Di Pasquale, direttore dell’Osservatorio Ucraina presso l’istituto Gino Germani, esperto di guerra ibrida e misure attive”.

“Studio shock: nei libri di scuola i ragazzi italiani studiano la storia come vuole Putin” titola AdnKronos, citando direttamente il dossier dell’istituto Germani, specializzato in intelligence a livello militare e che vanta collaborazioni con Rheinmetall, azienda leader nella sicurezza, quotata in borsa, che, come denuncia la giornalista del FQ, Stefania Maurizi, e massima esperta del caso Assange, collabora con la produzione di armi…

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La legge vieterà di manifestare contro Israele – Francesco Cappello

  1. Il ddl 1004 proposto dalla lega intenderebbe impedire le manifestazioni di dissenso “antisemite” dei cittadini italiani
  2. Le “Disposizioni di legge per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo“ del 30 gennaio 2024

Si tratta di  articoli pienamente coerenti con la progressiva chiusura degli spazi politici, atti a limitare, controllare e impedire manifestazioni in cui si criticano le istituzioni israeliane. Esso vorrebbe tutelare le istituzioni e la storia ebraica.

Così si apre il ddl [1]

ONOREVOLI SENATORI. – Alla luce del conflitto armato attualmente in corso in Medio Oriente e delle ripercussioni che tale guerra ha sul nostro Paese, anche sul piano civile, visto l’interesse mediatico dimostrato dagli organi di informazione e le numerose manifestazioni di cittadini, nasce l’esigenza della presente proposta che è finalizzata ad adottare nell’ambito della legislazione vigente la definizione operativa di antisemitismo.

La parola antisemitismo entra così nel linguaggio giuridico italiano; un po’ come la parola mafia che fu sdoganata per la prima volta in un documento ufficiale nel 1865 dal prefetto di Palermo, Cesare Mori, in un rapporto inviato al governo centrale italiano, essa permise poi di parlare di antimafia e di istituire le prime Commissioni Parlamentari di inchiesta sulla mafia del ’63 e del ’72.

Bisognerebbe però che qualcuno spiegasse, a chi ha stilato il disegno di legge, come la parola antisemita, usata nell’accezione di chi sarebbe contro gli ebrei, quale cultore di ideologia nazista, seppure invalsa nell’uso corrente, non abbia alcun fondamento; le Lingue semitiche sono, infatti, un gruppo di lingue comprendente il babilonese e l’assiro, l’ebraico e l’aramaico, l’arabo e l’etiopico [2].

Arabo ed ebraico sono quindi entrambe lingue e popolazioni di una stessa area geografica. Chissà perché antisemitismo, anche nel linguaggio giuridico, debba indicare avversione nei confronti degli Ebrei, della loro cultura, delle loro istituzioni.

Nella parte finale del comma 2 dell’art. 1 si legge ciò che si dovrà intendere per antisemitismo si intende una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici.

Il ddl nel tentativo apparente di tutela di un popolo che in passato ha subito genocidio vorrebbe maldestramente e incostituzionalmente controllare e impedire le manifestazioni a favore di un altro popolo che sta subendo atti genocidiari.

A fronte di una possibile escalation delle manifestazioni della società civile, a favore della popolazione palestinese, in pieno dissenso con le politiche di cooperazione della nostra classe dirigente con Israele, sotto processo per atti genocidiari presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU (CIG) (a cui si sono associati diverse decine di Paesi – Il numero complessivo dovrebbe essere ormai prossimo a cento), la lega di Matteo Salvini ha deciso di correre ai ripari per arginare e bloccare quella che sarebbe “l’ondata di antisemitismo” nel Paese, con un disegno di legge: Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismod’iniziativa dei senatori leghisti Romeo, Pirovano e Bergesio, comunicato alla presidenza il 30 gennaio 2024.

Divenuta legge dello Stato sarebbero vietate le manifestazioni giudicate antisemite per aver adottato slogan, simboli e atti considerati antisemiti. Una manifestazione pubblica di pensiero come quella di Ghali, Dargen D’Amico o le parole di un qualsiasi giornalista che scrivesse e pubblicasse un suo pezzo giudicato troppo pro Palestina e quindi tacciabile di antisemitismo, potranno essere sanzionabili.

Avranno dimenticato, i nostri legislatori l’articolo 21 della Costituzione?

Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria.

 

Il 7 ottobre 2024 come l’11 settembre 2001

Torna alla mente l’immediata promulgazione, dopo i fatti dell’11 settembre 2001, dell’USA Patriot Act,una legge federale, limitativa delle libertà personali, per motivi emergenziali di sicurezza nazionale: la legge per unire e rafforzare l’America fornendo strumenti adeguati necessari per intercettare e ostacolare il terrorismo. Si tratta di una serie di norme che hanno rinforzato il potere dei corpi di polizia e di spionaggio statunitensi, con lo scopo di ridurre il rischio di attacchi terroristici negli Stati Uniti, anche a discapito di privacy e libertà di movimento dei cittadini.

Nel preambolo del ddl leggiamo:

Dopo il terribile attacco terroristico del 7 ottobre compiuto dall’organizzazione terroristica Hamas con altri movimenti alleati della galassia terroristica islamista, come il Jihad islamico palestinese, i focolai di antisemitismo già presenti in tutta Europa (documentati per l’Italia dal CDEC e dall’Eurispes) si sono estesi e propagati sotto la veste di antisionismo, dell’odio contro lo Stato Ebraico e del suo diritto ad esistere e difendersi.

l’articolo 2 del DDL autorizza il capo del governo ad adottare, usando come strumento legislativo l’ormai famigerato dpcm “il Presidente del Consiglio dei ministri adotta, con proprio decreto, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge”,

“al fine di prevenire e contrastare qualunque atto o manifestazione di antisemitismo

di

creare una banca dati sugli episodi di antisemitismo (…) avuto riguardo sia ai crimini d’odio che agli atti di natura incidentale” (Cosa si debba intendere per atti di natura incidentale non è dato sapere. Si capisce bene però che il governo intende istituire una vera e propria black list schedando chi si dovesse macchiare di atti di antisemitismo)

e di predisporre

“apposite misure per contrastare la diffusione del linguaggio d’odio antisemita sulla rete internet, anche attraverso l’aggiornamento delle regole di accesso alle piattaforme di social media nonché mediante sistemi di segnalazione e rimozione, uniformi ed efficienti, dei relativi contenuti”

e di intervenire in campo educativo con

“un piano di formazione rivolto a insegnanti ed educatori in merito alla conoscenza del fenomeno dell’antisemitismo (…) nonché circa i pregiudizi e gli stereotipi nei confronti degli Ebrei, ivi incluse le possibili teorie complottistiche che ne possono derivare”

e per il

personale delle Forze di polizia in merito alla conoscenza del fenomeno dell’antisemitismo, ai fini di una corretta individuazione della natura antisemita di un reato

nonché campagne di informazione

sui canali del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale

finalizzate

“alla conoscenza del fenomeno dell’antisemitismo” e nell’ambito delle attività associative e sportive.

all’art.3 è infine previsto

 

“Il diniego all’autorizzazione di una riunione o manifestazione pubblica per ragioni di moralità”

motivabile

“anche in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge”.

Come si vede l’articolo 3 modifica il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza – TULPS ove come è noto si stabilisce che “I promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico, devono darne avviso, almeno tre giorni prima, al Questore”. come previsto dall’art.17 della Costituzione

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

Secondo il TULPS la comunicazione è dovuta per regolamentare il traffico e simili. Ora però si dà al questore la possibilità di diniego preventivo ed è così che, con ogni probabilità, saranno vietate le manifestazioni pro Palestina che contestano il sionismo.

Se avvenisse un miracolo e il Presidente della Repubblica rinviasse la legge alle Camere, nel caso di seconda approvazione da parte del Parlamento egli sarebbe costretto a firmarla; in tal caso non rimarrebbe che (a seguito di un giudizio davanti a un giudice) chiedere al tribunale di reinviare la questione alla Corte Costituzionale, nella speranza che quest’ultima ne riconosca l’incostituzionalità dichiarando la legge illeggittima retroattivamente, cancellandola così definitivamente dal nostro ordinamento.

È perciò quanto mai importante che i cittadini italiani conoscano il disegno leghista perché possano esercitare in questa fase le dovute pressioni in grado di convincere la lega a ritirare da subito il ddl 1004 o il Parlamento a non approvarlo.

 

Torna in mente il viaggio di Salvini in Israele

In veste di vicepresidente del consiglio e ministro dell’interno, Salvini, l’11 dicembre 2018, pronunciò per l’occasione le seguenti parole:

«Il nascente antisemitismo fa rima con l’estremismo islamico a cui qualcuno non presta necessaria attenzione (…) per un ministro dell’Interno, Israele è uno dei modelli dell’anti-terrorismo, di intelligence, di controllo del territorio, di difesa dei confini: da questo punto di vista vado a studiare e imparare. E poi vado a rinsaldare tra Italia e Israele, che per me sono fondamentali».

L’Italia, ottemperando all’ordinanza preventiva della Corte del Sudafrica, dovrebbe piuttosto smettere qualsiasi cooperazione militare con Israele procedendo alla abrogazione immediata della legge 94 del 2005 che la codifica, e riconoscere in modo bilaterale lo Stato di Palestina (vedi L’Italia riconosca lo Stato di Palestina) aggiungendosi ai 139 Stati che nel mondo lo hanno già fatto.

Sono ora ben tre i motivi di complicità (vedi Italia collaborazionista?) dell’Italia con i crimini che Israele sta compiendo a danno del popolo palestinese:

Noi, rappresentanti della società civile, abbiamo il dovere di mobilitarci contro il genocidio (vedi Mobilitiamoci contro il genocidio)

Un invito a ciascuno a contribuire alla Campagna di mobilitazione iscrivendosi al canale Telegram https://t.me/Mobilitiamocicontroilgenocidio MOBILITIAMOCI CONTRO IL GENOCIDIO!

Note

[1] Il ddl 1004 è leggibile qui https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/430506.pdf

[2] Lingue semitiche (o il semiticos.m. ), gruppo di lingue comprendente il babilonese e l’assiro, l’ebraico e l’aramaico, l’arabo e l’etiopico, caratterizzate da un ricco consonantismo, da un sistema di vocali limitato alla serie aiu, e da una morfologia costituita da radici formate da tre consonanti. Storicamente si divide in tre gruppi: il gruppo orientale o accadico, che nel II millennio a.C. si divide in babilonese e assiro; il gruppo nord-occidentale, rappresentato dall’ugaritico, il fenicio, l’ebraico, l’aramaico, che poco prima dell’era cristiana sopraffà le altre lingue e dà vita ad alcuni dialetti fra cui il siriaco: di questo sono in uso oggi alcuni dialetti aramaici e, risorta, la lingua ebraica, propria dello stato di Israele; il gruppo sud-occidentale, diviso nelle due tradizioni araba ed etiopica, tuttora vivente come lingua letteraria nelle forme rispettive dell’arabo classico in tutta l’Africa sett., Arabia, Giordania, Siria e dell’amarico, lingua ufficiale dell’Etiopia. Definizione da Oxford Languages

da qui

 

Anti israeliano cioè anti semita?

Alessandro Orsini, docente universitario, scrittore e opinionista per varie trasmissioni tv e giornali, già collaboratore dell’ambasciata di Israele, è stato denunciato dal presidente della Comunità Ebraica di Roma, Victor Fadlun, per istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa, con riferimento a una presunta “propaganda antisemita”. Essa consisterebbe in questi post sui social apertamente anti israeliani: “Lo sterminio di un popolo sarà sempre possibile fino a quando ci saranno persone come Netanyahu”; “Il governo Netanyahu è una delle dittature più brutali e razziste del mondo” (8 ottobre 2023); “Tra Netanyahu e Isis non esiste nessuna differenza. Entrambi massacrano i bambini di religione diversa (…)” (14 ottobre 2023); “Netanyahu è diventato ufficialmente il più grande massacratore di bambini innocenti dopo Hitler” (15 ottobre 2023); “Israele non è una democrazia. Nessuna democrazia include l’apartheid nel proprio sistema politico e il terrorismo di Stato” (19 ottobre 2023). Prima domanda: chi è contro Israele perché sarebbe antisemita (razzista anti ebraico)? Seconda domanda: perché i cittadini italiani di religione ebraica debbono sempre e comunque essere dalla parte di Israele?

da qui

redaz
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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