«5 euro se le dai uno schiaffo»

di Daniela Pia

Mentre ci preparavamo per la fine delle lezioni, ho assistito al dibattito su un video che circolava sui social, ripreso persino da Repubblica on Line. Incuriosita dai commenti ho chiesto di cosa si trattasse e mi sono sentita rispondere che era una scazzottata fra due minorenni, avvenuta nel parco del mio paese, Sestu. Gli studenti me lo hanno mostrato e ne sono rimasta profondamente turbata.

Due giovanissime si sono affrontate, senza nessun apparente motivo – comunque sarebbe stato ingiustificato – come due lottatrici di Wrestling.

Non scendo nei particolari dell’impietoso episodio ma voglio mettere in risalto la frase pronunciata da un bambino che assisteva come fanno gli ultras: «se le dai uno schiaffo ti dò cinque euro».

Ho supplicato i miei studenti-studentesse di non divulgare il filmato, di non farsi complici di una deriva che pare inarrestabile sui social: avallare la diffusione del degrado, della solitudine e dell’abbandono che vivono tanti minori.

Tutto è spettacolo: la rissa, la scazzottata, gli improperi, e se si tratta di rsgazzine la cosa è ancora più appetibile. 

Non mi interessa verificarlo, ma ipotizzo che i like e le visualizzazioni di questo triste episodio siano tante, troppe. I nostri figli e le nostre figlie crescono in un contesto dove si ambisce a ciò che profetizzava Andy Warhol: «In the future everyone will be world-famous for 15 minutes». Le due minori del mio paese possono dire di aver avuto la loro notorietà, circondate da un pubblico, sia reale che virtuale.

La violenza, anche fra le ragazze, attraverso i social, è  capace di farsi modello: si diffonde sulla base del desiderio di sentirsi parte di un gruppo che fa tendenza senza si abbia alcuna consapevolezza del prezzo che alla fine verrà chiesto di pagare. Come ha dimostrato quanto accaduto il 24 gennaio, fuori dall’istituto alberghiero di Sassari, dove era scoppiata una violenta rissa fra due adolescenti, ripresa con i cellulari di compagni di scuola – poi diventata virale sui social –  e alla quale è seguita la misura cautelare del collocamento.

Un prezzo altissimo.

Dobbiamo riflettere su quanto sia importante la comunicazione, soprattutto a scuola e in famiglia, dove si è in grande solitudine mentre sarebbe opportuno incentivare la presenza di educatori (invece si sono visti dimezzare le ore a sostegno del processo educativo).

Bisognerebbe pretendere la presenza di uno psicoterapeuta dentro le scuole, a sostegno di studenti/esse, del corpo docente e delle famiglie, affinché si aiuti a plasmare una società di adulti responsabili, in grado di proteggere le nuove generazioni attraverso una mediazione efficace  che  metta l’accento sulle trappole presenti nella diffusione di questi piccoli-grandi orrori. Invece viviamo la disattenzione delle istituzioni, nei fatti, perché le parole abbondano e hanno anche stancato. 

Il risultato è un pugno nei nostri occhi e nelle nostre anime.

 

Daniela Pia
Sarda sono, fatta di pagine e di penna. Insegno e imparo. Cammino all' alba, in campagna, in compagnia di cani randagi. Ho superato le cinquanta primavere. Veglio e ora, come diceva Pavese :"In sostanza chiedo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedo la pace nel mondo, chiedo la mia".

2 commenti

  • …ahimè
    la gioventù non è presidiata
    una marea di adulti non sono tali, se non anagraficamente -con ogni evidenza.
    E/ma oltre a questo, vorrei solo, qui, indicare un piccolo punto specifico: gli smarphone sono armi.
    Sono armi. Lo sono, a tutti gli effetti.
    Un sacco di persone li usano senza aver la minima consapevolezza di ciò.
    Continuare a far finta che non sia così è un suicidio cillettivo, culturale, antropologico.
    E’ così e far finta che non sia così è da sciocchi – o da complici.

  • Anche ciò che è accaduto a Seul è il risultato della situazione descritta.
    Giorgio Stern

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