14 luglio 1953, Parigi: violenza coloniale

di Karim Metref


Oggi, in Francia, il 14 luglio fa parte del folklore politico storico. Tutti lo riconoscono come una delle date fondanti di quello che oggi è la Repubblica Francese. Ricorda la presa della Bastiglia durante quella Rivoluzione del 1789, che fu la pietra miliare della fine di un’era in Europa e dell’inizio di una nuova era che porterà al mondo moderno come lo conosciamo.

Pochi ricordano anche in Francia oggi che l’eredità della Rivoluzione del 1789 è stata a lungo contesa tra i movimenti di lotta per l’emancipazione e le istituzioni dell’impero e poi delle successive repubbliche borghesi.

Un 14 luglio in particolare, quello del 1953, fu teatro di un massacro. Una azione punitiva nei confronti degli indipendentisti algerini presenti nelle manifestazioni operaie.

Il bilancio degli scontri è di circa 50 morti e centinaia di feriti, la maggior parte delle vittime sono algerini, ma ci sono anche militanti sindacalisti e di sinistra che hanno partecipato agli scontri in solidarietà con i lavoratori algerini.

Dopo la parata militare, la parata operaia

Pochi lo sanno oggi, ma per molto tempo le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra francese hanno marciato ogni 14 luglio. Questa sfilata faceva parte delle tradizioni operaie allo stesso modo del 1° maggio.
Questa tradizione risale al 1935, quando, per la prima volta, attivisti e leader socialisti, comunisti e radicali marciarono insieme ad altri piccoli partiti, sindacati e associazioni (CGT, CGTU, Lega dei diritti umani, ecc.), in una manifestazione unitaria di quasi 500.000 persone.
Per gli organizzatori si trattava di riprendere la tradizione rivoluzionaria, difendere la democrazia e combattere il pericolo delle leghe di estrema destra.
Come sottolinea la storica Danielle Tartakowsky, si tratta della «quieta mobilitazione di un popolo di sinistra che rivendica la propria storia, inclusa la storia nazionale» (Giovanna d’Arco, La Marsigliese, il milite ignoto).
Il 14 luglio 1936, se al mattino, come di consueto, l’esercito marciava sugli Champs-Élysées, nel pomeriggio quasi un milione di persone marciava nell’Est di Parigi su invito delle organizzazioni del Fronte popolare.

Si fa festa, mentre oltre i confini, l’Italia è fascista, la Germania è nazista e la guerra civile spagnola inizierà quattro giorni dopo.
Il 14 luglio 1937 è più impegnativo, ma i manifestanti sono meno. Stessa cosa nel 1938 quando i balli popolari diventano una vera e propria tradizione.

Sotto l’occupazione nazista il 14 luglio fu bandito, ma fu anche occasione di manifestazioni patriottiche e di resistenza…” (1)

Operai sì… ma anche colonizzati

Questa tradizione operaia del 14 luglio pomeridiano riprese dopo la liberazione, portando sul tavolo le nuove sfide del movimento operaio internazionale e di un mondo che cerca di uscire dai traumi del conflitto più distruttivo della Storia umana.

A partire dai primi anni Cinquanta, una nuova specie di operai partecipa ai festeggiamenti pomeridiani: i militanti e simpatizzanti del Movimento per il Trionfo delle Libertà Democratiche (MTLD), il movimento indipendentista algerino. Non tutte le organizzazioni di sinistra vedono di buon occhio questo ospite ingombrante. Bisogna ricordare che il PC francese si è opposto al progetto di indipendenza fino all’inizio degli anni 60. Ma i manifestanti algerini sono operai, come gli altri. Sono organizzati, disciplinati e pacifici. Non ci sono ragioni per tenerli fuori dalla parata.

Il rituale è sempre lo stesso. Centinaia di operai, quasi tutti maschi, giovani, vestiti a festa, giacca e cravatta di rigore. Sfilano con calma portando striscioni e cantando inni che parlano di uguaglianza e diritti dei popoli all’autodeterminazione.

Nel 1953 il contesto è teso. Le manifestazioni del Primo Maggio sono già state macchiate dalla violenza della polizia.

Poi la questione coloniale è è sempre più fonte di forti tensioni sociali e politiche. L’Indocina è una ferita ancora sanguinante, l’esercito francese è in forte difficoltà e manca poco meno di un anno all’umiliante sconfitta di Dien Bien Phu.

In una bella giornata di luglio…

La giornata del 14 luglio 1953 è una bella giornata di sole, come all’epoca se ne vedevano solo d’estate a Parigi. Le forze dell’ordine sono al massimo della mobilitazione. La manifestazione è molto controllata. La questura di Parigi aveva annunciato che non avrebbe tollerato né cartelli o bandiere e striscioni “offensivi” né tanto meno canti e grida “sediziosi”.
La processione cammina in ordine e nella calma, segue il percorso tradizionale, dalla Place de la République alla Place de La Nation.

Al livello di Rue du Faubourg-Saint-Antoine, alcuni paracadutisti, tornati in licenza dalla guerra d’Indocina, attaccano i manifestanti algerini a bottigliate e insulti razzisti. Gli operai algerini si difendono e i paracadutisti hanno la peggio. I rapporti parlano di 6 feriti tra di loro.

Dopo il primo scontro i militari in licenza si allontanano momentaneamente, ma poi tornano all’attacco, varie volte. E ogni volta la polizia è intervenuta per salvarli dalla folla di operai. Gli archivi non hanno registrato nessun arresto tra questi aggressori.

Dopo vari scontri, la violenza della polizia esplode. Si spara per uccidere. I manifestanti si difendono con quello che trovano sul posto.

Le aggressioni dei paracadutisti sembrano provocazioni volute, per giustificare poi la repressione selvaggia. Sul selciato rimangono circa 50 morti e qualche centinaio di feriti. La maggior parte sono algerini, ma ci sono anche tra feriti i morti alcuni militanti e sindacalisti che hanno preso parte allo scontro in solidarietà con i compagni algerini.

La violenza dei Nordafricani…

I comunicati della polizia francese, ripresi tali quali dalla stampa francese, parlano di manifestazione violenta e di attacchi contro le forze dell’ordine. La polizia -dicono- ha solo ristabilito l’ordine.

Ma le testimonianze sono tante e parlano di una deliberata azione punitiva. La polizia ha sparato per punire i nordafricani che hanno osato difendersi e picchiare il gruppo di soldati coloniali razzisti. Ma anche per punire simbolicamente questi pidocchiosi di popoli colonizzati che osano rialzare la testa.

Un processo sarà organizzato per rispondere alle numerose denunce delle famiglie delle vittime. Ma finisce tutto con un non luogo. Non c’è stato niente, solo la violenza dei manifestanti nordafricani.

Come la violenza degli Italiani di Aigues-Mortes

La Storia si ripete spesso. Anche dopo il massacro degli Italiani a Aigues-Mortes il 17 agosto del 1893, la stampa francese parlò della “tipica violenza degli Italiani”. Grazie alla magia della stampa dei padroni, la vittima diventa carnefice e vice versa.

Solo che all’epoca l’Italia era una Nazione europea, bianca… e l’opinione pubblica internazionale si schierò a favore delle vittime.

Gli algerini, nel 1953 non erano niente. Carne da macello per la guerra e braccia per l’agricoltura, l’edilizia e l’industria. Invisibili e inesistenti. Nessuno ne sentì parlare nessuno si schierò né contro né per loro…

Una storia dimenticata

Un anno dopo, in Indocina, “il glorioso esercito francese” è umiliato e cacciato a pedate da una armata di contadini in bicicletta. Mentre in Algeria scoppiano quelli che la Francia ufficiale chiamerà a lungo gli “Avvenimenti d’Algeria”: la Guerra di Liberazione Nazionale. Una carneficina che durerà 7 anni.

Il 17 ottobre 1961, un’altra manifestazione pacifica di Algerini a Parigi è repressa nel sangue. (leggere qui la Scor-data ad essa dedicata) 

Su questa ultima molto è stato scritto e detto. Mentre quella del 1953 è andata dimenticata per molto tempo, non fosse per il lavoro di un certo Maurice Rajsfus.

Maurice Plocki, Alias Maurice Rajsfus

Maurice Rajsfus è il pseudonimo di Maurice Plocki (1928 – 2020), uno scrittore, giornalista e attivista francese. Maurice Plocki è una persona umile e straordinaria al tempo stesso. Una formica operosa del dovere di memoria e della memoria dei diritti.

Figlio di migranti ebrei rifugiati a Parigi dalla Polonia, negli anni 30, come tutti, subisce le persecuzioni nazifasciste. La famiglia fu arrestata durante i grandi rastrellamenti del 1936. I genitori sono deportati e moriranno ad Auschwitz, mentre lui e sua sorella si salvano per caso, a seguito di un ordine, arrivato al centro di raccolta del famigerato “Vel d’Hiv” (Velodromme d’Hiver) di liberare i ragazzi tra i 14 e 16 anni.

Dopo la guerra Plocki diventa giornalista e lavora presso diverse testate. Poi si mette in proprio e pubblica vari giornali e bollettini fai da te.

Il suo tema di ricerca prediletto è la violenza dello Stato. Nel 1968 crea un archivio indipendente e raccoglie tutti i documenti che riesce a trovare sui fatti di violenza di Stato, in particolare violenze delle forze dell’ordine, dai rastrellamenti della Polizia di Vichy del 1936 fino agli inizi degli anni 2010. E’ co-fondatore e presidente (fino alla sua morte nel 2020 dell’Observatoire des Libertés Publiques. (Il suo sito, “Que fait la police?” è ancora visibile ed è stato da lui aggiornato fino al 2014.

È da questo suo straordinario archivio e da varie interviste realizzate in seguito che Plocki trae tutto il materiale necessario per scrivere il primo lavoro di memoria sul massacro del 14 luglio 1953.

La sua storia personale non lo porta, come invece successe a molti, a rinchiudersi nella sua condizione di Ebreo e a rifugiarsi nel Sionismo come unica soluzione, ma lo porta invece verso più umanità e più internazionalismo.

Maurice Plocki è un instancabile militante del diritto di tutti a una vita dignitosa e al rispetto dell’integrità morale e fisica di tutti, anche dei membri di una minoranza, anche dei poveri, poco istruiti, neri o gialli… E’ un militante anticapitalista, libertario, e naturalmente antifascista, antirazzista, anticolonialista e antisionista.

E’ da questo retroterra di vita e di impegno sociale, culturale e politico di Maurice Rajfus che nasce il libro “1953, un 14 juillet sanglant” (Agnès Viénot, 2003).

Da lì in poi, la memoria ritrovata di questo fatto storico è stata documentata da diverse pubblicazioni e da qualche documentario e anche da ottimi programmi radiofonici.


Note:

(1) Daniel Kupferstein, Les Balles du 14 juillet 1953, La Découverte, 2017

 

Bibliografia

1. Maurice Rajsfus, 1953, un 14 juillet sanglant, Agnès Viénot, 2003
2. Emmanuel Blanchard, La Police parisienne et les Algériens (1944-1962), Paris, Nouveau Monde, 2011, 448 p. (ISBN 978-2-84736-627-3),
3. Daniel Kupferstein, Les Balles du 14 juillet 1953, La Découverte, 2017
4. Danielle Tartakowsky, « Un 14 juillet 1953 à Paris », dans La Guerre d’Algérie : au miroir des décolonisations françaises. Actes du colloque en l’honneur de Charles-Robert Ageron, Société française d’histoire d’outre-mer, 2000, p. 473-488

Film

Daniel Kupferstein, Les Balles du 14 juillet 1953, 2014, 85 minutes

Podcast:

Maurice Rasjfus: Historien Autonome (Radio France Culture) del 12-03-2022

Karim Metref
Sono nato sul fianco nord della catena del Giurgiura, nel nord dell’Algeria.

30 anni di vita spesi a cercare di affermare una identità culturale (quella della maggioranza minorizzata dei berberi in Nord Africa) mi ha portato a non capire più chi sono. E mi va benissimo.

A 30 anni ho mollato le mie montagne per sbarcare a Rapallo in Liguria. Passare dalla montagna al mare fu un grande spaesamento. Attraversare il mediterraneo da sud verso nord invece no.

Lavoro (quando ci riesco), passeggio tanto, leggo tanto, cerco di scrivere. Mi impiccio di tutto. Sopra tutto di ciò che non mi riguarda e/o che non capisco bene.

2 commenti

  • Grazie Karim per l’impegno di ripristinare e diffondere fatti drammatici che svelano l’impiego della violenza contro coloro che hanno rivendicato i propri diritti.
    Grazie ancora.
    Adel

    • Non c’è di che, Adel.
      Ognuno fa un po’ quello che può.
      Certe volte quando si vede quello cha hanno fatto, persone come Maurice Rajsfus e altri come lui… si riprende fiducia nell’umanità.

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