8 storie da un Meridione arcaico

di d.b.*

Ci vuole talento per… … appassionare con 8 storie da un Meridione arcaico: l’esordio di Antonio Giulio Scardaccione (*).

«La cantina, per quegli uomini refrattari al dolore, era tutto: evasione, ribellione, gioco, amicizia, inganno, solitudine, affetto, disprezzo». Siamo dentro «La cantina di Marietta», uno degli 8 racconti che dipingono e suonano il sagace quadro, spartito e libretto (editore Portaparole: 72 pagine per 12 euri) «Il barbiere di anime» di Scardaccione). E siamo temporalmente nel secolo scorso, perlopiù negli anni ’50, «nel sud arcaico mirabilmente descritto da Carlo Levi» dove crescono Scardaccione – quarto di 6 maschi – e i suoi protagonisti che inevitabilmente gli assomigliano. In questo sud arcaico c’è anche una Chiesa cattolica più chiusa che accogliente, più oppressiva che portatrice di speranza. Così «il seminarista» dell’omonimo racconto incontra «un cobra» invece del maestro e così – fra delazioni, ulcere, «cattiveria fredda», cilici, orrori, follie e ritratti «con il volto itterico di papa Pacelli»– deve salvarsi la vita da solo piuttosto che affidarsi a un dio che è, momentaneamente forse, distratto. Anche in «Una tonaca per tutte le stagioni» quella chiesa “arcaica” esce male: «nulla che lasci intravedere l’origine di una speranza», l’antica regola del «sopire e troncare», i gesuiti del «Todo modo»; tutto è così severo che una sedia inevitabilmente si chiama Savonarola «Il barbiere di anime» del titolo è Vittorio che «ad appena un mese dal suo arrivo a Brooklin (con due milioni e mezzo di italiani) è già il primo assistente di sedia del famoso Figaro, il barbrer shop di suo zio Luigi Serravalle». Bravo barbiere certo ma soprattutto ipnotico narratore di storie «comprese nel prezzo». Di più forse: «la barba era un magnifico pretesto per accarezzare le loro anime» almeno finchè Vittorio può e, come da regolamento dei recensori rispettosi, il finale non può essere rivelato. Invece in «Storia breve di una morte annunciata» il cruccio di Francesco è «convivere con una faccia che  non ti appartiene» Tutte storie di maschi tranne l’ultima, «Annina e Arcangelo» dove domina la scena un malessere femminile, una nevrosi che rischia di travolgere tutto: «nascere donna in quel mondo arcaico e immutabile alle regole, refrattario a qualunque civiltà, era semplicemente una dannazione alla quale spesso l’unico rimedio era il matrimonio sul quale le donne non avevano diritto di parola visto che a loro erano assegnate due sole funzioni: fare figli e governare la casa». E anche il finale di questa storia non posso svelarlo.

(*) Questa mia recensione è uscita anche – parola più, parola meno – sulla rivista «Cem mondialità». (db)

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