Olocausto: lo Schindler tunisino

Khaled Abdul-Wahab è morto il 4 settembre 1997  La sua storia nel libro “Tra i Giusti – Storie perdute dell’Olocausto nei Paesi arabi” di Robert Satloff.

 

Il ruolo dei “Giusti” nel dialogo tra arabi ed ebrei in Medio Oriente. Il contributo di una ricerca importante sui “Giusti arabi”.

Recensione del libro “Tra i Giusti – Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi”, di
Robert Satloff, edito da Marsilio (Venezia) nel 2008

Robert Satloff è un ebreo americano, storico e direttore dell’Istituto di Washington per
la Politica nel Vicino Oriente. Ha constatato più volte che nelle scuole dei Paesi arabi la
Shoah non viene insegnata, ha osservato che ciò si accompagna a forme di
antisemitismo talvolta intrecciate ai complessi vissuti del conflitto mediorientale e ha
deciso di porre il problema cominciando dalla questione dei Giusti. Ne è nato“Tra i Giusti –
Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi”, un libro contro il negazionismo e un aiuto
al miglioramento delle relazioni arabo-ebraiche, un tema sul quale l’autore è impegnato.
Il titolo originale dell’opera è
Among the Righteous: Lost Stories from the Holocaust’s
Long Reach into Arab Lands e si riferisce, dunque, come spesso è rimarcato nel testo,
alla longa manus dell’Olocausto nelle terre arabe. Per “longa manus” in questo contesto
Satloff intende il fatto che Francia, Italia e Germania applicarono anche alle proprie
colonie arabe le misure antiebraiche (dal censimento all’eliminazione fisica passando per
spoliazioni, emarginazione, torture etc.) applicate in Europa. L’autore dice che
mancarono in Africa solo le camere a gas.
Satloff ha in mente un’opinione pubblica araba molto restia ad ammettere la gravità
della Shoah, nel timore che ne possano scaturire richieste di concessioni a Israele e
all’Occidente; per questo essa tende a minimizzarne l’impatto nelle terre africane e a
rimuovere questo argomento dalla propria riflessione. Questa opinione pubblica a volte è
sensibile al tema dei diritti umani, e anche alle loro violazioni nei Paesi arabi e musulmani,
ma non è sensibile al tema del totalitarismo come esperienza tragicamente negativa del
secolo passato, soprattutto in relazione all’antisemitismo.
Satloff descrive un tipo di interlocutore che talvolta affronta la storia guardando a non
urtare sensibilità interne al mondo arabo piuttosto che a dire la verità. Racconta ad
esempio la storia di un salvatore di ebrei la cui famiglia preferisce fingere che sia
avvenuto un salvataggio di soldati semplici tedeschi (non SS) allo sbaraglio. Ciò perché
nel proprio ambiente aver salvato un ebreo potrebbe voler dire avere salvato “un futuro
occupante della Palestina”, o “simpatizzante di Israele”, o anche “alleato degli Stati
Uniti”. Per questo tipo di interlocutore i sionisti non hanno portato molti ebrei in Palestina
nei quarant’anni precedenti la fondazione di Israele, ed è quindi d’obbligo considerare lo
Stato fondato nel ’48 dalle Nazioni Unite come un paese artificialmente creato dalla
cattiva coscienza europea-occidentale prendendo a pretesto la Shoah. Una sorta di
“risarcimento”, il cui meccanismo continua a essere usato per arrecare vantaggio a
Israele. In tale ambito l’estensione della Shoah all’Africa è considerata poco importante e
non attinente al progetto hitleriano di annientamento sistematico del popolo ebraico.
C’è poi un altro tipo di interlocutore arabo che invece si pone due problemi: quello di
rispondere al negazionismo e quello di rispondere all’accusa di negazionismo che sembra
essere rivolta agli arabi dai decision-maker internazionali. Più precisamente – spiega
Satloff portando numerosi esempi – si tratta di “rimuovere un grosso ostacolo
psicologico alla riconciliazione tra Israele e il mondo arabo”. Questo muove sia da
esigenze di onestà intellettuale e morale, sia da esigenze politiche per cercare di
modernizzarsi e di contare di più sulla scena del mondo. Su questo sfondo, che viene via
via schiarito e illuminato dal progredire della ricerca storica, si stagliano le vicende di
salvatori arabi di ebrei narrate nel libro, storie che spesso erano cadute nel
dimenticatoio o, come si è detto, tramandate con un occhio al senso dell’opportunità.
Ecco dunque: Taïeb el-Okbi, leader musulmano riformista che impedì svariati pogrom in
Algeria; Mohammed Chenik, che governò la Tunisia occupata dai nazisti e salvò la vita di
molti ebrei rinchiusi nei campi di lavoro; Kaddour Benghabrit, capo della Moschea di Parigi
e rappresentante ufficiale dell’Islam europeo, che nascose un numero a oggi ancora
imprecisato di ebrei facendoli figurare come musulmani; Khaled Abdelwahab, che salvò
una donna ebrea dallo stupro e la nascose con tutta la famiglia nella propria fattoria
fino a quando le truppe di Hitler lasciarono la Tunisia; Si Ali Sakkat, che accolse nella
propria tenuta una sessantina di ebrei in fuga; e altri.
Le loro storie sono state raccolte in undici Paesi dell’Africa del Nord caratterizzati dalla
presenza italiana, tedesca e francese di Vichy durante il secondo conflitto mondiale, e
sottoposte al Comitato dei Giusti di Yad Vashem che – secondo Satloff – dovrebbe
essere più solerte nel sostenere il tipo di ricerca proposto. Oltre a ciò, le storie sono
servite a fornire le prove delle sofferenze patite dagli ebrei nordafricani all’opinione
pubblica e in particolare alla Commissione internazionale che dal 1951 si occupa di
risarcire i sopravvissuti allo sterminio nazista. “[…] è fonte di grande soddisfazione” –
scrive Satloff – “il fatto che le mie indagini, iniziate per scovare almeno un arabo che
avesse salvato un ebreo, abbiano contribuito, per quanto modestamente, a far spazio
nella memoria collettiva dell’Olocausto agli ebrei dimenticati”.
Centrale a tutto il libro è il capitolo 5, che s’intitola “Gli arabi proteggevano gli ebrei” ed è
ora anche linkato dal sito del Museo dell’Olocausto di Washington. Altri capitoli
contengono approfondimenti o s’incentrano su aree geografiche diverse. La narrazione
riguarda le storie soprammenzionate e il lavoro che è servito per portarle alla luce. Essa
fa spesso uso del discorso diretto per rendere partecipe il lettore fino dei pensieri
dell’autore, che, come accennato, non si esime dall’affrontare i pressanti problemi del
nostro tempo: dalla guerra in Medioriente ai dissidi sui milioni di euro di risarcimenti
dovuti alle vittime della persecuzione nazista, al rispetto dei diritti umani nei Paesi arabi e
musulmani, fino al preoccupante antisemitismo che attraversa la Francia e al problema
del negazionismo che, non fra i leader arabi, ma nel musulmano Iran è addirittura
assurto a ideologia di regime. A volte lo stile è enfatico e arriva a ricomprendere
notazioni polemiche, giudizi di valore e battute di spirito; altre volte l’atmosfera del
resoconto rispecchia a fondo la complessità dei temi trattati.
Un discorso a parte richiede il peso che nella ricerca ha avuto Internet, sede del dibattito
arabo, documentato da Satloff, su come rispondere ai negazionisti dell’Olocausto e
fonte di numerose conferme o smentite alle ipotesi sui Giusti arabi formulate in base alla
storia orale o a testimonianze scritte di singoli sopravvissuti. La Rete, con la sua natura
flessibile ed egualitaria, ha senz’altro facilitato lo scambio d’idee su questi due aspetti,
che risultano molto delicati per motivi politici e morali (l’apparente insensibilità degli arabi
di fronte alla Shoah è vera o falsa? Conseguenza o causa del ruolo marginale che molti
interlocutori arabi dell’autore ritengono a torto o a ragione di avere in tanti ambienti
della diplomazia? Coloro che hanno un diverso atteggiamento o le cui famiglie sono state
protagoniste di salvataggi durante la seconda guerra mondiale non ne parlano in quanto
subiscono una particolare pressione o addirittura minacce?).
Ciò non significa che l’idea stessa dei Giusti non incontri ancora profondi ostacoli, nel
mondo arabo e in generale. Ad alcune persone che ne serbano memoria accade ancora
di essere ostracizzate dalle comunità e perfino all’interno della famiglia. Inoltre –
argomenta Satloff – gli arabi che sperimentano sulla propria pelle o che si battono
contro torture, incarcerazioni e altre violazioni dei diritti dell’uomo compiute nei loro
Paesi, sono spesso privi della possibilità culturale e politica di fare riferimento
all’archetipo del crimine contro l’umanità. Ci sono, tra le altre, due ottime ragioni per
leggere “Tra i Giusti”: l’importanza che il libro può rivestire per una distensione fra arabi
e israeliani e, forse ancor più forte, l’universalità del messaggio che proviene dalle
testimonianze di solidarietà umana nella Shoah.

a cura del Comitato per la Foresta dei Giusti, con la collaborazione di Carolina Figini
10 luglio 2008

COSA SONO LE “SCOR-DATE” 

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Dal  primo marzo questa rubrica si è rafforzata, grazie all’impegno di Bruno Lai che sta proponendo almeno tre “scordate” (ma se saranno di più mica vi lamenterete, vero?) a settimana. L’ora di pubblicazione sarà le 22; e le 22,10 se quel giorno ce ne sarà una seconda. Grazie in anticipo a chi commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa. farà proposte … o anche solo ci leggerà.

La redazione – sempre un po’ ballerina – della bottega

Informazioni sull'autore

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *