GRAZIA DELEDDA UNA E TRINA: ROMANZO, FILM E VITA
di Ignazio Sanna
Grazia Deledda [1] (1871-1936) è l’unica donna sarda ad aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura (1927). Certo, anche l’unica donna italiana. Ma il fatto che fosse sarda ne ha moltiplicato le difficoltà, principalmente per questioni di carattere linguistico e socioculturale. Inoltre, anche perché sarda, oggi non è particolarmente nota al di fuori della cerchia degli studiosi di italianistica e al di fuori dell’isola. Giunge quindi a proposito il buon film di Peter Marcias, Quasi Grazia (2025), basato sul ‘romanzo in forma di teatro’ dallo stesso titolo firmato da Marcello Fois nel 2016. Prendendo a modello questo schema in tre atti ciò che segue tratterà brevemente del romanzo, del film e, già che ci siamo, anche di Grazia Deledda (qui un bel documentario su di lei: https://www.raiplay.it/programmi/graziadeleddalarivoluzionaria ). Da notare che il titolo del libro, e quindi del film, riprende la seconda parte di quello di Cosima, quasi Grazia, romanzo autobiografico incompiuto pubblicato postumo (1937) [2].
Un’altra donna ad aver ricevuto il Nobel fu la svedese Selma Lagerlöf (1858-1940), nel 1909. Le due scrittrici condividono in buona misura le motivazioni ufficiali dell’Accademia di Svezia, che sottolineano come caratteristiche delle loro opere un “alto ideale”, una “vivida immaginazione” e una profonda “percezione spirituale”. Entrambe presentano personaggi femminili di carattere, in grado di mettere in discussione i limiti delle società in cui si trovano a vivere. Condividono anche il fatto di rappresentare letterature di società e lingue periferiche, o semi-periferiche, se teniamo presente che la Deledda scriveva in italiano ma la sua lingua madre era il sardo. Oltre al più noto Joseph Conrad, polacco che scrisse sempre in inglese, altri esempi non troppo dissimili di translinguismo letterario riguardano Vladimir Nabokov, che dal russo passò all’inglese, Samuel Beckett, che scrisse molto anche in francese, e Agota Kristof, ungherese che scrisse in francese. E poco conta, rispetto a questi esempi illustri, che il sardo sia una lingua minoritaria tenuta tutt’ora in stato di minorità dallo Stato italiano. Per approfondire si veda l’articolo di Cecilia Schwartz “From Nuoro to Nobel: the impact of multiple mediatorship on Grazia Deledda’s movement within the literary semi-periphery” (2018), pubblicato sulla rivista accademica Studies in Translation Theory and Practice [3].
Dal punto di vista letterario la prima cosa da sottolineare è che il nuorese Fois è probabilmente il più legittimo erede della nuorese Deledda. Sia per la qualità della sua scrittura che per i contenuti sardo-nuoresi di alcuni dei suoi libri. Infatti Marcello Fois è a mio parere uno dei migliori, se non il migliore, tra i tanti scriventi, e uno dei pochi scrittori veri, tra gli autori sardi, uomini e donne, che hanno pubblicato qualcosa nell’ultimo trentennio. Ma è poco probabile che un giorno potrà ricevere il premio Nobel, come Grazia. E come Grazia, che ha lasciato Nuoro per Roma, Marcello l’ha lasciata per Bologna (che dagli anni Ottanta ha ospitato altri talenti sardi, tra cui i cagliaritani Igort e Otto Gabos). E come lei anche lui, pur occupandosi anche d’altro, teatro compreso, ha ricostruito in un settore della sua prosa una Sardegna letteraria ma terrena come luogo delle radici, priva di cedimenti oleografici ma invece piuttosto realistica. Accanto ai classici della Deledda, Elias Portolu (1903), Canne al vento (1913), etc., possiamo collocare la trilogia dei Chironi (saga familiare come I Buddenbrook (1901) di Thomas Mann), tre romanzi ripubblicati in un unico volume dal titolo I Chironi (2017), Sempre caro (1998), sul poeta nuorese Sebastiano Satta (1867-1914), e Memoria del vuoto (2006), sul bandito dell’Ottocento Samuele Stocchino, un po’ sulla falsariga della narrazione biografica (1897) sul bandito Giovanni Tolu ad opera dello scrittore sassarese Enrico Costa (Wikipedia riporta che “Grazia Deledda, in una sua intervista, dichiarò di “essere discepola d’Enrico Costa”, il che giustifica coloro che lo stimano il più importante scrittore della Sardegna ottocentesca”) (https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico_Costa_(scrittore)). Ai profani (leggi: i non sardi) potrebbe apparire strana questa puntigliosa precisione nell’aggettivare ciascun autore con il luogo di provenienza, dato che fuori dall’isola si pensa in genere alla Sardegna come a un tutt’uno, un insieme omogeneo. Vero è che i sardi sono pochi (pocos, locos y mal unidos, giudizio attribuito all’imperatore Carlo V, ma più probabilmente dell’arcivescovo di Cagliari dell’epoca, Antonio Parragues de Castillejo), ma la Sardegna al suo interno è molto diversificata, dal mare alla montagna e tutto ciò che c’è in mezzo e intorno. Non a caso il libro più noto di Marcello Serra (poligrafo nato a Lanusei ma cagliaritano adottivo) s’intitola Sardegna, quasi un continente (1958). E dunque, da cagliaritano, pur cercando di fare del mio meglio, probabilmente non sono in grado di cogliere ogni sfumatura della nuoresità di Grazie Deledda e degli altri ragguardevoli figli di quella che in passato fu definita l’Atene sarda, come per esempio Salvatore Satta, l’autore del romanzo Il giorno del giudizio (1977, pubblicazione postuma), del quale Nuoro è l’epicentro.
Sperando di non suonare blasfemo, il tipo di discendenza artistica tra i due è la stessa che nell’Inghilterra musicale parte dai Beatles e passando per gli XTC arriva fino ai Blur. Resta solo da capire chi sarà l’ultimo elemento della triade dopo Deledda e Fois. Potrebbe non essere ancora nato.
Il rapporto di Grazia Deledda con il cinema inizia molto presto, con il film muto Cenere (1916), diretto e interpretato da Febo Mari, che contiene l’unica interpretazione cinematografica di Eleonora Duse. Prosegue poi con altre trasposizioni di sue opere, quali Le vie del peccato (1946) di Giorgio Pastina; L’edera (1950), diretto da Augusto Genina e interpretato da Raf Vallone; Amore rosso – Marianna Sirca (1952) di Aldo Vergano; Proibito (1954) di Mario Monicelli, con l’attore cagliaritano Amedeo Nazzari, Mel Ferrer e Lea Massari.
Prima del film di Marcias era uscito nelle sale Grazia (2025) (https://www.youtube.com/watch?v=4mDb8DGlI2M ), di Paola Columba (https://www.paolacolumba.it ), interpretato da Barbara Pitzianti nel ruolo principale, con Giuseppe Boy, Donatella Finocchiaro e Galatea Ranzi. Quasi Grazia (https://www.youtube.com/watch?v=W8TfSqtYGGY) è l’ultimo film di Peter Marcias (https://it.wikipedia.org/wiki/Peter_Marcias ), nativo di Oristano, che ritrae Grazia Deledda in tre fasi diverse della sua vita, ciascuna affidata a un’attrice diversa: Irene Maiorino, Laura Morante, Ivana Monti. Una menzione speciale la merita Monica Demuru, nata a Cagliari, attrice teatrale (https://www.youtube.com/watch?v=XxQ_WauvKxc ) ed eccellente cantante (qui in un classico di Natalino Otto, accompagnata da Stefano Bollani e Damiano Puliti: https://www.youtube.com/watch?v=tHeSb5f9YPs ), che interpreta la madre, in questa pellicola più efficace e credibile delle pur illustri colleghe.
Come la stragrande maggioranza delle donne sarde Grazia ha una forte personalità, come emerge, nel libro e nel film, dal dialogo iniziale tra madre e figlia, quando quest’ultima lascia la casa dove ha sempre vissuto per stabilirsi a Roma, con il marito Palmiro Madesani. Anche la madre non è da meno, soltanto, rispetto alla figlia, è dominata da una mentalità ristretta, caratterizzata dal pregiudizio, come quando si preoccupa di cosa possa pensare ‘la gente’ del fatto che lei, vedova, si metta a viaggiare, sia pure per andare a trovare la figlia di là dal mare. Ma la questione fondamentale nella sua vita è stata la passione per la lettura e soprattutto per la scrittura. La società gretta e retrograda dell’epoca, soprattutto nella Sardegna di quei tempi, riteneva sconveniente che una donna volesse diventare una scrittrice piuttosto che una brava madre di famiglia. Il sostrato culturale dell’antico matriarcato sardo [4] era ormai seppellito dal patriarcato ‘moderno’, importato dalla penisola iberica e in seguito dall’Italia savoiarda prima e fascista poi. Nonostante le tante difficoltà, anche in famiglia, la sua tenacia e determinazione la conducono alla realizzazione dei suoi sogni, coronati dal riconoscimento più prestigioso in campo internazionale, quello assegnato dalla Accademia di Svezia. È poco noto inoltre il fatto che nel 1909 Grazia Deledda sia stata candidata alle elezioni politiche [5]. Per quanto riguarda i rapporti con altri esponenti di primo piano della letteratura italiana può essere interessante ricordare, a fronte dell’apprezzamento di Luigi Capuana, quanto Luigi Pirandello, probabilmente per meschinità di matrice maschilista e pura e semplice invidia, volesse sminuire la grande scrittrice sarda. Pare che il romanzo Suo marito (1911) avesse l’intento di deridere il marito di Grazia Deledda, Palmiro Madesani, suo agente letterario. Evidentemente il signor Pirandello riteneva disdicevole per l’onorabilità maschile che un marito lavorasse per la propria moglie, per quanto grande scrittrice, mettendo a sua disposizione le proprie prestazioni professionali.
Ma per scongiurare il rischio di tendere all’agiografia, concludiamo con l’opinione di Massimo Onofri, scrittore viterbese e professore ordinario di Letteratura Italiana contemporanea all’Università di Sassari, espressa nell’articolo “Sardinia Deledda est?” (2015), pubblicato sulla rivista accademica Narrativa (Nuova serie)[6]. Onofri, citando anche la poetessa Antonella Anedda (nata a Roma da famiglia sarda) e lo scrittore di Villacidro Giuseppe Dessì, l’autore di Paese d’ombre (1972), fa più d’un appunto alla costruzione del personaggio di Grazia Deledda realizzata da una parte della critica, considerata nel quadro di quella che considera una mitizzazione della Sardegna, anche in rapporto alla lingua e al concetto di identità, scrivendo tra le altre cose: “il mito di quell’iper-Sardegna, di quella Sardegna al quadrato insomma, che troverebbe la sua quintessenza nella capitale barbaricina, e cioè Nuoro. Nel nome d’una Deledda che di quella civiltà sarebbe, appunto, la massima interprete e la vestale”.
[1] https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/grazia-deledda
[2] https://www.stoccolmaaroma.it/grazia-deledda-cosima-quasi-grazia
[3] https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/0907676X.2018.1439979
[4] http://www.universitadelledonne.it/sardegna.htm
[5] https://www.senato.it/relazioni-con-i-cittadini/biblioteca/pubblicazioni-testi/minervaweb/grazia-deledda
[6] https://journals.openedition.org/narrativa/1068
