«Calùra»
Recensione di Pierluigi Pedretti al romanzo di Saverio Gangemi.
«Venne giù di botto un pomeriggio di metà giugno che Lanczo e Duardo se ne stavano nell’ombra dell’albero della merda chiacchierando di niente e sorseggiando vino. Venne giù insieme a un tuono possente che nessun lampo inseguì e che si consumò con un’eco lenta.»
Fin dall’incipit colpisce lo stile dell’autore, lirico senza lirismo. Ogni pagina trasmette odori, luce, polvere, silenzi. La lingua dell’autore riesce a essere insieme concreta e visionaria. La scrittura di Saverio Gangemi sembra nascere dalla polvere, dalle pietre, dalle fiumare disseccate della Calabria. Il ritmo segue quello della calùra: lento, esasperato, immobile. Il romanzo costringe il lettore ad abitare quell’afa che da fisica si fa esistenziale. Si percepisce una condizione che ben conosce chi ha vissuto il Meridione: le strade svuotate nelle ore più torride, i luoghi abitati da uomini che sembrano aspettare chissà cosa, le case dove il tempo ristagna insieme all’aria, condizionando i pensieri e i destini e lasciando tutto nell’immobilità. “Calùra” (Rubbettino ed, pp.171, € 16) del giovane scrittore calabrese è un romanzo che costruisce un’esperienza che non cerca effetti spettacolari e proprio per questo si insinua lentamente nella nostra mente con la stessa ostinazione del caldo che descrive.
Da tempo la narrativa occidentale, e quella italiana in particolare, annaspa tra le pieghe dell’auto-fiction e quelle del “giallo”, con tutte le sue sfumature. Siamo subissati annualmente da migliaia di titoli che appaiono più consolatori che perturbanti, che ci accompagnano nel nostro auto-isolamento piuttosto che narrare realmente il mondo, sottoposto com’è a conflitti di ogni genere e alla mercificazione di ogni aspetto del reale. In questo contesto sembra che uno dei (pochi) modi di sfuggire per noi occidentali a questa condizione sia divenuta la narrazione storica o, all’opposto, la fantascienza, coniugata nel sotto-genere distopico.
Saverio Gangemi esordisce con un romanzo che si pone esattamente al centro tra questi due estremi. “Calùra” si presenta come una narrazione fuori da ogni tempo e da ogni luogo, anche se alcuni indizi ci indirizzano verso una Calabria seicentesca e aspromontana. Un paese senza nome, quasi fuori dalla geografia e dalla storia, è colpito da una immensa siccità, e prima ancora dalla peste e da guerre. Viene naturale pensare a quella tradizione letteraria che su questo argomento si è molto esercitata: il romanzo anti-utopico. Qualunque, però, siano state le letture di Gangemi, in “Calùra” sembra aleggiare un’atmosfera da fine del mondo, tra la distopia, e la storia. Non tanto quella di una società contadina schiacciata dal dominio dei signorotti locali, ma da forze ben superiori: la siccità, la fame, le epidemie, la superstizione, l’attesa di segni soprannaturali. Il romanzo sembra recuperare quella percezione antica della natura come potenza grandiosa e sacra: l’albero misterioso, le voci del paese, la magia, il rapporto quasi rituale con la terra richiamano una cultura premoderna che persiste e resiste ad ogni tempo. «Poi, lo sapevano che alla calura i rettili erano scampati – e le lucciole. che erano ben altra cosa, anime forse, le generava la morte, e si pascevano di morte se si accendeva una coppia per ogni vita che si spegneva.»
È come se Calùra dicesse che, davanti al collasso ambientale ed esistenziale, gli uomini ritornano a una condizione antica, premoderna, dominata dalla paura e dalla lotta per la sopravvivenza. In questo senso “Calùra” non è soltanto un romanzo sul futuro, è un romanzo sul ritorno del passato. E comunque sia, lo scrittore calabrese si impone in modo originale, portando la narrazione su un piano che non è né storico né fantascientifico, bensì metafisico. È come se “leggessimo” i dipinti di De Chirico, di Carrà, di Morandi o di Savinio. Gangemi scrive del nostro mondo, quello attuale, ritrae un “Sud” arido, sospeso, dove la terra si screpola e gli uomini sembrano sopravvivere più che vivere, insomma descrive un paesaggio interiore prima ancora che fisico. La “calura” è la metafora della stanchezza contemporanea, dell’inaridimento emotivo, della perdita di senso che attraversa le comunità umane. Sarebbe riduttivo leggerlo come un romanzo storico, ecologico o distopico. La calura non è semplicemente caldo: è un male invisibile che altera le relazioni, prosciuga i sentimenti, rallenta il pensiero. Le giornate sembrano tutte uguali; i personaggi si muovono con una specie di stanchezza ancestrale, come figure già consumate dal tempo. Lanczo, Duardo, Rachela, Nina, Doriano, Assunta la magica e tutti gli altri fanno parte di un mondo che è “eternamente” il nostro, creature fragili che provano a combattere la fine. Attorno a loro domina la presenza enigmatica dell’albero che resiste alla devastazione. È forse il simbolo più potente del libro questo “albero della merda”. Una pianta ambigua, quasi sacrale, che sembra custodire insieme la memoria e il destino della comunità. Gangemi sceglie la sottrazione per raccontare il lento spegnersi del mondo. Le piante si accartocciano, gli animali scompaiono, l’acqua diventa insufficiente, e intanto gli uomini continuano ostinatamente a ripetere i propri gesti quotidiani. Questa è la dimensione più inquietante del libro: la catastrofe arriva senza clamore, insinuandosi nella normalità. Tutto sembra avvenire dopo qualcosa: dopo i sogni, dopo le partenze mancate, dopo gli amori consumati dal silenzio. Eppure, proprio quando il romanzo rischia di diventare soffocante nella sua disperazione, Gangemi inserisce brevi aperture ai sentimenti più veri. Piccoli gesti, frammenti di ironia, improvvise tenerezze. È forse qui che “Calùra” trova il suo equilibrio migliore: nel mostrare che persino dentro l’immobilità più estrema continua a sopravvivere un residuo di umanità:«Lanczo bagnò il fazzoletto e lo tenne premuto sulla bocca di Doriano. Nessuno parlava. Attendevano inermi qualsiasi epilogo avesse deciso il destino. Mentre il sole percorreva la giornata di un inverno spalancato sulle cateratte degli inferi.»
