Essaouira, città di vento
di Maurizio Fantoni Minnella
1. Nella metropoli berbera
Sul volo serale diretto da Milano a Marrakesh la maggioranza dei passeggeri, di origine marocchina, ha un passaporto italiano. Migranti di seconda e terza generazione che fanno ritorno al paese per le vacanze o per ritrovare i propri parenti. Genti che i paladini della cosiddetta “remigrazione” vorrebbero non tornassero più indietro, che se restassero buoni nel loro paese che per molti, purtroppo moltissimi italiani ignoranti è fatto di sabbia e cammelli!…
Trent’anni orsono, nel nostro primo viaggio in terra marocchina, Marrakesh non si presentava ancora come una metropoli berbera (o meglio, creata dall’incontro tra l’arte arabo-andalusa con la cultura berbera del Sahara) di un milione quattrocentomila abitanti di cui almeno quattrocentomila residenti nella Medina. Una cifra enorme anche per un comparto urbano cinto da dieci chilometri di antiche mura, su cui si aprono ben diciannove porte, per dimensioni secondo solo alla città imperiale di Fes. Le due più grandi medine d’Africa possono tranquillamente competere con i grandi centri storici come Napoli, Venezia e Roma. Ciò che invece differenzia la medina di oggi da quella di ieri è la presenza massiccia di motociclette che invadono ogni strada, ogni vicolo rendendo difficoltosa la vita stessa dei suoi abitanti, specialmente nei grandi suk, primo tra tutti quello delle spezie situato nell’area dell’antico ghetto ebraico (Mellah). Un’esplosione di colori disposti secondo un ordine estetico eccellente come accade nei mercati della frutta, dove tutto è grazia e pratica alimentare quotidiana. Tuttavia dietro di esso, il ghetto è una sequenza di edifici demoliti nei cui vuoti si è accumulata la spazzatura. Sembra uno scenario di guerra e invece fu il tragico risultato del terremoto del 2023 che interessò anche altre aree della Medina e l’intera provincia di Marrakesh. Ad un passo c’è la vita e ad un altro la morte civile. Tentiamo di entrare in una delle poche case abitate ancora in piedi passando attraverso uno stretto sottopassaggio che conduce in un cortile dove un ragazzo ci intima di fermarci dicendo che quella è la sua casa, ma se siamo ebrei siamo i benvenuti. Non lo siamo, rispondo sorridendo. Qui non ci sono Riad dove affittare una camera per pochi giorni, bisogna inoltrarsi nel cuore della medina per trovarne in quantità. Da residenza aristocratica o di grandi mercanti, il riad si è trasformato in struttura d’accoglienza per turisti stranieri. Si tratta di un vero e proprio prototipo architettonico basato su un asse centrale a corte quasi sempre arricchito da una fontana a forma quadrata o di stella, intorno al quale si sviluppa un’elegante loggia retta da solide colonne su due, tre o quattro piani fino al classico terrazzo panoramico sulla medina. E’ facile imbattersi in un riad anche nei vicoli più insignificanti e perfino maleodoranti e quando questo avviene, si libera l’effetto sorpresa, dal momento che all’esterno, ad eccezione dei portali, spesso riccamente decorati, essi appaiono del tutto insignificanti: semplici e alti muri su cui compaiono sparute finestre, perché nella cultura marocchina, berbera, la vita delle famiglie e dei clan si svolge tutta all’interno senza ostentazione alcuna. Nonostante il crescente aumento del turismo di massa, in grado di modificare la dimensione urbana e la sua socialità originaria, a salvarsi saranno proprio le grandi città come Marrakesh o Fes, o le vecchie capitali del Mediterraneo la cui grandezza e origine assicura una stratificazione sociale complessa di difficile sradicamento.
Se tutte le vie portano a Jamaa El Fna, la piazza immensa (ma sarebbe più corretto definirla spiazzo o spianata), dove ogni sera converge l’intera umanità presente in città, un teatrino di strada sempre più caricatura di se stesso, o se si preferisce, cattivo folklore per turisti, la nostra via, invece, è una linea retta di circa 230 chilometri che volge in direzione dell’Atlantico, a Essaouira.
2. Città di vento e di gatti
Ad Essaouira, l’antica Mogador, di origine fenicia, antico porto sulla via carovaniera di Timbuctou, il vento e il mare sono come una sola entità che afferra alla gola e seduce con le sue storie mirabolanti di mercanti di spezie, di pescatori, di corsari e di pirati. Sebbene circondata da mura e porte come Marrakesh, se ne distanzia non solo per la dimensione relativamente piccola della Medina, ma anche per la natura composita della sua architettura e urbanistica. Quest’ultima fu improntata sul modello europeo ad opera di un architetto francese del settecento Théodore Cornut (1700-1750) già artefice del restauro della città francese di Saint Malo in Bretagna, il quale operò una vera e propria rettifica di ciò che restava dell’antica Mogador. Infatti, la percezione che si ha provenendo dalla grande piazza affacciata sul porto e sull’oceano è quella di una città bianca coloniale che a tratti ricorda l’Algeri ottocentesca fuori dalla casbah, tuttavia inoltrandosi nella medina attraverso un lungo passaggio coperto, si scopre con stupore, l’antica bellezza della città labirintica nei vicoli che si distaccano dai rettifili centrali.
Al lento ma inesorabile processo di gentrificazione commerciale delle vie principali corrisponde la caotica vita reale del porto e del mercato del pesce, di quello immancabile delle spezie e dei vicoli interni dove si accalca la maggioranza dei residenti. La presenza, anche a Essaouira di un ghetto ebraico che fu molto importante fino al 1948, quando con la nascita dello stato d’Israele, quasi tutti gli ebrei sefarditi residenti, almeno il 40% dell’intera popolazione, lasciò la città alla volta di Casablanca, degli Stati Uniti e, ovviamente, di Israele, testimonia l’importanza che la cultura ebraico-sefardita ebbe nell’insieme della società marocchina. Gran parte delle abitazioni deperirono anche in virtù della presenza dei venti alisei e della salsedine provenienti dal mare che pare cingere d’assedio il ghetto, fino al momento in cui vennero tutte demolite. Lo scenario in cui ci troviamo immersi non è dissimile da quello incontrato a Marrakesh ma ancor più desolato: i vuoti si moltiplicano in prossimità delle mura, a loro volta lambite dalle onde dell’oceano, generando un senso di spaesamento e un istinto di fuga, subito interrotto dalla presenza superstite della sinagoga Haim Pinto che comprende anche l’abitazione del rabbino. L’edificio cubico disposto su tre piani si sviluppa intorno ad uno spazio interno, comprende alcuni ambienti tra cui la sinagoga vera e propria. Indossiamo la kippah come vuole la tradizione, rispettosi di un luogo che pur non appartenendoci, non manca di evocare le memorie della diaspora ebraica, di un’intera cultura e della sua natura cosmopolita, oggi perduta per sempre. Vi è un altro luogo ai margini della medina che conserva la memoria della presenza ebraica in Essaouira, ovvero la Casa della Memoria (Bayt Dakira) che ci accoglie nell’eleganza di un palazzo signorile con l’esposizione di due libri che tutto il mondo conosce, la Torah e il Corano. Questo vorrebbe significare che ci troviamo in un luogo (sorta di museo permanente e sede del Centro di Ricerca Haim e Celia Zafrani) (1) che dovrebbe essere di pace tra i due popoli, quello arabo e quello ebraico e tra le due religioni, come era un tempo tra gli abitanti di questa città, ma questo è solamente un incipit che prelude ad una storia a senso unico dove la presenza ebraica di numerose fotografie d’epoca, oggetti sacri e di una piccola ma elegante sinagoga ottocentesca diviene dominante. Tanto è vero che come per l’altra sinagoga nel ghetto, anche la Bayt Dakira è costantemente vigilata da militari. Non è certamente un caso, dunque, che il poco liberale re del Marocco, Muhammad VI, molto vicino alle politiche di Donald Trump, sia anche un fedele sostenitore, sia per ragioni politiche che strategiche, dell’attuale governo israeliano, a differenza del popolo marocchino, prevalentemente orientato su posizioni filo-palestinesi.
I gatti a Essaouira sono una presenza familiare. Non vi è angolo della medina in cui non siano presenti, singolarmente o a gruppi. Paragonabile, forse, ai cani “liberi” di San Pedro de Atacama nel nord del Cile, tuttavia, se quest’ultimi vagabondavano per le vie strette e polverose della città, facendosi guardiani di interi isolati, i gatti qui invece, si trovano ovunque, sulla soglia delle case, sui ripiani accanto alle merci, sui tavoli dei ristoranti, a contendere il pesce a interi stormi di gabbiani, finendo perfino disegnati su moderni e colorati cuscini, comunque immobili a guardare noi che guardiamo loro.
Nell’ora della sera, sfidando costantemente i venti alisei, la gente di Essaouira guarda il tramonto sull’isola di Mogador, poco più di uno scoglio, paradiso protetto di uccelli rari che vi depongono le uova, scrutando l’orizzonte seduti sugli scogli rossastri che circondano le mura e i bastioni portoghesi della casbah, luogo suggestivo dove si concentra maggiormente la presenza di turisti. Ogni giorno nella grande piazza Moulay Hassan affacciata sull’oceano si perpetua il teatrino di strada che non vuole essere una copia di Jamaa El Fna ma semplicemente se stesso, ovvero il piccolo microcosmo umano di Essaouira, quello dei tre musici che suonano musica tradizionale per oud, percussione e voce, delle donne sul lungo e armonioso viale di palme, che aspettano sedute, che il tempo passi, che i giorni si susseguano sempre uguali, fatti di semplici gesti, che parlano tra loro, sorridono serene, mentre noi due, come in un rito necessario sorseggiamo thè alla menta nel solito caffè centrale.
3. Il fascino dell’esotico
L’indubbia componente esotica presente nella civiltà urbana del Marocco durante il secolo passato, prima dell’invasione del turismo di massa, è stata motivo di seduzione e vocazione esistenziale per diversi artisti, scrittori, stilisti che in differenti momenti vi hanno posto la propria residenza stabile. Pensiamo, innanzitutto, all’americano Paul Bowles, autore di scritti di viaggio e alcuni romanzi a sfondo esotico tra i quali primeggia senza dubbio il celebre The Sheltering Sky (Il tè nel deserto) (2) divenuto tale grazie alla trasposizione cinematografica di Bernardo Bertolucci (1990). Bowles, che aveva studiato musica negli Stati Uniti, si era avvicinato, durante la lunga permanenza in Marocco, insieme all’amico commediografo Tennesee Williams (venivano chiamati i “ribelli di Tangeri”), alla musiche popolari marocchine di tradizione orale, svolgendo una vera e propria ricerca sul campo, sul modello fissato da Bela Bartok e Zoltan Kodaly in Ungheria, raccogliendo un vero e proprio catalogo di musiche registrate con il fonografo e oggi disponibili su incisioni corredate da preziose note etnomusicologiche (3). Pochi, forse, hanno compreso che lo scrittore si era identificato con la figura di Port, il protagonista del romanzo, musicista dilettante, del quale è possibile cogliere l’amore per le musiche locali e la medesima inquietudine dello stesso Bowles.
Il grande stilista e dandy Yves Saint Laurent, giunto nel 1966 per la prima volta in Marocco e sedotto dalla bellezza esotica di Marrakesh, insieme a Pierre Bergé, suo compagno di vita, molti anni più tardi, nel 1980, acquistarono, non lontano dalla medina il giardino del pittore Jacques Majorelle che versava in pessime condizioni, e che diventò la loro residenza (ribattezzata villa Oasis) progettata in un sontuoso stile moresco intorno alla quale lo stesso Majorelle realizzò un grande giardino fitto di palmizi, fontane e piccoli padiglioni come la cosiddetta “casa blu cobalto” ispirandosi alle grandi oasi del Sahara. Il suo nome è “Giardini Majorelle”. I due musei all’interno del giardino, quello dedicato alla moda e quello relativo all’arte berbera, sono atti di autocelebrazione, due monumenti alla memoria del genio francese in un ex colonia d’Africa occidentale. Il cortocircuito edilizio e speculativo generato da questa presenza ritenuta eccezionale, ha prodotto un vero e proprio quartiere d’elite (che resta un’eccezione al di fuori della Medina) formato da palazzi signorili nel classico “ocra Marrakesh” e alcune residenze dalle architetture tra l’art-deco e il razionalismo, un altro lascito della cultura francese. Non sorprende che file interminabili di turisti si accalchino alla biglietteria al richiamo di una mondanità elegante trapiantata oltre i propri confini culturali. E ancor meno colpisce che della rosa e dolce Marrakesh, molti di essi si ricordino solo di un nome Yves Saint Laurent e del suo magnifico giardino!
E che dire, allora, dello scrittore Umberto Pasti (4), (la sua casa nel centro di Milano è una ricchissima biblioteca-museo), l’ultimo dandy ad essere approdato in terra marocchina dove, sulle colline situate fra Tangeri a l’Atlantico, diede avvio alcuni anni orsono ad un’impresa botanica che non potrebbe essere più diversa da quella di Saint Laurent. Il “suo” giardino, infatti, costruito grazie all’aiuto prestato dai ragazzi del posto, cui vengono insegnati i rudimenti della nobile arte del giardinaggio, è piuttosto evocazione della wilderness locale, fatta di piante autoctone, arbusti spinosi e una moltitudine di specie di fiori. Un luogo solitario che non ama il clamore turistico, sebbene oggi per visitarlo si debba pagare un biglietto dal costo elevato. E’ il prezzo di una nuova colonizzazione culturale straniera che ha scelto di investire sul binomio mondanità – eccezionalità del sito. In fondo il lavoro di Pasti, in questo caso nel ruolo di botanico sul campo, non si discosta da quello condotto da Paul Bowles sulle musiche popolari marocchine. Ancora una volta è la seduzione dell’altro, la necessità e il desiderio di fare dell’alterità un segno di ricerca dell’autentico. Infine, esiste una traccia della presenza del grande chitarrista Jimi Hendrix che in quel lontano luglio ’69, in piena summer of love e a un anno dalla sua morte, attraversò l’Atlantico per approdare alla magia di Essaouira? Nessuna. Solo una gigantografia a colori nella bottega di un artigiano.
Note
1. Haim Zafrai (1922-2004), illustre studioso ebreo-marocchino naturalizzato francese, esperto nella ricerca storica della musica e della poesia degli ebrei in Marocco. Il suo libro più noto è 2000 anni di vita ebraica in Marocco, 1998
2. Paul Bowles, Il tè nel deserto, traduzione di Hilia Brinis, Aldo Garzanti editore, Milano 1989, prima edizione: Sugar editore, Milano 1965
3. Si tratta di Music of Morocco, from the Library of Congress, recordered by Paul Bowles, 1959, Dust – To – Digital 2016, una rara edizione di 4 cd contenenti le registrazioni originali di musiche popolari marocchine, corredate da un volume di note critiche e fotografie.
4. Autore di alcuni romanzi come Più felice del mondo, Milano, Bompiani, 2011, Il bacio della medusa, Khbar Bladna, 2016, Animali e no, Milano, Bompiani, 2016, Perduto in paradiso, Milano, Bompiani, 2018




